Il Tram post-pop di Antonio Latella

USA, anni Quaranta: la culla dell’American Dream comincia a scuotersi. Passato e futuro convivono fra le performance poetiche beat e la caccia alle streghe del maccartismo, mentre le ricerche dirompenti dell’espressionismo astratto e il successo planetario del rock’n’roll sono lontani anni luce dai sobborghi della rampante nuova borghesia operaia, dove si va affermando l’unità abitativa mono-familiare, con elettrodomestici sempre più sfavillanti e il neonato immaginario televisivo – in un cortocircuito politico e culturale che di lì a poco segnerà tutto il secolo.

 

 

Un prodotto preciso e straziante che rimanda a quel nugolo di esplosive giustapposizioni – che tanto sembrano aver da dire sulla condizione socio-politica e culturale in cui versa oggi l’Occidente – è Un tram che si chiama desiderio, testo in parte autobiografico che ha consacrato al successo (e allo scandalo, visti i tanti tabù toccati) Tennessee Williams nel 1947, dove vecchio e nuovo, ricchezza e povertà, integrità e cinismo si sfidano, si mescolano e si scontrano. Poco rappresentato sui palcoscenici italiani e ora riportato alla ribalta dalla regia di Antonio Latella, racconta il crollo psichico e nervoso di Blanche DuBois (Laura Marinoni), classica e snobbissima “southern belle”, costretta – andando a vivere in due stanze a New Orleans – a confrontarsi con la nuova borghesia urbana rappresentata dalla sorella Stella (Elisabetta Valgoi) che la ospita assieme al marito Stanley (Vinicio Marchioni), operaio e amante del bowling.

 

 

Si parla di American Dream (e soprattutto del suo disfacimento) anche perché Latellasembra averlo eletto di recente a proprio nucleo di indagine: il penultimo lavoro è ispirato a Via col vento e l’allestimento del Tram a dir poco trabocca di riferimenti post-pop – tutti gli attori indossano t-shirt con icone-chiave dell’immaginario pop (da Marilyn ai teschi di brillantini di Damien Hirst) e si dividono fra coca-cola, bolle di sapone e pop corn, mentre la scena è invasa a coriandoli e paillettes e la colonna sonora ammicca tanto al mondo del musical che a hit celebri dei Led Zeppelin e dei System of a Down.

 

 

Ma la vivacità dell’immaginario pop continuamente richiamata dallo spettacolo è solo un feroce contrappunto: l’altra cifra del lavoro si sviluppa verso ulteriori toni e direzioni, che vanno insieme a costruire una sorta di grumo nero, inquietante quanto preciso, al cuore del disfacimento del Sogno americano (e occidentale). La regia di Latella consegna al pubblico un Tram dall’impostazione decisamente astratta e minimalista: pochi tratti di colore in un preciso contrappunto di luce e ombra scandito dal candore dei mobili – ossature di arredi montate su ruote, sovrappopolati di luci e microfoni quasi fosse un set cinematografico – e dal nero del fondale; costumi semplici (jeans, tute e t-shirt), pochi accessori e ancor meno “effetti speciali” di grande semplicità ed efficacia; l’azione è ridotta all’osso, così come l’interpretazione degli attori – scarnificate entrambe dalla possanza della parola (e dallo straordinario lavoro vocale della compagnia). Nessun cedimento emotivo per uno spettacolo che viene continuamente descritto o previsto dalla “didascalia vivente” (Rosario Tedesco, anche dottore di Blanche), una cifra ormai distintiva di Latella che sembra ammiccare a una interessante “terza via” di rapporto con il pubblico per il teatro di regia fatta di un intreccio di immedesimazione e straniamento, di astrazione e realismo.

 

 

Ma a un certo punto tutto cambia. L’ambiente domestico sembra mutarsi nello spazio psichico di Blanche, mentre la sintesi astratta che domina tre quarti dello spettacolo è gradualmente corrosa da inserti vagamente “naturalistici”: qualche costume più adatto all’epoca, le luci in sala sempre accese che si affievoliscono e l’incremento della partecipazione emotiva degli attori (didascalia vivente compresa) fino all’eccesso delle scene melodrammatiche che si accavallano a metà del secondo atto.

 

 

“Non lo voglio il realismo, voglio la magia”, tuona a un certo punto Blanche. Anche in questa versione, inizialmente rassicurante nel suo fiero astrattismo minimalista e nel suo effetto analitico-straniante, lo spettatore è destinato a sprofondare nella follia della protagonista: si trova a scoprirsi complice di quell’insofferenza verso l’eccessivo mimetismo di cui si infarciscono immagini e azioni, altrettanto incapace di sostenere l’incontro-scontro con la nuova realtà del boom (che conduce infine Blanche al manicomio), a sprofondare in quel senso di irresoluta inadeguatezza che appartiene alla genealogia e all’attualità della società in cui ancora oggi ci troviamo a vivere.

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