Don Milani, cristiano di frontiera

27 Maggio 2023

Vivere una vita del tutto improntata all’insegnamento evangelico non è facile. Chi lo fa, o cerca di farlo, spesso deve pagare un prezzo molto alto in termini di incomprensione, isolamento sociale, solitudine morale. Il Vangelo è profezia di un mondo buono verso il quale cerchiamo di tendere nel corso della Storia, senza mai raggiungerlo ma senza mai perderlo di vista. Per questo lo sguardo del cristiano volge al futuro mentre la sua azione è intensamente coinvolta nella vita quotidiana di ogni giorno. Spinti dallo Spirito che soffia dove vuole, questi cristiani lasciano il territorio sicuro della mentalità comune, si spingono con fiduciosa temerarietà oltre le barriere del loro ambiente sociale e religioso e trasformano i confini, che per loro natura separano e rinchiudono, in frontiere di una terra aperta, poco conosciuta e anche pericolosa se si vuole, dove è possibile incontrarsi e testimoniare l’amore di Dio attraverso l’amore per l’uomo. Alcuni, per farlo, devono attraversare oceani e deserti, altri devono soltanto aprire gli occhi alla realtà che li circonda. Con le loro azioni spingono avanti la Chiesa, sempre fin troppo prudente nel rispondere alle esigenze di un mondo che non resta mai fermo.

Nel secolo scorso, tempo di stravolgimenti epocali, molte personalità di questo genere sono state salutari spine nel fianco della Chiesa, voci profetiche che con la loro vita e le loro opere hanno indicato il cammino da percorrere, ognuna in ambiti e Paesi diversi, ma tutte animate da una vera passione per Dio e per l’uomo, decise a difendere la dignità dei più umili e poveri, degli scartati dalla società, vivendo insieme a loro e condividendo le loro difficoltà e la loro emarginazione. 

Uno di questi fu senz’altro don Lorenzo Milani, del quale il 27 maggio ricorre il centenario della nascita. Della sua vita e della sua esperienza pedagogica con i giovani figli di contadini dell’isolatissimo borgo di Barbiana, è stato scritto molto. Ora Mario Landi, che di Milani fu amico, aiuta a completarne il ritratto arricchendolo con alcune memorie personali nel suo libro “Tutto al suo conto”. Don Lorenzo Milani con Dio e con l’uomo (San Paolo). Don Milani era fuori «da ogni schema allora comprensibile nell’ambito ecclesiastico», spiega Landi. Egli voleva che i figli dei contadini e degli operai potessero uscire dalla loro condizione di emarginazione acquisendo abbastanza cultura e capacità di esprimersi da sapersi difendere dall’umiliazione e dallo sfruttamento. La sua frontiera era la separazione economica e sociale tra le classi, a quell’epoca nettissima, determinata dall’impossibilità dei più poveri di accedere a un’educazione veramente paritaria. I figli dei poveri arrivavano a scuola con uno stigma già cucito addosso, per il fatto stesso di non avere la sicurezza e il linguaggio che l’appartenenza a una famiglia agiata e colta garantiva. 

Più o meno negli stessi anni, altre voci si levavano a richiamare i cattolici e la Chiesa a prestare attenzione ai cambiamenti di una società in profonda evoluzione, a non ignorare le sofferenze, le ingiustizie, le scelte sbagliate di governi troppo pronti a sacrificare i valori umani sull’altare di un’economia fortemente in crescita. Voci di profeti moderni come quella dell’americana Dorothy Day (1897-1980) fondatrice del 

Catholic Worker, giornale dal quale poi è nato un movimento formato da molte comunità autonome, ancora oggi attive, che offrono vitto e alloggio a senzatetto e persone in difficoltà. Giornalista, pacifista e attivista sociale, la Day è stata citata, insieme a Thomas Merton, da papa Francesco durante la sua visita negli Stati Uniti del 2015 tra le quattro personalità che hanno fatto grande l'America. Thomas Merton (1915-1968), fu monaco trappista e scrittore di fama. I suoi superiori tentarono inutilmente di proibirgli di scrivere e pubblicare su temi sociali e sulla guerra del Vietnam di cui fu accanito oppositore (e probabilmente fu ucciso per questo, come risulta da un’accurata indagine pubblicata nel 2018, cinquantenario della sua morte, nel libro-inchiesta di Hugh Turley e David Martin intitolato The Martyrdome of Thomas Merton). Merton scrisse e parlò apertamente sin dagli anni Cinquanta contro la politica americana, il razzismo, la guerra, la manipolazione ideologica, la corsa sfrenata al consumismo. Tutte questioni politico-sociali rispetto alle quali egli riteneva che ogni cristiano fosse chiamato a mettersi in gioco, a decidere come reagire, fino a che punto opporsi apertamente e attivamente in nome di un radicalismo non ideologico né violento ma, piuttosto, pienamente cristiano. 

