Zombitudine

Il futuro incombe dal buio di adesso. C’è, ma non si vede, perché capita ad altri. A Loro: gli Zombi. La vita dura un battito di ciglia, le banche, la finanza, le multinazionali sono morti che vivono per sempre. È la fine che abbiamo fatto e continuiamo a fare in Italia. Ogni giorno di più.
Bisognerebbe strappare la biografia del presente al limbo della crisi economica ed esistenziale e dirigerla in ciò che vogliamo impersonare: una comunità da difendere. Zombitudine, scritto, diretto, interpretato e prodotto da Elvira Frosini e Daniele Timpano ci fa sbancare il lunario della sopravvivenza con una bomba di ironia a grappolo mezza viva e mezza morta. Un nudo integrale delle paure di cui non possiamo fare a meno per morire da vivi. Un varietà esalante fuochi d’artificio sul “fine pena mai” di esistere, che seziona l’attualità con il bisturi dell’immaginario horror.

 

Fotografia di Donato Acquaro

 

Un uomo e una donna, le fedi al dito, sono “rifugiati teatrali” insieme al pubblico. Vestiti con abiti color pastello, hanno con sé solo una valigia e camminano in lungo e in largo, cercando di (far) prendere una posizione sulla conquista della nostra Penisola da parte degli Zombi. I due, però, sono co-stretti in proscenio: il grande sipario acceso di un rosa caramelle, un po’ melodramma zuccheroso un po’ circo decaduto, rimane chiuso. Lì dentro cova l’epicentro di ciò che non credono possibile, ma per ora la minaccia grava soltanto sulla libertà di movimento, schiaccia le gambe, non lo spirito. Ci si può quindi battibeccare sulla Loro invasione dell’Italia come se si trattasse di scegliere il colore della carta da parati per il soggiorno.
Questa atmosfera da apocalisse sospesa ammantata di tocchi anni ’50 (le scene e i costumi sono di Alessandra Muschella) fa di Zombitudine un Vacanze Romane stravolto da Tim Burton. Frosini e Timpano intendono criticare il teatro “classico” che distribuisce pannicelli caldi a un pubblico che vuol essere rassicurato nelle sue convinzioni, ma così rappresentano anche quanto sia quotidiano lo scontro con i morti viventi, familiare e quasi casalingo. Ci riguarda tutti. Da vicino.

 

Fotografia di Donato Acquaro

 

I primi Zombi, comunque, erano stati avvistati già l’anno scorso a Roma, al Teatro India, quando i due autori attori, insieme ad altre 17 compagnie romane, partecipavano al progetto Perdutamente Atti, distrazioni, incidenti, teorie sul tema della perdita, promosso dal Teatro di Roma.
Lo spettacolo è poi il passo coerente dei percorsi individuali di questa coppia d’arte e di vita che ha diviso lo stesso palco l’ultima volta nel 2009 con Sì, l’ammore no!, in cui facevano a pezzi le retoriche romantiche. Seguendo un profilo di indagine su cui Elvira Frosini ha riflettuto per Digerseltz, in Zombitudine la coppia di sposi ha sempre fame, la fame atavica degli attori, di Arlecchino, e l’unico modo per sfamarsi è “darsi in pasto” agli spettatori dando spettacolo di sé. La morte come lente d’ingrandimento dei mali del nostro Paese, ossessione prospettica di Daniele Timpano, passa invece senza soluzione di continuità dalla biografia del presente attraverso il passato dei “non morti” Mussolini, Mazzini e Moro (la storia d’Italia definita “cadaverica” da Graziano Graziani nel libro edito da Titivillus che raccoglie i suoi monologhi Dux in scatola, Risorgimento pop e Aldo Morto) all’auto-biografia del presente attraverso il presente dei “non vivi”, gli Zombi. In più, l’auto-reclusione in teatro alla base di Zombitudine è diretta emanazione della “reality piéce” messa in scena quest’anno da Timpano negli stessi giorni del sequestro Moro, Aldo Morto 54 (Premio Nico Garrone 2013): la sera sul palco con Aldo Morto e il giorno connesso a Internet da una cella appositamente ricostruita nel Teatro dell’Orologio di Roma.

 

Fotografia di Donato Acquaro

 

Gli Zombi, dunque, non fanno tanto gli schizzinosi: sono a caccia di tutti, nessuno escluso. Per questo, Elvira Frosini e Daniele Timpano tengono il pubblico costantemente sulla corda di dialoghi incalzanti, in un modo personalissimo che alterna bastone e carota, come le pile che per dare energia agli apparecchi elettronici devono stare l’una a rovescio dell’altra: tirano schiaffi al pensiero comune e poi gli accarezzano la guancia, accelerano il ragionamento poi frenano di colpo e quello che lasciano sul palco sono le strisciate nere di parole dissacranti e il puzzo del terrore mortale di riconoscere chi sono davvero i morti viventi. E chi sta meglio tra noi e Loro.

 

Fotografia di Donato Acquaro

 

Piena dunque di saliscendi, svolte repentine, frasi serrate come vie che obbligano a tenere la testa alta sopra la banalità della punta delle proprie scarpe, la scrittura scenica di Zombitudine è paragonabile alla conformazione di Genova, la città che lo ha ospitato per un mese in residenza al Teatro della Tosse (coproduttore insieme a Fuori Luogo – La Spezia e all’Orologio di Roma), dove lo abbiamo visto debuttare in prima nazionale. Un pensiero mai definitivo, sempre “in cammino” per restare centrato sul nuovo. Allo spettacolo, d’altronde, si affianca Walking Zombi, apparizioni cittadine di Zombi, tanto performative quanto promozionali, create con risorse attoriali del territorio per andare a stanare chi fa fatica a venire in teatro perché non sa riconoscere che esistono anche delle Frosini e dei Timpano che parlano la sua stessa lingua e abitano il suo medesimo tempo.

 

Fotografia di Ilaria Scarpa

 

Quando Loro arrivano, perché arrivano, dando corpo morto alla minaccia, hanno lo sguardo delle file sulla scala mobile degli outlet all’uscita dell’autostrada. Vuoto e combattivo. Guidati da un pastore di anime morte si spargono per la platea manifestando con cartelli e slogan una resurrezione impossibile, incarnano tanto le esistenze perdute nella compravendita di sé quanto gli angeli sterminatori tornati in vita per vendicarle.
La difesa della comunità, però, è una luce ormai spenta in sala. Il pubblico non si è mosso dalle sue posizioni iniziali: seduto e al buio. Elvira Frosini e Daniele Timpano, lasciati soli, diventano un ricordo che non si ricordano. Il sipario finalmente si apre, ma un teatro così, diviso tra sopra e sotto il palco, non può dare che un fumo fatuo in occhi che non sanno dove andare, ma ci vanno lo stesso. Noi siamo quello che può succedere. Noi Zombi di oggi noi.

Fotografia di Michela Gatti

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