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Siamo i più intelligenti del reame?

«Specchio, specchio delle mie brame, chi è il più intelligente del reame?». Sembra sia questa la domanda che oggi ossessiona etologi, evoluzionisti e neuroscienziati. Ne è convinto Frans de Waal, etologo e primatologo olandese di fama internazionale che all'intelligenza degli animali ha dedicato un saggio molto interessante e altrettanto piacevole: Siamo così intelligenti da capire l'intelligenza degli animali? (Raffaello Cortina). Finito, e speriamo per sempre, il tempo in cui, con stentorea e ottusa fermezza, si dichiarava che senza alcun dubbio gli uomini sono più intelligenti delle donne e i bianchi lo sono più di tutti gli altri; oppure – suscitando meno sgomento – che il cane lo è più del gatto, l'attenzione degli studiosi di scienze naturali sembra essere tutta presa a dimostrare che, almeno, l'essere umano è più intelligente degli altri animali. 

 

Intelligente, certo, ma anche un po' ondivago. Un tempo, infatti, dire più intelligente degli altri animali, e non semplicemente degli animali, sarebbe stata un'affermazione intollerabilmente offensiva per orecchie umane, perché implica che gli uomini appartengano al mondo animale. Per questo motivo de Waal sostiene che in realtà, «il confronto non è fra gli esseri umani e gli animali, ma fra una specie animale – la nostra – e una grande varietà di altre». Oggi le cose sono molto cambiate. Il nostro punto di vista sugli animali, il modo in cui li percepiamo e ci rapportiamo con loro deriva dalla consapevolezza che non abbiamo di fronte, come si pensava un tempo, delle sorte di «macchine stimolo risposta» o dei «robot dotati geneticamente di istinti utili». Come potremmo vederli così quando sappiamo, afferma de Waal, che i ratti possono pentirsi delle decisioni prese e le cornacchie sono in grado di usare e addirittura costruire utensili, o che i polipi riconoscono le facce mentre le scimmie hanno neuroni che «permettono alle une di imparare dagli errori delle altre»?

 

 

E qui il nostro atteggiamento ondivago: non solo oggi i media pubblicano sempre più informazioni, storie e video in cui si mostra quanto gli animali ci assomiglino, ma escono articoli e studi – sempre scientifici e sempre di prestigiose università, soprattutto americane – che ci instillano piano piano il dubbio che forse siamo meno intelligenti di loro. Uno recente, ad esempio, sostiene che i cani non ubbidiscano ai comandi dei proprietari quando questi danno ordini non intelligenti (per fortuna il mio cane di solito mi ubbidisce!). De Waal non ritiene corretto questo modo di confrontarsi con gli animali in termini gerarchici, perché ogni specie ha le sue proprie competenze, ma ritiene che la cognizione umana – intesa come la capacità di trattare le informazioni a proprio vantaggio – sia una varietà della cognizione animale. Condivide, dunque, l'opinione darwiniana secondo cui «la differenza mentale tra gli esseri umani e gli altri animali [è] di grado e non di genere».

 

L'ostacolo fondamentale che si frappone allo studio e a una corretta valutazione dell'intelligenza animale, secondo de Waal è il nostro antropocentrismo. Da millenni siamo abituati a pensare il mondo biologico collocandolo su una scala naturae elaborata da Aristotele, sulla quale al gradino più alto stanno gli esseri umani poi, via via, scendendo, tutti gli altri, dai più simili a noi fino ai più diversi, come insetti e molluschi che occupano i gradini più bassi. Tendiamo, perciò, a valutare ogni altra specie in rapporto a noi stessi: quanto è più simile a noi, tanto più ci sembra intelligente e capace. Di conseguenza commettiamo l'errore di valutare gli animali in base alle nostre capacità invece che in base alle loro, mentre «l'unico modo per apprezzare pienamente l'intelligenza animale» è di guardare il mondo come lo guarda l'animale stesso, considerando l'ambiente in cui vive, le sfide che gli pone e il modo in cui le affronta e le risolve, perché gli animali di norma «sanno solo quello che hanno bisogno di sapere». Questo problema, afferma de Waal, è molto importante soprattutto per quanto riguarda la preparazione di test adeguati: «Come si fa a sottoporre a un test del quoziente d'intelligenza uno scimpanzé – o un elefante, o un polpo, o un cavallo?... I dettagli metodologici sono molto più importanti di quanto tendiamo ad ammettere, cosa che è particolarmente pertinente quando confrontiamo specie diverse.» Si è visto, per esempio, che i ricercatori maschi provocano una condizione di stress nei topi, il che non accade quando gli esperimenti sono condotti da ricercatrici; la cosa ha probabilmente a che fare con il loro diverso odore.

