Sammy Gronemann, Tohuwabohu

Tohuwabohu (Caos) – I ed. 1920, ed. consultate: Reclam, Stuttgart 2000, pp. 378 – è il primo romanzo di Sammy (Samuel) Gronemann, drammaturgo, avvocato e giurista ebreo, nato a Strasburg, allora est della Germania, in una famiglia ortodossa in cui fu educato nell’amore per il popolo ebraico e nell’interesse per la difesa della condizione giuridica degli ebrei.

 

Germania, anni Venti 

 

A Borytschev, appena fuori dalla sinagoga, un giovane studente di una scuola talmudica, Jossel, incontra giusto al di là dell’Eruv la giovane Chana Weinstein seduta su una panchina. La ragazza sta leggendo il Faust di Goethe, e Jossel si avvicina per farle notare che sta “contravvenendo al comandamento” tenendo fra le mani quel libro oltre il confine che “terminava qualche passo più in là, e dunque alla panchina su cui sedeva doveva essere arrivata trasportando qualcosa di proibito, anche se solo un libro”. Avvicinatosi per farle presente la trasgressione e il precetto, Jossel resta affascinato dall’aura di verità e dalla prontezza della ragazza, che lo ringrazia “per il gentile avviso”: “[…] chiese cosa poteva fare allora, una volta che la regola era stata trasgredita […] avrebbe dovuto tornare oltre il confine con il libro, o avrebbe dovuto posare il libro sulla panchina e lasciarlo lì? O cosa?” È questo incontro, sebbene narrato in un flashback a poche pagine dall’incipit, a rappresentare il vero inizio della storia. 

 

“Jossel era inamovibile e, quando cominciò a leggere, era in tutto e per tutto il talmudista critico e scettico. Eppure ecco in lui velata la brama di piluccare i versi del poeta – per poi avvicinare Chana tramite un oggetto a lei più connaturale del trattato sulle limitazioni dello shabat, per mostrarle quant'era arguto, e molto più bravo di quello scribacchino di libri che l’aveva condotta a trapassare i limiti.”

 

Come è ovvio, il “libro galeotto” unisce i due giovani contro ogni precetto familiare e il rifiuto di Jossel di sposare chiunque altra mette in discussione ogni convenzione, spostando l’aderenza o meno alle norme nell’ambito della “fatica”, dell’“ingegno”, dell’essere più o meno disposti a scendere a compromessi. Jossel in seguito lascerà Borytschew e si sposterà più a ovest per esplorare la “cultura tedesca” e cercare un modo per “non sentirsi costretto ad abbandonare l’ebraismo”, per dirla con parole che l’autore riferiva, altrove, alla sua vicenda biografica personale. In effetti il romanzo presenta dei nuclei autobiografici: anche se Gronemann non studiò in una yeshiva, si formò per un anno in una scuola ebraico-tedesca, e si iscrisse poi al seminario rabbinico di Esriel Hildesheimer, che nei suoi Ricordi colloca “nella Gipsstrasse” e non “a Berlino”, evidenziandone la condizione di ambiente “separato” rispetto alla realtà berlinese. In seguito però, insofferente e in disaccordo con l’impostazione conservatrice degli ebrei della Gipsstrasse che si opponevano ai movimenti riformisti, Gronemann sentì che doveva allontanarsi anche da lì “per non dover abbandonare del tutto il sentimento ebraico”. Scelse dunque di terminare gli studi in legge alla Friedrich Wilhelm e ottenne il titolo nel 1898, alle soglie della svolta del secolo, in un momento in cui la comunità ebraica più consistente di Germania rifletteva sul limine tra l’assimilazione e i miraggi di una rifioritura culturale ebraica nazionalista. Come molti suoi coetanei, Gronemann continuò a sperare in un pluralismo religioso che rendesse possibile accettare l’ortodossia, e finì per partecipare al congresso di Theodor Herzl, il primo incontro del movimento sionista di Monaco, che si tenne a Basilea nel 1900. Diventerà in seguito giudice della Corte del Congresso Sionista, ruolo che ricoprirà fino al 1933, poco prima di trasferirsi a Tel Aviv. (Sammy Gronemann racconterà poi con vivacità, pathos e ironia le sue vicende autobiografiche nel bellissimo Erinnerungen (Ricordi), Philo Verlag, Berlin 2002.)

