Ricchi ma buoni

Quando Bernie Sanders tuona contro i miliardari, il messaggio è più sfumato di quel che sembra. In ballo ci sono l’equità sociale, le tasse, le immense concentrazioni di potere. E l’ipocrisia inevitabile del filantrocapitalismo – l’idea, rilanciata da una grancassa culturale senza precedenti, che il bene degli ultraricchi sia quello della collettività. 

Ben prima che Mike Bloomberg si affacciasse alle primarie dopo aver inondato il paese di filantropici miliardi, la figura dell’imprenditore votato alla causa umanitaria era uno dei profili più ricercati. Fra le star, Bill e Melinda Gates, Warren Buffett, Marc Zuckerberg e la moglie Priscilla Chan. A seguire, un codazzo di aspiranti ansiosi di macinare profitti e rendere il mondo un posto migliore.

Lo scenario ha un che di paradossale. Mai prima d’ora le élite erano state così ansiose di salire sulle barricate del cambiamento sociale. E mai prima d’ora, dicono i numeri, sono state così potenti e predatorie. Decise a salvarci, ma alle loro condizioni.

La filantropia non si discute, a rischio di sembrare ingrati. Soprattutto negli Stati Uniti, dove s’inscrive in una gloriosa tradizione. Sempre che in ballo non ci sia una società sempre più iniqua, il delicato tessuto della produzione culturale e la stessa possibilità democratica, come sostiene Anand Giridharas nel suo ultimo profetico libro Winner Take All: The Elite Charade of Changing the World (Penguin, 288 pp.). 

 

In un tour de force provocatorio e spesso esilarante, subito diventato un best seller, l’autore ci conduce nei salotti buoni del nostro tempo – fra start upper visionari, venture capitalist potentissimi, miliardari del tech e magnati delle big corporation in lotta contro la povertà, la fame nel mondo, le malattie. 

Anand Giridharas è una guida appassionata e intelligente. Trentotto anni, due libri alle spalle (The True American e India calling), è stato corrispondente estero del New York Times e oggi scrive per The Atlantic, New Yorker, The New Republic. In più ha lavorato come consulente per McKinsey e conosce dunque bene le dinamiche e i linguaggi del mondo di cui scrive.

Il risultato è il ritratto corrosivo di un’intera classe sociale che, per dirla con l’economista Joseph Stieglitz, è più facile da rendere in satira che riformare: “i filantropici plutocrati e gli aspiranti agenti di cambiamento che credono di aiutare ma di fatto rendono le cose peggiori”. 

Pagina dopo pagina, vediamo dunque prendere forma l’ideologia – così amata dalle élite benefattrici – di un mondo governato dalla cooperazione e non dalla competizione, dove nessuno si fa male: dove non ci sono vincitori né vinti perché dai vertici il successo si irradia agli ultimi. È la filosofia del win-win – l’utopia del have your cake and eat too che a furia di ripeterla ha conquistato un’intera generazione. 

 

Emblematica, in questo senso, la traiettoria professionale di Hilary Cohen, la giovane donna che incontriamo nel primo capitolo. A distinguerla dalla massa, una famiglia benestante e ottime scuole. Per il resto, il suo è il percorso di una generazione. Cresce nel fervore di ideali che apre gli anni Duemila: il movimento Occupy, l’elezione di papa Francesco, l’esplosione di Black Lives Matter. E mentre sogna di cambiare il mondo, assorbe le parole d’ordine del tempo: capitalismo e valori di mercato. 

Hilary e i suoi coetanei inseguono la chimera del do well by doing good – guadagnare facendo del bene. Il loro è un attivismo che non attacca l’ingiustizia, né entra in dialogo con la società civile o le istituzioni. Il luogo del cambiamento è il mercato e fare la differenza si traduce in nuove aziende a vocazione umanitaria, piattaforme stile Uber o Airbnb, app capaci di coniugare ricavi e buone azioni. Si cambia, in altre parole, perché tutto resti uguale.

Invece di incanalare le sue aspirazioni sociali nel settore pubblico, Hilary accetterà un incarico in Mc Kinsey, tappa di prestigio per chi vuole poi avventurarsi sul mercato. Da lì passerà alla Obama Foundation che proprio a Mc Kinsey si era rivolta per disegnare la nascente attività. (Obama, vale la pena notare, aveva iniziato come organizzatore di comunità a Chicago.) 

Con lo stesso spirito di Hilary un’altra giovane donna, Jane Leibrock, va a lavorare per Even, una nuova app che si presenta come la perfetta “rete di sicurezza” per i sempre più numerosi lavoratori della gig economy – dal giornalista free-lance ai fattorini al guidatore part time per Uber o Lyft. Poiché i guadagni variano, quando sono alti la app accantona un tot. Appena calano, restituisce il risparmio così da pareggiare (even) le differenze.

 

Opera di Ryan Humphrey.

 

È la risposta personale a un problema collettivo. Le questioni che angosciano i forzati della flessibilità, come si accorge presto Jane, sono però altre. I salari bloccati da troppo tempo, la sottoccupazione, l’outsourcing delle aziende, i permessi di malattia inesistenti, il rischio d’impresa sistematicamente scaricato sul lavoratore. 