 

Ne consegue che i risultati dei test condotti dagli uomini e dalle donne sono diversi. È solo un esempio tra i tanti che de Waal riporta per sottolineare la necessità di sottoporre gli animali a test che siano in accordo con la loro biologia e lascino sullo sfondo il ricercatore: «Solo sottoponendo a test scimmie con scimmie, lupi con lupi e bambini con adulti umani, noi possiamo valutare la cognizione sociale nel suo contesto evoluzionistico originario». Per dirla in altre parole, se gli scimpanzé conducessero un esperimento su dei bambini per valutarne le capacità rispetto a quelle che per loro, gli scimpanzé, sono importanti, i bambini molto verosimilmente non li supererebbero. Parafrasando il titolo del saggio di de Waal, possiamo chiederci se gli scimpanzé sarebbero così intelligenti da capire l'intelligenza umana! Il punto non è questo, evidentemente, ed è indubbio che gli altri animali non sono in grado di valutare la nostra intelligenza, mentre può essere vero il contrario. Però, avverte de Waal, per capire l'intelligenza degli altri animali non bastano la nostra intelligenza e la nostra ingegnosità, ci vogliono anche onestà intellettuale, apertura mentale e rispetto per loro. 

 

Opera di Ericailcane.

 

Negli ultimi decenni gli etologi hanno studiato il comportamento di diversi animali – primati soprattutto, ma anche delfinidi, balene, corvidi, fino ai molluschi dei quali il polpo ha rivelato cose davvero sorprendenti – sia nel loro habitat sia in cattività. De Waal è diventato famoso per i suoi studi sul comportamento sociale dei primati che l'hanno convinto della loro capacità di risolvere conflitti, di provare empatia, di sapersi mettere nei panni di un altro, di condividere e di cooperare per raggiungere un fine comune. Tanto da ritenere possibile parlare di qualche forma di autoconsapevolezza e di comportamenti che non possono non suggerire un germe di cultura in alcuni primati. Questioni molto sottili e tecniche sulle quali l'accordo anche tra gli scienziati è molto difficile, anche perché spesso è imbastito di questioni interpretative soggettive. Complesso è, ad esempio, il tema del linguaggio considerato generalmente il tratto distintivo dell'umanità e al quale si lega strettamente quello della coscienza, come abbiamo visto parlando, su Doppiozero, del saggio del neuroscienziato Joseph LeDoux, Ansia – un libro in cui si possono trovare punti di vista diversi da quelli di de Waal e altrettanto interessanti. De Waal si dichiara scettico riguardo al ruolo del linguaggio e afferma: «La mia diffidenza nei confronti del linguaggio è ancora più radicata, non essendo io convinto del suo ruolo neanche nel processo di pensiero.

 

Non sono sicuro di pensare con parole e mi pare di non avere mai sentito alcuna voce interiore». Un'affermazione forse un poco provocatoria, che l'autore mitiga poche pagine più avanti asserendo: «Non mi sentirete dire spesso cose come queste, ma io ritengo che l'uomo sia l'unica specie linguistica. Sinceramente non abbiamo prove di una comunicazione simbolica ricca e multifunzionale come la nostra al di fuori della nostra specie. Questa sembrerebbe la nostra fonte magica, quella da cui scaturisce qualcosa in cui siamo eccezionalmente bravi... Uno scimpanzé non ha alcuna possibilità, a posteriori, di spiegare come siano andate le cose… ho fatto mia l'opinione piuttosto semplice che il primo e principale vantaggio del linguaggio sia quello di trasmettere informazioni che trascendono il qui e ora…».

Il libro di Frans de Waal ci spinge a riflettere su quanto sia ingiusto e superficiale il modo in cui ci rapportiamo agli altri animali. Nei loro confronti pecchiamo di crudeltà e di superbia. Dobbiamo cambiare atteggiamento, il che non vuol dire umanizzare gli animali – un'altra forma di disprezzo venato di condiscendenza – né diventare vegetariani, anche perché come molti di loro siamo carnivori.

 

Significa rispettarli, capire che abbiamo delle responsabilità verso di loro come verso tutto il creato. Se davvero pensiamo di essere i più intelligenti del reame questa intelligenza superiore deve manifestarsi per quello che veramente implica: abbiamo più responsabilità di tutti gli altri. Nel mondo antico, animista, si cacciavano gli animali ringraziandoli perché il loro sacrificio permetteva agli uomini di vivere. Oggi gli animali domestici sono trattati come figli, mentre altri animali d'allevamento sono costretti a vivere vite tremende per essere poi uccisi senza alcun riguardo per le loro sofferenze fisiche e la loro paura. Questo non è degno di un essere umano consapevole e intelligente. Io non dimenticherò mai il senso di vergogna che ho provato guardando negli occhi un orango chiuso in una gabbia allo zoo di Berlino, molti anni fa: mi guardava con un dolore e un disprezzo che mi hanno costretta a distogliere lo sguardo. Ma cos'è che ci rende umani?

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Opera di Ericailcane.