 

 

In principio era il dubbio

 

Jossel condivide con il suo autore molti tratti, ma, ancora di più, forse, ne condivide con Chana, che da subito appare arguta, ironica e docilmente sicura di sé. La scelta di elevare a libro archetipico il Faust di Goethe dischiude una sfaccettata vicenda intertestuale. Il caos primigenio del Vecchio Testamento, richiamato nel titolo, si ordina tramite la “parola”, che quindi è il veicolo della norma, della sapienza, e per questo – ma non solo – ciò che dà forma al mondo. Nel Faust la ricerca inizia con il tentativo di tradurre il Vangelo di Giovanni “In principio era la parola”, e Jossel, incantato come Faust da un libro “potente”, dunque da una parola “potente”, acquisisce uno sguardo diverso sulla norma e non può che mettersi in viaggio: spinto da un bisogno inarrestabile di sapere, evade dalla sicura e protetta “stanza” di studio del Talmud per provare i piaceri e le meraviglie intellettuali del mondo e, sempre come Faust, affronta una serie di prove, ligio alla tradizione del romanzo di formazione e d’avventura. In analogia con un’altra figura di animo errante, Giobbe, Jossel percepisce anche tutto il dolore di ciò che vede e incontra. 

 

Il percorso di formazione di Jossel è basato prevalentemente sul dubbio. Tohuwabohu amalgama le tradizioni narrative di lingua tedesca e svela così che l’opera di Goethe non è presente solo nel richiamo al Faust, ma rappresenta il nucleo dei riferimenti strutturali, tematici e stilistici all’insieme della grande tradizione narrativa tedesca, da Grimmelshausen, al Wilhelm Meister al Verde Enrico. Jossel deve sempre mettere in discussione soprattutto le scelte che paiono già compiute: ecco quindi che il nucleo familiare dei Lehnsen (originariamente Levysohn), ebrei convertiti, è utile all’autore per far esaminare allo sguardo critico di Jossel un composito panorama di “tipi” ebraico-tedeschi della metropoli, riuscendo nell’intento di rappresentare la complessità delle situazioni con l’occhio dell’outsider. Tramite una narrazione poliprospettica, la pungente satira che colpisce le persone, i loro atteggiamenti intellettuali e soprattutto le istituzioni ridicolizza ogni posizione rappresentata, scuote le giustificazioni del potere, e però contemporaneamente mette in risalto la condizione di straniamento esistenziale degli ebrei e la tragedia del loro intimo Caos, della “confusione” da cui Gronemann non è certo che il sionismo sia una via di uscita. Nella sua “osservazione partecipata” Jossel è una lente utile a illuminare le contraddizioni del liberalismo tedesco e dello stato di diritto, che all’epoca gli ebrei vedevano come garanzia contro la mentalità dei Pogrom, imperante nell’Est europeo, ma che Gronemann svela essere maschere di un antisemitismo diffuso e capillare.

 

Il dolore per questa condizione di “impostura sociale” è più evidente – perché meno rielaborato – nelle Erinnerungen (Ricordi), dove risaltano la sensibilità e la profonda umanità di uno scrittore per cui la conciliazione di tre istanze giuridiche (legate rispettivamente al diritto ebraico, al diritto prussiano e in seguito al diritto internazionale) cedono il passo a una più alta e profonda concezione dell’umanità e delle scelleratezze quotidiane. Ma nella raffinata rielaborazione letteraria Jossel si fa vero tramite, “traduttore” tra i due mondi, e mentre nei Ricordi la legge ebraica che portava i consessi giuridici a discutere di cibi e bevande, delle regole del sabato e delle vacanze, viene svelata nelle sue inevitabili contraddizioni, in Tohuwabohu tutte le esperienze, anche le più dolorose, sono ricondotte alla “questione ebraica” e alla posizione da assumere rispetto alla circostanza, così come il “giudizio” è legato allo sviluppo eminentemente letterario della vicenda.

