Raccontare quasi tutto

14 Novembre 2022

Nella sua manifestazione peggiore la curiosità si esprime nel desiderio morboso di sapere i fatti altrui, ma in quella migliore è sete di conoscenza ed è stata la molla del progresso umano in ogni scienza. Che siamo una specie straordinariamente curiosa ormai è noto e appurato, pare addirittura che proprio questa caratteristica, che porta con sé spirito d’iniziativa e innovazione, sia stata un atout fondamentale nello sviluppo cognitivo della nostra specie, contribuendo in misura determinante al nostro successo evolutivo.

Non c’è limite alla nostra curiosità di comprendere come funziona il mondo o perché le cose sono quelle che sono, cosa ci spinge ad agire e perché, chi siamo e da dove veniamo. Come scriveva la giovane Etty Hillesum, che nella sua breve e intensa esperienza ha esplorato l’universo interiore della vita spirituale, “c’è uno spirito irrequieto in [noi] che vuole sottrarre alla vita quanti più misteri possibili”. 

Sin da quando cominciamo a parlare chiediamo il perché di ogni cosa, e a mano a mano che cresciamo le domande si fanno sempre più difficili e le risposte più complesse anche perché, grazie ai progressi della Scienza, soprattutto nell’ultimo secolo, abbiamo scoperto che la realtà è molto diversa da come ci sembra e, a certi livelli, è straordinariamente anti-intuitiva. Sapere come e di che cosa è fatto il mondo al di là del visibile, che sia l’infinitamente grande che ci circonda o l’infinitamente piccolo che si nasconde nelle cose e vive nel nostro stesso corpo; conoscere la storia che ci ha preceduti cercando di immaginare le strade del futuro, comprendere il cuore dell’uomo, le emozioni e gli impulsi che lo muovono, e perché e verso dove… Ma se niente limita il nostro desiderio di sapere, realizzarlo non è facile.

Il sapere è troppo grande, ormai, per trovare spazio sufficiente in una sola mente. Si rischia una superficialità che la presunzione può rendere pericolosa, lo abbiamo visto durante la pandemia quando molti si sono sentiti autorizzati a esprimere opinioni da specialisti di genetica non avendo più di qualche informazione raccattata qua e là. Un altro rischio è quello di fare la fine del personaggio dell’Antologia di Spoon River cantato da De Andrè che cercava di imparare la Treccani a memoria. In alternativa, ed è quello che normalmente facciamo tutti, per soddisfare una legittima brama di sapere si ricorre a testi divulgativi. La divulgazione, infatti, come recitano i dizionari, è proprio l’arte di esporre a un pubblico vasto e di media cultura informazioni e conoscenze fondate, usando un linguaggio privo di tecnicismi e facilmente comprensibile.

Un tempo si tendeva a dare un significato leggermente spregiativo all’aggettivo divulgativo quando accompagnava la descrizione di un libro. Era un po’ come dire un libro di second’ordine, come accadeva anche per i libri gialli, non considerati vera letteratura ma testi di semplice svago, finché il pubblico non ha decretato il successo di entrambi. È calato forse il livello dei lettori? Direi piuttosto che si è alzato considerevolmente il talento degli scrittori, in entrambi i casi. Inoltre, per quanto riguarda la saggistica divulgativa, credo che la complessità del mondo in cui viviamo e la necessità di prendere decisioni e operare scelte in vari campi, abbia evidenziato il bisogno di avere conoscenze nei diversi settori, non specialistiche ma ugualmente serie e non superficiali.

Quando si è in grado di vedere le connessioni che esistono, per esempio, tra i diversi periodi storici e il nostro, tra le diverse discipline, tra la fisica della mente e le nostre emozioni, tra l’arte, la religione e la filosofia – e potremmo continuare a lungo – il nostro mondo diventa un poco più chiaro, i movimenti della Storia rivelano cause e percorsi intelligibili, almeno a posteriori; insomma ci sentiamo meno smarriti e diventiamo più consapevoli delle nostre responsabilità. Senza contare il piacere puro e gratuito che si trae dalla conoscenza, come dice un motto giapponese: imparo solo per essere contento. 

Gli ingredienti fondamentali di una buona divulgazione sono la competenza degli autori, la capacità di sintesi e l’abilità nella scrittura o nella comunicazione. Un esempio interessante è quello dello storico israeliano Yuval Noah Arari dei cui libri, già recensiti su queste pagine, esiste anche un’originale versione a fumetti. Eclatante è il caso di un altro storico, Alessandro Barbero, autore di libri e conferenziere seguito da un pubblico degno di una rock star. Per non dire del successo della trasmissione Quark di Piero e Alberto Angela. Un vero caso editoriale è stata la pubblicazione di Sette brevi lezioni di fisica (Adelphi) di Carlo Rovelli. Seguitissime sono le conferenze di Guido Tonelli, fisico del CERN di Ginevra, e autore di molti libri divulgativi nell’ambito dell’astronomia e della fisica delle particelle; e quelle di Telmo Pievani, filosofo della scienza, che ha reso un tema affascinante per tutti la storia dell’evoluzione della vita in molti saggi come, per citarne uno, La vita inaspettata (Raffaello Cortina). 