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Ivan Illich (1926-2002), fu un’altra figura eminente di cristiano e sacerdote al quale fu spesso attribuito l’appellativo di profeta, a lui nient’affatto gradito. Nella sua lunga attività di scrittore e conferenziere criticò con decisione la rigidità delle istituzioni scolastiche e religiose, e portò alla luce l’ipocrisia delle attività missionarie promosse dagli Stati Uniti in Centro-America che, a suo parere, mascheravano con finalità religiose la volontà di divulgare e difendere il modello socio-economico nord-americano. 

La frontiera di Madeleine Delbrêl (1904-1964), “una donna da non credere” come la definì un amico, fu la periferia operaia comunista di Ivry, presso Parigi. Qui scelse di vivere la stessa vita dei lavoratori da cristiana ordinaria, diventando loro amica, senza segni esteriori né proclami, semplicemente comportandosi da cristiana e collaborando con loro in tutto ciò che poteva concorrere al bene comune. 

Leggendo il libro di Landi su don Lorenzo Milani mi sono venuti in mente tutti questi personaggi che mi sembrano avere molto in comune, al di là delle loro peculiarità. Partendo dall’ateismo o dall’indifferenza religiosa, poi appassionati del Vangelo si sono impegnati non a diffonderlo ma a viverlo, amando i deboli, gli scartati, gli sconfitti. Dorothy Day vivendo con i disoccupati e gli alienati, Madeleine Delbrêl con gli operai e la gente di strada, Ivan Illich con gli immigrati portoricani, Lorenzo Milani con i figli dei contadini e degli operai prima a Calenzano e poi a Barbiana. Tutti hanno incontrato in modi e misura diversi l’ostilità e l’incomprensione ma sono oggi riconosciuti come figure esemplari, modelli da seguire e a cui ispirarsi (solo Ivan Illich, forse, è ancora non pienamente “riabilitato”). E tutti sono stati accusati di avere simpatie comuniste, il peccato imperdonabile negli anni della guerra fredda. A tal proposito, Mario Landi scrive nel suo libro quello che don Lorenzo gli disse un giorno a Barbiana: «Il comunismo ha ingannato i poveri due volte: primo, non ha dato loro il pane che aveva promesso, secondo, ha rubato loro l’anima». La Delbrêl , che aveva avuto una vera e propria tentazione comunista scrisse di averla superata per le stesse ragioni, dopo avere letto Lenin e la religione, in cui scoprì non solo che l'ateismo è una parte costitutiva del marxismo, ma anche che ne era uno «scopo primordiale» da perseguire sia attraverso delle azioni specifiche, sia educandovi le persone così che «la fede avrebbe dovuto estinguersi per asfissia». La tentazione comunista l’abbandonò del tutto e continuò ad amare “i comunisti” ritenendoli i più poveri tra i poveri. 

Se la dolcezza di carattere, la gentilezza naturale rendevano facile a Madeleine Delbrêl avvicinare le persone, e meno difficile trattare con gli ambienti ecclesiastici ostili alla sua missione, don Milani fu invece ostacolato da un carattere non facile. Scrive Landi: «appariva molto rigoroso, eccentrico, coerente al massimo grado, esigente verso se stesso e verso gli altri, talmente franco nel parlare da apparire offensivo». Anche per questo «nella sua vita fu oggetto di giudizi molto ingiusti» e dovette patire molte amarezze, mentre «una più serena accoglienza delle diversità nella Chiesa gli avrebbe risparmiato tante sofferenze e ci avrebbe risparmiato tanti rimpianti», ha ricordato il cardinale Betori nel discorso pronunciato nel cinquantesimo anniversario della morte del priore di Barbiana. 

Anche papa Francesco ha voluto riabilitare la memoria di don Milani nel discorso tenuto durante la sua visita a Barbiana il 20 giugno 2017. Benché la Storia non si possa cancellare né sia possibile dimenticare le amarezze patite da don Lorenzo, ha affermato, con la sua presenza egli voleva offrire un riconoscimento dell’opera, della fede e della rettitudine del priore così che ognuno potesse vedere «in quella vita un modo esemplare di servire il Vangelo, i poveri e la Chiesa stessa».

Accomunati dal desiderio profondo di giustizia e dall’amore per i deboli, Milani, Day, Delbrêl, Merton, Illich hanno mostrato la forza liberatrice del Vangelo per affrancare dalla povertà e da quell’ignoranza che impedisce una vera libertà. 

Oggi, nel nostro mondo altamente scolarizzato e industrializzato (e sorprendentemente di nuovo minacciato dalla guerra contro la quale tutti i personaggi che abbiamo citato hanno levato forte e chiara la voce), in cui la povertà è soprattutto culturale e morale, la missione di don Milani è ancora decisamente attuale. È più che mai necessario, infatti, promuovere la libertà di pensiero insegnando il pensiero critico e la capacità di discernimento per muoversi consapevolmente tra le tante voci di sirene che ci circondano. I giovani che allora erano visti come semplice forza-lavoro, rischiano di essere ridotti, senza accorgersene per niente, a forza-consumo di oggetti e di idee da manipolare e condizionare a piacimento. Io credo che ci sia sempre bisogno, per il bene della Chiesa e della società, di cristiani di frontiera.

 

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