Venti dell’ovest, venti dell’est

Europa subito, Europa adesso, Europa ora o mai erano gli slogan più urlati quando, dopo l’incredibile 1989, entrare nella casa comune era una passione utopistica che pareva dovesse coincidere con l’estensione della democrazia in tutto il Vecchio continente. A trent’anni dalla caduta del muro di Berlino – l’evento simbolico che riunifica le due Europe immobilizzate dalla guerra fredda – la discontinuità dei processi storici si riverbera nell’attuale crisi della democrazia. Mentre i paesi collocati tra la Germania e l’Unione Sovietica, l’“Occidente sequestrato” nella celebre definizione di Milan Kundera, sono diventati, in un rovesciamento geopolitico di ruoli, l’est dell’occidente. 

Senza muro. Le due Europe dopo il crollo del comunismo (trad. di David Scaffei, Donzelli, 2019) di Jacques Rupnik ripercorre vicende storiche collegate a quella fase cruciale della storia europea e riflette sull’incubazione e sulle conseguenze di una data come “il 1989 che può essere considerato l’ultimo momento in cui l’Europa ha costituito lo scenario principale di un evento mondiale”. L’autore, esperto di storia e politica dell’Europa centro-orientale, è stato consigliere del presidente ceco Václav Havel, capo della Commissione internazionale per i Balcani e ha partecipato alla Commissione internazionale indipendente sul Kosovo e insegna all’Istituto di Scienze politiche di Parigi. Rupnik è nato a Praga nel 1950, un dato biografico che gli permette di volgere un “doppio sguardo” sull’una e sull’Altra Europa separate dall’incomunicabilità. Anni fa, in un’intervista, raccontava così il suo ’68.

 

“Nel maggio ero uno studente a Parigi e vivevo in una dimensione schizofrenica, perché metà della mia testa era a Parigi e l’altra metà era a Praga. Le due parti non andavano bene insieme: i due movimenti non si parlavano, perché non avevano un linguaggio comune. Così passavo il tempo cercando di spiegare ai miei amici praghesi che cosa stava succedendo a Parigi. Il resto del tempo cercavo di spiegare ai miei amici parigini che cosa accadeva a Praga. Erano molto ostili e sospettosi, declamavano con passione Marx, Trockij. Pensavano che parlare di socialismo di mercato fosse un tradimento del radioso futuro socialista”.

E proprio la Primavera di Praga appare, nella sua ricostruzione, l’ultima possibilità di riformare l’impresa perduta come, sempre Milan Kundera, definiva il socialismo reale. “La presunta impresa di salvataggio del sistema, con l’intervento delle truppe del Patto di Varsavia, divenne, vent’anni dopo, il suo vero tallone d’Achille. Come disse Gorbačëv a Jiří Dienstbier, vecchio sessantottino ceco, poi dissidente e fuochista e quindi, nel dicembre del 1989, ministro degli Esteri:‘pensavamo di aver soffocato la Primavera di Praga, mentre in realtà stavamo soffocando noi stessi’”.

È questa consapevolezza che muove Gorbačëv – in un’Unione Sovietica in affanno per il costo economico degli armamenti e il sostegno ai paesi fratelli – ad abbandonare i capisaldi ideologici: rinuncia al ruolo dirigente del partito comunista, alla dottrina Brežnev della “sovranità limitata”, al controllo militare, per il timore di quel contagio che avrebbe potuto estendersi da un paese all'altro. Come poi accadrà. Dopo la repressione del ‘56 ungherese, del ’68 praghese, del movimento di Solidarność, i popoli dell’est conquistano la libertà di parola, di movimento e di mercato in un modo incredibilmente pacifico – i sovietici si ritirano senza che un solo colpo venga sparato (mentre il 4 giugno dello stesso anno avviene il massacro di piazza Tienanmen).

 

Anche se tra le interpretazioni storiografiche c’è chi attribuisce non poca importanza al fattore Reagan, che si mantiene nel ruolo di osservatore neutrale, è Gorbačëv il protagonista della scena internazionale. Convinto di poter governare il processo che ha assecondato e favorito, per potersi così concentrare sulle riforme interne – un francobollo sovietico del 1988 inneggia alla perestrojka come “continuazione dell’Ottobre” e riporta parole d’ordine come accelerazione e democratizzazione. Ma l’effetto est si diffonde nell’impero – a partire dalle repubbliche baltiche che diventeranno poi il modello delle secessioni jugoslave –, incalza la crisi dell’Urss, e il riformatore Gorbačëv non riesce a impedire la sua disintegrazione. Sulla sua figura controversa le discussioni sono state roventi persino all’interno della redazione de il manifesto, il quotidiano comunista che era stato fondato proprio dopo la rottura con il Pci in seguito all’invasione sovietica della Cecoslovacchia. 