La soluzione non è, come assicurano i tecnocrati, un’elegante app che promette di governare la precarietà previo abbonamento – nel caso di Even 260 dollari l’anno, un’enormità se si considera che nella maggior parte degli stati il salario minimo è 7.25 dollari. Immaginare che lo sia è guardare al mondo con le lenti rosa del privilegio. E capitalizzare su un bisogno emergente – non per caso prodotti del genere si stanno moltiplicando. 

 

Il progetto culturale che accompagna la nuova ideologia è però così assordante da silenziare le critiche, come racconta Giridharas nei capitoli più inquietanti del libro. I pensatori cari ai plutocrati appartengono senz’altro alla categoria degli opinion leader, scrive Giridharas. “Sanno un’unica grande cosa e credono che la loro idea loro cambierà il mondo”. “Non sono scettici ma veri credenti”, ottimisti che evitano di chiamare in causa i grandi scenari e soprattutto “ci vanno piano con i potenti”.

“Susan Sontag, William F. Buckely Jr e Gore Vidal erano intellettuali pubblici; Thomas L. Friedman, Niall Ferguson e Parag Khanna sono opinion leader”, scrive Giridharas. Per altri nomi, basta rivolgersi alle Ted conferences o unirsi alla carovana dei plutocrati-benefattori che ogni anno si dipana fra l’Aspen Idea Festival, Davos, l’ambita crociera Summit at the Sea, il festival South by Southwest a Austin, la Milken Institute Global Conference e “qualsiasi cosa sponsorizzata da The Atlantic”.

Se i luoghi cambiano, la specialità è la stessa. Un frullato di problemi sociali che parla di opportunità e mai di giustizia sociale; non considera l’arbitrarietà o l’autoritarismo di un cambiamento sociale avviato dall’alto e mai mette in dubbio le buone intenzioni delle generose élite. È un rassicurante omaggio all’esistente, che ha il vantaggio di aprire i portafogli in tempi duri per gli intellettuali. 

Anche in America, mentre il mercato editoriale si restringe e la stessa accademia è assediata dalla precarietà, vivere delle proprie idee è sempre più difficile. Il circuito favorito dai nuovi mecenati ha le sue regole, spesso stringenti, ma promette un’audience planetaria, cachet da capogiro e patronage di suprema influenza. Resistere è peggio che remare controcorrente.

 

Il viaggio di Anand Giridharas approda – non poteva essere altrimenti – al quarantesimo piano di un grattacielo di Manhattan al cospetto del grande padre dei filantrocapitalisti, Bill Clinton, il campione della globalizzazione e delle élite cosmopolite e benefattrici. “Questo è tutto ciò che funziona nel mondo moderno”, ha spiegato l’ex presidente all’ultimo incontro della sua Global Initiative, spenta in concomitanza con la candidatura alle presidenziali di Hillary. 

 

L’oggetto erano le partnership private, ideate e sviluppate lontano dall’occhio della politica. “L’era del grande governo è finita. Ma non possiamo tornare al tempo in cui i nostri cittadini fanno da soli”, ha concluso. Detto dall’uomo che è stato presidente degli Stati Uniti lascia a bocca aperta. È il testamento della politica e del processo democratico, un atto di fede nelle ragioni del mercato che rilancia la questione centrale: chi decide il cambiamento e come. Spetta agli imprenditori-benefattori tenuti a rispondere solo agli azionisti? O il processo va restituito alla collettività? 

 

La rabbia sociale che in tutto il mondo ha investito le élite e i tecnocrati è un segnale troppo a lungo ignorato. Parla di un’insofferenza diffusa per cure di mercato crudeli, di comunità massacrate in nome del profitto, scelte orientate dalla generosità dalle donazioni e non dai cittadini (ad esempio nel caso delle scuole), cause umanitarie giocate all’altro capo del mondo anziché nel bisognoso cortile di casa. E che negli Stati Uniti sia stato il magnate Trump ad imbrigliare la rivolta è solo l’estrema contraddizione. 

A fronte dell’ondata populista, con i suoi osceni risvolti di razzismi e xenofobie, Giridharas rivendica con fierezza il primato della vita civica: “l’abitudine di risolvere i problemi insieme, nella sfera pubblica, con gli strumenti di governo e nelle trincee della società civile”. 

“Quando una società aiuta la gente attraverso condivise istituzioni democratiche, lo fa da parte di tutti, in un contesto di eguaglianza”, scrive. “Quando l’aiuto è spostato nella sfera privata, non importa quanto ci dicano è efficace, il contesto dell’aiuto è una relazione di disuguaglianza: chi da’ e chi riceve, chi aiuta e chi è aiutato, il il donatore e il ricevente”.

Le ultime parole spettano alla filosofa italiana Chiara Cordelli. Gettano una luce gelida sulla mistica del do well by doing good e rimandano al cuore del messaggio di Bernie Sanders. “Perché al mondo ci sono così tante persone che devi aiutare, prima di tutto? Dovresti chiederti: le tue azioni hanno contribuito a tutto questo? Hai causato, con le tue azioni, qualche danno? E se sì, il fatto che adesso stai aiutando alcune persone, anche se in maniera efficace, non sembra abbastanza per compensare”. 

Opera di Ryan Humphrey.

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