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Riflessioni di un gretino

Come cultore della filosofia sono spesso affetto da ingenuità. L’ingenuità filosofica consiste nell’essere convinti che credenze e comportamenti umani, per quanto aberranti, siano in fin dei conti “logici”, razionalmente comprensibili. Per esempio, dettati da evidenti interessi economici. Mentre in realtà le isolette di umana razionalità emergono in un mare di “ragioni” puramente irrazionali.

Per anni mi scervellavo per capire perché chi si dice di destra, o ha opinioni e riflessi che consideriamo di destra, sia quasi del tutto indifferente ai problemi ecologici. Peggio, molti di loro sono “negazionisti”, come Trump: negano che parte del riscaldamento del pianeta sia dovuto all’industria umana, che la terra sia sempre più inquinata, che l’uso del carbone e di altri fossili accorcerà i tempi di vivibilità di questo pianeta… Alcuni giornalisti o “scienziati” prezzolati da Berlusconi chiamano chi paventa tutto ciò – di solito persone di sinistra – “gretini”, da Greta Thunberg, che gran parte della destra detesta come una perturbante strega bambina. D’altro canto, anche se c’è stato qualche tentativo di partito verde di destra, di solito chi si preoccupa dell’ambiente è di sinistra. Se un mio vicino taglia alberi del suo giardino per farne un parcheggio, non è solo perché è una persona insensibile al fascino del verde: parlandoci, capisco che vota per Berlusconi o per Salvini. Mi sono chiesto a lungo perché. 

 

Qualcuno mi dirà che l’opposizione tra sinistra e destra è obsoleta, che almeno un terzo dell’elettorato non è situabile in questa opposizione. E in effetti l’opposizione tra quelle che chiamiamo sinistra e destra è cambiata, l’opposizione che conta non è più quella tra chi vuole il socialismo da una parte e chi vuole il free market liberale dall’altra: c’è da una parte il neo-fascismo e nazionalismo, oggi sedicente sovranismo, e dall’altra tutto il resto. Quando qui opporrò una tipica visione di sinistra a una tipica visione di destra, mi atterrò a questa nuova opposizione che si è radicalizzata negli ultimi anni.

Il fatto che il pianeta si degradi colpisce chiunque, di destra o di sinistra, ricco o povero che sia. Perché essere di destra equivale a negare una calamità che dovrebbe riguardare tutti, anche loro stessi? D’altro canto, una equivalenza ormai universalmente diffusa identifica l’essere di sinistra col volere più eguaglianza, in particolare economica. Ma l’ecologismo non predica più eguaglianza: ci dice che tutti siamo egualmente vittime del degrado ambientale. Eppure quasi tutti i “verdi” si situano a sinistra, segno che essere di sinistra non si riduce a volere una maggiore perequazione dei redditi.

 

Quanto alla plausibilità della denuncia ecologista, vi credo perché ho avuto modo di parlare con alcuni massimi esperti mondiali del climate change. Essi mi dicono che tutti i dati scientifici provano la colpevolezza umana in questi cambiamenti, anche se – ammettono – un 1% di scienziati avanza dubbi. Questa frangia però è marginale scientificamente, del resto ogni comunità scientifica conta i suoi cranks, degli eccentrici che dicono cose contro il consenso generale. Fu un medico inglese – Andrew Wakefield – poi sbugiardato, a diffondere l’idea che i vaccini possono essere dannosi, per esempio. Non mi meraviglierei se tra i cosmologi professori di Università ci fosse pure qualche terrapiattista, o tra i biologi qualche sparuto anti-darwiniano creazionista. Insomma, credo tutto sommato a quel che dice e ripete il meglio della comunità scientifica.

 

Eppure tutto ciò viene negato. Il che ricorda un negazionismo non meno grave, quello della realtà dell’Olocausto. Nella sua forma più soffice i “revisionisti”, come sono anche chiamati, negano le dimensioni quantitative delle persecuzioni naziste, nella sua forma più dura è lo sterminio in toto che viene smentito. Ovviamente, sulla base di prove storiche inconfutabili…

Non conosco i negazionisti uno per uno, ma scommetto la testa che nessuno di loro è uno “storico” di sinistra o semplicemente senza idea politica precisa, anche se loro dicono di guardare i fatti, solo i fatti, di non essere prevenuti. Scommetto che tutti i negazionisti simpatizzino per il fascismo, o per il nazismo, o siano comunque di destra (nel senso suddetto). Non l’obiettività, ma il desiderio di assolvere il fascismo, mi sembra la vera molla delle loro ricerche, anche se possono credere in buona fede di avere in mano la verità storica.

