Che lingua africana parli?

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Quante cose possono cambiare in cinque giorni? Tante, ho scoperto. Quando sono arrivata a Kampala, ho trovato un gruppo di studenti d’arte più o meno timidi, con un’idea di sé più o meno definita. Quando sono partita da Kampala cinque giorni dopo, ho lasciato 20 individui con le certezze in frantumi, ma una più salda fiducia in se stessi. Non si è trattato di un miracolo. Ma del lavoro svolto insieme a Simon Njami nei cinque giorni del workshop intensivo AtWork, organizzato in collaborazione con il dipartimento e la galleria d’arte dell’Università di Makerere e la Fondazione Maisha.

 

Cinque giorni di ricerca, condivisione, confronto ed elaborazione, durante i quali i partecipanti si sono tolti metaforicamente e letteralmente le scarpe per esplorare nozioni, spazi e territori mai percorsi prima. Cinque giorni di “psicodramma collettivo” durante il quale è emersa l’individualità di ciascuno. Ognuno ha iniziato a porsi delle domande e a cercare le risposte, aprendo la propria mente e i propri canali creativi. Ognuno ha cominciato a rendersi conto del fatto che per essere un artista bisogna essere un pensatore e, soprattutto, un essere umano. Ognuno ha progressivamente capito che per conoscere qualcosa bisogna mettere in discussione tutto ciò che si pensa di sapere. Questo processo di autoconsapevolezza ha trovato la sua espressione creativa nelle pagine dei taccuini Moleskine realizzati durante il workshop, che saranno esibiti alla Makerere Art Gallery dal 19 marzo all’11 aprile.

 

Il workshop è finito, ma il processo avviato è solo all’inizio. Spetterà agli studenti continuare a farsi stimolare da ciò che hanno scoperto degli altri e di se stessi. E spetterà a noi continuare a scoprire i mondi e le storie personali racchiusi in ogni taccuino di AtWork, ed esserne ispirati.

Cominciamo con Gloria Kiconco, una giovane scrittrice che ha partecipato al workshop AtWork a Kampala e ha deciso di condividere con noi le sue riflessioni sulla domanda “Perché l’Africa?”.


Elena Korzhenevich,

lettera27

 

Gloria Kiconco durante AtWork Kampala workshop. Foto di Solomon E Okurut, courtesy of the author

 

La mia storia con l’Africa è iniziata con un rifiuto. Ancora mi chiedo: perché proprio lei? Non mi è realmente madre, né sorella, né amica. Abbiamo pochissime cose in comune ed è solo il sangue a legarmi a questa donna che – come spesso immagino – disdegna la mia esistenza.

A quanto mi dice mia madre, sono venuta al mondo senza difficoltà ed ero una bambina tranquilla. Si vede che sin dal principio non volevo creare problemi. E da quel momento in poi la mia vita è stata una continua ricerca di appartenenza. Ma conoscete già la mia storia, perché è la stessa di moltissimi africani che hanno lasciato la loro terra e si sono persi strada facendo. A variare sono solo i dettagli.

Ho vissuto negli Stati Uniti. Ho abbandonato la mia lingua, la mia famiglia allargata, la mia “cultura” e mi sono ammantata di individualismo solo per essere accettata. È stato un percorso lungo dodici anni e, proprio quando mi ero ormai abituata a questo mio nuovo “io”, sono stata richiamata a “casa” in Uganda. Ma che casa è quella di cui non riconosci nemmeno il saluto?

 

Una volta tornata in Africa, dunque, lei non mi ha riconosciuta. E anche per me è rimasta un’estranea.

Non vi è rifiuto più doloroso che il rifiuto di sé. Il dislocamento culturale è una malattia autoimmune non diagnosticata che arma il corpo contro se stesso. Perché ero la cellula che l’Africa non riconosceva? La macchia sulla pelle che respingeva come una cicatrice, anziché accoglierla come una voglia?

La maggior parte degli ugandesi che incontro mi chiedono che lingua parlo, e io rispondo l’inglese. Poi mi chiedono che lingua africana parlo, e io dico inglese ugandese. La maggior parte degli ugandesi che incontro mi chiamano bianca. A volte penso che abbiano ragione perché ho più cose in comune con i ragazzi bianchi del Colorado che con le donne nere di Kampala.

Ma poi mi tornano in mente gli appellativi con cui mi chiamavano negli Stati Uniti. È meglio essere chiamata bianca con ironico sdegno o “imbiancata” con palese disgusto?

L’Africa, in confronto, è stata meno ostile e tutti dicevano che saremmo andate d’accordo, che non mi sarei sentita così indesiderata. A dire il vero, è stata lei a chiamarmi. Penso l’abbia fatto malvolentieri, mandandomi in cucina quando c’erano ospiti. Quando venivano i bianchi, mi faceva comparire, così potevo tradurre le differenze culturali, ma se arrivava la famiglia ero io che andavo a prendere la legna da ardere. In giardino no. Non voleva che mi avvicinassi al suo raccolto, al suo cibo, ai suoi figli.

Non mi ha neanche dato da vestire, perché col kitenge sembravo ridicola e lei detestava essere derisa.