Bill Bryson non è uno scienziato, ma un giornalista autore di molti libri tra i quali un’esilarante guida dell’Australia, In un paese bruciato dal sole (Guanda). Colto dall’improvvisa consapevolezza di non sapere quasi nulla del mondo in cui viveva, ha deciso di dedicare gli anni necessari a studiare e a incontrare altri studiosi per accumulare le conoscenze necessarie e poi, grazie al brillante talento di narratore, “verificare se esistesse la possibilità di apprezzare i miracoli e le conquiste della scienza (magari addirittura di meravigliarsi di fronte a essi o di divertirsi) procedendo a un livello non troppo tecnico o impegnativo, ma neanche troppo superficiale”.

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Il risultato è Breve storia di (quasi) tutto (Guanda) in cui racconta la storia del pianeta, le scoperte scientifiche riguardanti le origini dell’Universo, la realtà quantistica, l’origine della vita e la comparsa di Homo sapiens. Il tutto con il supporto di una enorme bibliografia e di un senso dell’umorismo che rende il libro decisamente divertente. 

Lo stesso approccio olistico muove il matematico e cosmologo Brian Swimme e la studiosa delle religioni Mary Evelin Tucker, autori di Il viaggio dell’universo (Campo dei fiori), e il fisico Fritjof Capra che, insieme al biochimico Pier Luigi Luisi, ha scritto Vita e natura. Una visione sistemica (Aboca). 

In questo filone si inserisce anche Guida definitiva a (quasi) tutto (Bollati e Boringhieri) scritto a due mani dalla matematica Hanna Fry e dal genetista Adam Rutherford. Il punto di partenza dei due autori è che “gli strumenti di cui dispone l’essere umano per capire l’Universo e tutto quello che contiene” sono totalmente inadeguati a capire una realtà che è molto diversa da come la percepiscono i nostri sensi; solo grazie alla scienza e agli strumenti inventati dagli scienziati è possibile “vedere le cose come sono realmente” e non come ci sembrano. In altre parole, la realtà supera infinitamente la capacità umana di comprenderla attraverso i sensi. Però, tra tutti i viventi, siamo gli unici che non si accontentano di vivere e basta, vogliamo sapere com’è fatto il mondo e come funziona.

Gli scarabei stercorari, raccontano gli autori, di notte si orientano con la Via Lattea, ma non si chiedono certo perché lo fanno né “sono particolarmente interessati alla struttura delle galassie.” Come tutti gli altri animali sono spinti dall’istinto ad agire nel modo migliore per sopravvivere, ma questo a noi umani non è mai bastato. E questo è un bene, perché l’istinto può essere fuorviante, dal momento che la conoscenza reale – la verità delle cose – non coincide con la conoscenza intuitiva: la terra non è piatta, il tempo non scorre, il colore in sé non esiste e non è neppure possibile sapere davvero l’ora esatta.

I sensi ci ingannano e l’intuito è influenzato da  “strascichi evolutivi” che non ci aiutano, per  questo sobbalziamo quando vediamo un movimento rapido anche se non dobbiamo più avere paura dei predatori o “stravediamo per i cibi dolci, salati o grassi, seguendo una strategia assolutamente ragionevole per un cacciatore-raccoglitore – più interessato ad alimenti molto calorici nei periodi in cui il cibo era scarso – ma decisamente meno utile quando dopo un cheeseburger abbiamo sempre la possibilità di prendere un gelato”. E in questo lungo cammino verso una conoscenza del mondo reale, proseguono gli autori, l’errore è sempre stato importante come elemento di progresso, come altrettanto fondamentale è stata la capacità di ammettere i propri sbagli, superare i pregiudizi e riconoscere la giustezza dell’opinione altrui. Virtù sempre significative, ma addirittura imprescindibili quando si tratta di Scienza.

Il libro di Hanna Fry e Adam Rutherford forse promette un poco di più di quanto offre realmente e pecca di un’eccessiva semplificazione dovuta alla volontà degli autori di toccare troppi ambiti rischiando di passare sotto silenzio alcuni passaggi fondamentali perché il lettore possa comprendere appieno l’argomento. La divulgazione è un’arte difficile, molti ingredienti devono essere finemente dosati perché l’insieme risulti equilibrato e completo.

Uno di questi è l’ironia e talvolta Fry e Rutherford mi sembra la forzino un poco. Sono solo piccoli appunti che nulla tolgono alla gradevolezza e alla serietà della lettura, e questa Guida definitiva, che definitiva sicuramente non può essere se è vero che più la Scienza scopre più aumenta la consapevolezza di quanto ancora resta da scoprire, soddisfa molte curiosità. Soprattutto stimola a proseguire il viaggio alla ricerca della vera natura della realtà.

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