 

Una scena del film BlacKkKlansman di Spike Lee mi ha colpito. Vi si racconta di un poliziotto ebreo che si infiltra in un gruppo di membri del Ku Klux Klan, fingendosi razzista come loro; e nell’insalata razzista non manca mai l’ingrediente dell’anti-semitismo. A un certo punto uno del Klan comincia la solita solfa del dire che l’Olocausto è una bufala storica, ma il poliziotto dissimulato lo interrompe dicendo: “No, credo che veramente l’Olocausto ci sia stato!” Gelo e imbarazzo tra i “camerati”. E poi aggiunge: “C’è stato e sono contento che ci sia stato. I tedeschi sì che ci sapevano fare con gli ebrei”. Si coglie uno sguardo di ammirazione tra gli astanti: “costui non nega l’Olocausto, anzi, lo accetta e lo rivendica come una cosa buona”. Non gli danno esplicitamente ragione, ma si sentono surclassati da lui.

Qui il film coglie qualcosa di profondo. Il negazionismo è un alibi, un’armatura di difesa, per non dire quello che nel fondo si pensa: che si condivide il genocidio. Come i tanti turchi, anche gente comune, che nega la realtà del massacro degli armeni ad opera ottomana nel corso della 1° guerra mondiale; ma se si parla un po’ con loro, si vede che detestano gli armeni. Che insomma, se il genocidio ci fosse stato, lo avrebbero approvato; anche se non possono dirlo, spesso nemmeno a se stessi.

Freud, in un piccolo saggio famoso, “Il diniego” (Die Verneinung), colse qualcosa di simile dicendo che spesso la gente nega qualcosa proprio perché nel fondo essa la afferma. Lo vediamo ogni giorno. Se uno dice: “Non dico questo per insultarla…” si può star certi che quel che dice è davvero insultante. Ormai è un cliché il tizio che comincia col dire “Non sono razzista…ma…”, e ovviamente dirà qualcosa di razzistico.

 

Credo che ciò spieghi, nel fondo, il negazionismo climatico. Ovvero, si nega il degrado del pianeta ad opera umana perché, nel fondo, lo si approva. Cosa a prima vista sconcertante: perché sono per un degrado che danneggia anche loro? 

Ora, i negazionisti pensano che quel che conti prima di tutto è l’industrializzazione, ovvero la creazione di ricchezza, la prosperità economica, non importa a quale prezzo. Dato che – questo punto è fondamentale – questo prezzo verrà pagato dalle generazioni future, non da me. Per ora, si sa, la speranza di vita aumenta in tutto il mondo, e anche il benessere aumenta, anche se non in modo eguale, in tutto il mondo. L’importante è che stia meglio – ovvero, mi arricchisca – io, i miei figli, e al massimo i miei nipotini… Ma di quelli che verranno dopo, chi se ne importa? Après moi, le déluge. Dopo che avrò vissuto io, il mondo può andare anche in malora.

 

Conosco vari contadini, soprattutto anziani, che erano e sono di destra. In effetti, essi non amano affatto la natura che lavorano. Per loro la natura è soprattutto uno strumento per mangiare e produrre reddito, gli animali servono per essere venduti o macellati, per produrre carne o latte. Essi guardano con disprezzo il romantico rispetto della natura da parte dei cittadini e degli intellettuali, snob che non si rendono conto che la natura è un utensile per vivere. Per questa ragione contadini e allevatori detestano gli ecologisti più di qualsiasi altra ideologia politica. Ma perché “gli snob delle città” – gente che per lo più vota a sinistra – amano la natura e tendono a preservarla? Perché, non essendo pressati dall’esigenza della sopravvivenza, si possono permettere il lusso di curarsi dell’Altro, di una natura che esiste indipendentemente dai nostri bisogni, che anzi ha i suoi propri bisogni.

 

 

Le leggende metropolitane non sono solo “negazioniste”, molte sono anche “affermazioniste”. Ad esempio, quelle che affermano che i vaccini infantili provocano l’autismo, o quelle che affermano che i governi sanno bene della presenza di UFO sulla terra ma la tengono nascosta. Eppure queste affermazioni, più o meno assurde o deliranti, hanno simmetricamente un significato di negazione. Nel caso degli anti-vax, come sono chiamati, viene negata la validità della medicina scientifica: si afferma che i genitori dei bambini la sanno più lunga di illustri biologi. Si contesta così la comunità scientifica prevalente, denunciata come “potere forte”. Credere nelle visite degli UFO è negare la sincerità di chi ci governa. Nell’un caso si attacca il potere della medicina, nell’altro caso si attacca il potere politico. Il negazionismo afferma qualcosa di indicibile, di insostenibile, l’affermazionismo delle leggende moderne nega l’attendibilità di poteri che non si possono criticare, la scienza medica e le istituzioni che ci governano.