 

 

La lingua e il linguaggio sono per il protagonista del romanzo come per Gronemann stesso il nucleo della generazione del Caos, ma anche l’unico strumento in grado di sciogliere la matassa intricata che connette la condizione ebraica a lui contemporanea con il legame limitante dei precetti del Vecchio testamento. Autore e personaggio in questo sono davvero affini: ogni occasione va sfruttata per restituire alla parola tutto il suo potere dirompente, tramite il riconoscimento innanzitutto della sua polisemia e alla proteiformità di una parola che resti poetica. Anche in contesti che sembrerebbero inappropriati, Gronemann non perdeva occasione di manifestare queste sue convinzioni: durante la Prima Guerra mondiale, restituito al fronte dopo un periodo di ricovero, Gronemann viene inviato in una squadra speciale di “intellettuali” – tra cui Arnold Zweig e artisti come Hermann Struck – che gestivano la “comunicazione” nei territori dell’Est (tra Byalistok, Vilnius e Kauna). Ecco che Gronemann partecipa a un esperimento di geniale ironia: la compilazione del Sieben Sprachen Woerterbuch (dizionario delle sette lingue) che traduceva le espressioni del linguaggio militare e amministrativo tedesco nelle lingue dei paesi occupati e delle loro principali minoranze: polacco, russo, bielorusso, lituano, lettone e yiddish. Questa operazione partiva dalla necessità di tradurre anche istruzioni pratiche, e Gronemann fu incaricato delle traduzioni in yiddish, lingua che però non conosceva davvero bene. Decise perciò di lasciar spazio alla sua ironica creatività, generando interessanti e a volte quasi comiche commistioni tra lingua giuridica e militare (il libro, pubblicato a guerra terminata, è oggi disponibile su archive.org).

 

 

D’altra parte, fu in quel periodo che Gronemann ebbe modo di entrare in contatto con l’ebraismo orientale meno assimilato e con un modo diverso di frequentare la sinagoga, le strade e i ristoranti, con un forte senso di comunità: tutto il mondo dipinto da Ascheim in Brothers and Strangers (1986) e per lungo tempo considerato “il mo(n)do ebreo europeo”. È da quel mondo che hanno origine Der Ostjudische Antlitz di Zweig, le acqueforti di Struck, e, di Gronemann, Hawdoloh und Zapfenstreich: Erinnerungen an die Ostjudische Etappe 1916-18 (Hawdalah e contrassegni militari, Memorie della campagna ebrea orientale 1916-18). È questo il sostrato del romanzo, che riconosciamo nella pluralità dei tipi presentati, nei loro dialoghi rapidi e arguti, nei sentimenti di gioia e di dolore profondo continuamente rivelati e contenuti nell’ironia del disincanto sulla possibilità di una quiete dell’animo che possa dar fine all’erranza. 

 

Valgano ad esempio il lungo brano in cui la decisione di Lehnsen di intraprendere il percorso dell’assimilazione viene messa in discussione, energicamente, da Schlenker, il cugino di Jossel, o il vivace dialogo, in cui traspare la dimestichezza drammaturgica di Gronemann, tra il pastore Bode, che vuole evangelizzare gli ebrei di Borytschew, e il preside Stroesser, che aggiunge all’antigiudaismo del pastore un deciso antisemitismo razzista. E anche se il labirintico romanzo ha una sua uscita nell’idea di Terra Promessa, la sottile presenza di spirito di Gronemann pone la partenza di Jossel in relazione alla sapienza religiosa ebraica secondo cui il Tashuw Hei sarebbe anche la Tschuwa, il ritorno a casa, che è “Quiete” ma anche rammarico per ciò che si è perso; la decisione di modificare se stessi e il tentativo di dare voce alle intenzioni di “cambiare direzione” è sempre e comunque l’oltrepassare un limite dapprima percepito come invalicabile o autoimposto, una trasgressione che è, proprio come nel Faust, mezzo di conoscenza di sé. Il viaggio e la partenza sono sempre in relazione con il ritorno all’autentico, perché il ritorno e l’abbandono contengono in sé sempre anche il loro contrario. 

 

La traduzione delle citazioni è di Paola Del Zoppo.

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