Non potevo guardarla negli occhi. Ero la bambina che aveva fatto qualcosa di sbagliato e non ricordava neanche cosa. Volevo solo che ridesse amorevolmente insieme a me così come faceva con gli altri, o che almeno mi rendesse partecipe dello scherzo (sempre che l’oggetto dello scherzo non fossi io).

Incredibile quante cose riesci a sacrificare pur di essere accettato.

 

Boris Nzebo, Untitled, in Down Town (serie), 2014. Courtesy of the artist

 

Proprio questo è stato il tema che ho esplorato durante il workshop di AtWork a Kampala. Mentre gli altri indagavano la loro identità di “artisti”, “scrittori”, “curatori”, io sono stata assalita dal ricordo di questo mio rapporto con l’Africa e di tutte le cose a cui ho rinunciato pur di essere accettata da lei.

Ecco cosa ho scoperto: la mia considerazione dell’Africa era limitata a un unico aspetto, condizionata dal doloroso ricordo di non essere abbastanza “africana”. Non riuscivo neanche ad affrontare la questione dell’autenticità perché la complessità della mia identità (e quella di tanti altri) non si prestava ad alcuna forma di definizione. “Figlia di una terza cultura”, “africana in diaspora”, e la mia personale definizione di “americana originaria d’Africa”, non rendevano l’idea.

Ho quindi smesso di interrogarmi sul tema dell’identità: chi sono io, chi è o non è africano, cos’è che mi lega agli altri. Solo quando ho abbandonato questa ricerca della mia identità così limitativa, sono stata in grado di guardare l’Africa negli occhi.

 

Boris Boris Nzebo, Untitled, in Down Town (serie), 2013. Courtesy of the artist

 

Perché l’Africa? Perché lei ed io condividiamo il linguaggio dell’arte.

La sua arte fa emergere una parte di me che ritenevo ormai dimenticata, o forse persa del tutto. Riflesse in poesie, film, dipinti, installazioni, sculture e sceneggiature, ho visto le storie che io stessa non ero riuscita a scrivere. Cantate sul palcoscenico, c’erano le parole che non ero stata in grado di confessare a me stessa neanche in un diario privato.

Ho scoperto che, per quanto unica, non ero affatto speciale. Che la mia storia personale era solo un verso di un poema epico che raccontava una storia universale, l’eco di storie iniziate prima di me, un riflesso di poesie che avevano attraversato oceani e distese sconfinate.

Come aveva fatto Melissa Kiguwa a scrivere i versi che non ero mai riuscita a comporre o Lillian Nabulime a dare corpo ai miei timori con le sue sculture o Eria Nsubuga a raccogliere le mie preoccupazioni su questioni socio-politiche irrisolte? Com’era possibile che quando parlava Ronex Ahimbisibwe (o la sua arte), la mia coscienza annuiva? E questi sono solo alcuni degli esempi che è possibile trovare in Uganda. Vedete, l’Africa è una fonte di ispirazione che non ha confini, e mai potrà averne.

Sento adesso il bisogno irrefrenabile di condividere questi racconti con altri ugandesi, nella speranza che possano ritrovarvi se stessi. Anche perché, legando questi racconti al contesto, alla storia e all’intenzione artistica che li ha generati, l’opera avrà più forza e significato anche agli occhi di chi considera l’arte solo un passatempo (nel migliore dei casi).

Credo che il significato e l’importanza di ogni cosa risieda nel contesto, nelle persone, nelle idee. Tutto ciò può essere comunicato a livello intellettuale tra le persone acculturate, ma si manifesta anche attraverso la reazione istintiva nei confronti di un’opera d’arte. Voglio raccontare ciò che racconta quest’arte, la storia e le idee delle persone che vi sono dietro, così da darle la giusta importanza e farne comprendere appieno il significato.

I segreti che condivido con l’Africa li sussurro attraverso le poesie e le storie che racconto. E lei mi risponde, sussurrando a sua volta, con i suoi colori sfrontati e le sue sorprendenti composizioni. La strada che ho scelto non è per tutti. Altri possono sussurrare i loro segreti nelle lingue della tecnologia, della spiritualità o degli affari.

Io e l’Africa abbiamo finalmente scoperto di avere qualcosa in comune. Condividiamo storie magnifiche in una lingua tutta nostra che cercherò di tradurre per voi.


Si ringrazia l'artista Boris Nzebo per aver gentilmente concesso l'utilizzo delle immagini contenute nell'articolo, tratte dalla serie Down Town (2013). Traduzione a cura di Laura Giacalone.

 

Perché l’Africa? Da parecchi anni lettera27 si dedica all’esplorazione di temi legati al continente africano e con questa nuova rubrica vogliamo aprire un dialogo con i protagonisti culturali che si occupano dell’Africa. Qui potranno esprimere opinioni, raccontare storie, stimolare il dibattito critico e suggerire idee per ribaltare i tanti stereotipi che circondano questo immenso continente. Ci piacerebbe aprire con questa rubrica nuove prospettive: geografiche, culturali, sociologiche. Creare stimoli per imparare, per essere ispirati, ripensare e condividere conoscenze.


Elena Korzhenevich,

lettera27

Boris Nzebo, Untitled, in Down Town (serie), 2013. Courtesy of the artist

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