 

 

È “l’imprevedibilità della storia”, ripeteva Václav Havel, a chi seguiva le vicende in tempo reale travolto dalla velocità della trasformazione. Come se fino a quel momento avessimo guardato una scena naturalistica (e la scena culturale dell’est aveva un po’ imbalsamato alcune forme della tradizione europea), mentre tutto a un tratto i protagonisti iniziano a muoversi a velocità cinematografica. Ancora poche settimane prima che i cittadini della Ddr si accampassero nell’ambasciata tedesca a Praga, scavalcassero la frontiera tra Austria e Ungheria tagliando a pezzi la cortina di ferro, durante i dibattiti per il ventottesimo compleanno del muro (la costruzione era iniziata il 13 agosto 1961), ci si chiedeva se sarebbe rimasto in vita per ancora cinquanta o cento anni, come si augurava il leader tedesco orientale Erich Honecker. E per tre giorni, dal 21 al 23 agosto 1989, in un luogo fortemente simbolico come il Reichstag, allora era proprio lì attaccato al muro, novanta storici dell’est e dell’ovest, tra cui molti dell’Accademia delle Scienze di Mosca, si erano dati convegno, a cinquant’anni dall’inizio della seconda guerra mondiale (1 settembre 1939), per discutere le ragioni e le responsabilità di quel conflitto. Incuranti del fatto che, fuori, quelle frontiere venivano scavalcate dai sommovimenti dei popoli.

 

“L’accelerazione della storia, scrive Rupnik, avvenuta nel 1989, fu allora riassunta dalla formula di Timothy Garton Ash: ‘Polonia dieci anni, Ungheria dieci mesi, Ddr dieci settimane, Cecoslovacchia dieci giorni’. E si potrebbe proseguire sulla stessa linea: Romania dieci ore, Albania dieci minuti… La rapidità e la simultaneità furono i due aspetti caratterizzanti della straordinaria accelerazione della storia nel 1989”. Presi alla sprovvista dalla velocità degli avvenimenti sono stati tanto i giornalisti quanto gli ambasciatori: in poco tempo un lessico ancora specialistico, da studiosi dell’est, diventa la lingua di scambio di un’opinione pubblica europea che scopriva l’oltrecortina, anche attraverso le testimonianze dei suoi intellettuali dissidenti, da Jan Patočka a Karel Kosík, da Bronislaw Geremek a Ota Šik, da Győrgy Konrad ad Adam Michnik. E dei suoi scrittori, da Bohumil Hrabal a Christa Wolf.

Rupnik mette a confronto letture diverse. Rivoluzione democratica? “Non si tratta di appannare o minimizzare il ruolo dei protagonisti di quegli eventi, bensì di riformulare un’obiezione di fondo: Jürgen Habermas ha parlato di ‘rivoluzione recuperante’ (nachhollende Revolution) della modernità occidentale: ‘un aspetto singolare di questa rivoluzione: la mancanza pressoché totale di idee innovatrici volte al futuro”. 

 

Come se le piccole nazioni mitteleuropee “tornassero” in Europa non per cambiarla, ma per portare a compimento un processo lungamente atteso, per mettere in atto il principio di autodeterminazione dei popoli dichiarato nei 14 punti del discorso di Wilson (1918) che, nei vuoti lasciati dalla fine dell’impero asburgico, russo e ottomano, prevedeva un’associazione paritaria di nazioni, grandi e piccole. Non ci sarà, dunque, una terza via. La transizione dal comunismo al capitalismo darà vita a sistemi ibridi – Rupnik utilizza il termine di democratura, coniato da Predrag Matvejević, per definire le caratteristiche dei nuovi stati dove i diritti formali faticano a permeare una struttura ancora autoritaria. I destini dei paesi dell’Europa centro-orientale rimangono interdipendenti, la loro identità legata ad appartenenze nazionali risulta paradossalmente rafforzata dall’universalismo socialista imposto dopo il ’45 dai sovietici.

In tante vignette dell’epoca anche le sei repubbliche jugoslave ripetono, mentre si stanno scannando, “noi siamo l’Europa”. Quando iniziano, nel giugno 1991, le guerre jugoslave appaiono un conflitto poco realistico, che in un’estate terminerà. L’Urss è ancora intera, la diplomazia internazionale non ammette secessioni – a meno che lo scontro non diventi armato. Così lo diventa subito, e l’escalation non avrà tregua. Il fatto che la comunità internazionale non sia insorta, abbia permesso che tutta la popolazione civile diventasse ostaggio, non abbia imposto il rispetto del principio di cittadinanza su quello di nazionalità, costringe a ripensare i concetti di una “vita comune”.

 

“Una delle ambigue eredità del sistema internazionale post-1989, afferma Rupnik, consiste proprio nel tentativo di riconciliare la sovranità degli Stati con l’ambizione di fare della protezione dei diritti umani uno dei tratti essenziali del nuovo ordine internazionale”. Il conflitto inter-jugoslavo rimane regionale, ma segna il ritorno della guerra in Europa a pochi mesi dalla sua riunificazione pacifica. Prepara il terreno per l’affermazione di un ossimoro come “intervento umanitario”. 

La “regressione democratica” ungherese, la “democrazia illiberale” polacca rivelano ora, conclude Rupnik, problemi trans-europei. Ed è ancora uno studioso che viene dall’est, il bulgaro Ivan Krastev, direttore del Centre for Liberal Strategies di Sofia, a riflettere sui nuovi populisti ostili al pluralismo, sulla fragilità del continente ossessionato dall’arrivo dei migranti. In Gli ultimi giorni dell’Unione. Sulla disintegrazione europea (Luiss University Press, 2019), Krastev lega il futuro della creatura europea alle sue capacità di resilienza. 

E poi: non bisogna mai dimenticare l’“imprevedibilità della storia”.

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