 

Vent’anni fa chiesi, in modo anche polemico, a Michel Rocard, primo ministro socialista per alcuni anni e universalmente considerato come uno dei politici più colti e intelligenti della Francia, perché tutti i grandi partiti francesi, sinistra inclusa, fossero per il nucleare, mentre da noi, in Italia, prevale sia a sinistra che a destra un rigetto dell’industria nucleare pacifica. Lui stesso ammise di essere fautore del nucleare, e disse più o meno: “L’unica vera alternativa alle centrali nucleari è il carbone. Se continuiamo a usare carbone, si è calcolato che la vita umana sul pianeta finirà circa 25.000 anni prima che se non si usasse il carbone. Io penso a queste generazioni che hanno diritto di esistere”. Ora, possiamo anche non condividere la sua argomentazione, possiamo anche ribattere che egli sottovalutava le energie rinnovabili, che il nucleare non è la sola alternativa al carbone, ecc. Non è questo il punto. Quel che mi colpì è che Rocard si preoccupasse del destino di generazioni umane che sarebbero vissute da qui a qualche milione di anni. Di esseri umani che non avrebbero certo votato per lui né per il suo partito. Capii quindi che cosa significa essere di sinistra – se questa auto-classificazione ha ancora un senso – al di là dei luoghi comuni e della retorica di tanta sinistra: preoccuparsi degli altri. “I care” fu lo slogan che lanciò Walter Veltroni quando era segretario del Partito Democratico. Preoccuparsi degli altri anche se vivranno tra secoli, o se vivono a migliaia di chilometri di distanza da noi. O se appartengono ad altre culture, religioni o parlano lingue strane. Propongo quindi una definizione minimalista di “essere di sinistra”: avere un largo orizzonte, nello spazio e nel tempo. Inversamente, si odia la sinistra, si è istintivamente di destra, quando si restringe il proprio orizzonte, quando sulla cura del “noi” prevale l’interesse di “noi altri” (Cosa Nostra, come si auto-definivano i mafiosi americani).

 

Da qui il sovranismo, il nazionalismo, il patriottismo. Si è di destra quando non ci si considera affatto responsabili delle generazioni future, a parte la cerchia ristretta dei familiari. Questa è l’unica spiegazione plausibile dell’anti-ecologismo. E dell’antipatia viscerale per la testimonial dell’ecologismo, Greta Thunberg: questa ancora-bambina dall’aria fragile irrita profondamente l’uomo e la donna di destra perché sembra incarnare uno spettro, quello che chi è di destra non vuole affatto vedere: le generazioni future. E il messaggio di Greta, in effetti, è centrato sulla denuncia dell’indifferenza delle generazioni adulte nei confronti dei giovani, in realtà dei posteri.

Mi si dirà che anche l’estrema destra a suo modo si cura dei posteri, purché siano della propria nazione. Hitler predicava un predominio germanico che sarebbe dovuto durare almeno un millennio. Qui l’Altro di cui infischiarsene non erano i posteri, ma i non-tedeschi. Essere di destra, che oggi coincide quasi sempre più con l’essere neo-fascista, è comunque una rivendicata restrizione dell’orizzonte: o non tener in alcun conto i posteri (restrizione nel tempo) o non tener in alcun conto gli stranieri (restrizione nello spazio). Sempre di eliminazione di un’alterità si tratta.

 

Quindi non mi stupisce che oggi i più poveri, i meno colti, i meno internazionalizzati, si volgano sempre più a destra, mentre prima votavano a sinistra. In fondo, preoccuparsi dei posteri – o degli ebrei, o degli asiatici, o degli africani… – è considerato un lusso. Lusso che si possono permettere intellettuali, filosofi, benestanti, gente che ha risolto insomma il problema dei bisogni primari, gente che vive nelle metropoli pur avendo una dacia in campagna. Il campo visivo di chi è povero e poco colto è ristretto, fino a identificarsi con la pura sopravvivenza personale propria e dei propri figli.

Quando gli amici cercarono di consolare lo storico Lytton Strachey per i suoi mancati successi letterari, gli dissero “Scrivi per i posteri”. E lui: “Perché, che cosa hanno fatto i posteri per me?” Strachey non era certo un uomo di destra, ma questa potrebbe essere la risposta più perspicua di chi si sente di destra – leggi: neo-fascista – all’invito di preoccuparsi per chi non c’è ancora, o non sta qui.

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