I mondi e i gatti di Agnès Varda

18 Luglio 2026

Anzitutto bisogna parlare dello spazio, che già di per sé è cinematografico, perché si tratta di un percorso di milleduecentometri quadri, che si raggiunge dopo essere scesi in un tunnel che era stato costruito come sottopassaggio, negli anni Sessanta, e recentemente è stato trasformato in superficie espositiva e via d’accesso a un cinema. La Galleria Modernissimo, a Bologna, dove fino al prossimo 10 gennaio si potrà visitare la mostra Viva Varda! Il cinema è donna (allestita con la direzione artistica di Rosalie Varda e a cura di Florence Tissot), è il luogo perfetto per una mostra dedicata all’opera polimorfica e mai ferma dell’autrice di Cléo dalle 5 alle 7 (il capolavoro del 1962, due anni prima di Bande à part, di Godard). Fotografa, femminista, regista e artista visuale, performer, sempre impegnata a inventare nuovi modi di far agire il cinema come arte déplacé, ovvero attenta a spostare prospettiva sui luoghi, per inventare – anche riciclare – immagini altrettanto mobili e capaci di restituirci un’esperienza di attraversamento del tempo:

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Incamminandosi per la Galleria, da una sala all’altra, e avanzando in una sorta di camera oscura fuori formato e composta da vari ambienti, viviamo l’esperienza di trovarci non davanti, ma dentro un’esposizione, esattamente come Varda (1928-2019) ha voluto stare dentro la macchina da presa. Le testimonianze fotografiche, i quadri, le tracce del sodalizio con Jacques Demy e degli incontri (Jim Morrison, Fidel Castro, Jean-Luc Godard, Jane Birkin, Giulietta Masina, Cecilia Mangili), le foto di scena o quelle dell’album di famiglia, i cimeli: sono tutti segni che ricompongono una storia formata dai tanti fili di una biografia in cui vita artistica, vicende personali, e fatti collettivi sono mondi particolari che si fondono, abitando e lavorando uno dentro l’altro, come accadeva nella famosa casa parigina di Agnès, in Rue Daguerre. E tutto questo senza che ci sia mai intimismo – per togliere subito di mezzo un grande luogo comune sulle artiste del cinema documentario. Lo sguardo di Agnès Varda esprime, simultaneamente, il senso di improvvisazione, la leggerezza e i colori di una sperimentazione originale continua; ma dichiara anche la scelta di appartenenza a una storia pubblica, e in quanto tale politica, che, sotterraneamente, funziona come cifra costante di un’esistenza intera. Creare significa agire insieme, spesso incontrando le donne – tanto che si tratti delle carissime amiche di una vita, quanto che si tratti delle indimenticabili interpreti dei film più importanti o dei lavori degli anni Settanta (come per esempio Una canta l’altra no: L'une chante, l'autre pas, 1977).

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Come mostra la prima sala allestita, appare subito chiaro, infatti, il legame e lo scambio creativo con una storia del cinema d’autrice, che prima di tutto include Chantal Akerman (1950-2015) e con lei le tante artiste, incluse le attrici (Jane Birkin), che si sono confrontate sulla donna immaginaria creata o falsificata dal cinema. E poi, proseguendo, attraverso schermi sincronizzati, spezzoni di film, locandine, foto tratte dai lavori di Varda, si prosegue mettendo in evidenza sia i capolavori, il legame speciale tra il suo cinema e la pittura rinascimentale italiana, con Pasolini, Fellini; oltre che il dialogo con le vite ai margini e la scelta conseguente, negli anni più recenti, di sperimentare imprevisti sodalizi, come quello con l’artista visuale JR per il cammino attraverso la Francia rurale di Visages, villages (2017). Viva Varda! non è il racconto cronologico di cosa ha fatto un’artista, ma di come i tanti mondi da lei messi insieme componessero un universo armonico e vivacissimo.

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Ho visitato la mostra sfogliando la monografia di Laure Adler (uscita per Gallimard nel 2023 e ripubblicata nel 2026 dalla Cineteca di Bologna), ricchissima di foto dell’Archivio Varda commentate dalla figlia attraverso documenti diretti della madre – per esempio, a p. 56, la didascalia di una foto di Luchino Visconti risalente al 1963: «La rivista ‘Réalités’ mi aveva mandata a Roma a realizzare alcuni ritratti di Luchino Visconti. Mi aveva accettata perché apprezzava Cléo dalle 5 alle 7. I suoi cani veri e finti mi impressionarono quanto lui, grande e distante… ».

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Ma, da molti anni ormai, il lavoro originale di Agnès Varda può essere guardato e riletto con più interesse, anche in Italia, e con un’apertura internazionale, grazie agli scritti di Anna Masecchia, che dopo una monografia, la curatela di due volumi – con Luca Malavasi – e, con Stefania Rimini, di un numero monografico della rivista online Arabeschi,  ha dedicato a Vardà un nuovo libro della collana oilà , diretta da Chiara Alessi, pubblicata da Electa, con una copertina che riprende la stessa immagine felina (dell’amatissima gatta Zgougou) usata come logo della Ciné-Tamaris, la casa di produzione di Varda:

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L’inquadratura vardiana, fin dagli esordi, spiega Masecchia, ha già la particolarità di essere centripeta e centrifuga insieme: consapevole di cosa si sceglie di rendere visibile oppure di nascondere. Proprio questa autorialità, che è intesa non in senso autoritario, e possiamo aggiungere, in molti casi, “maschile”, ma come riconoscimento della libertà e della libertà di essere autrice, questa autorialità, anche nelle pagine scritte da Masecchia, funziona come termine arioso di riflessione e confronto, in una prosa profonda e contemporaneamente capace di arrivare a un pubblico ampio e non strettamente cinéphile, come riescono a fare i piccoli libri riusciti bene e pensati con cura. Mi ricordo mentre vivo è un testo mimetico, nel senso originale del termine, che spiega un talento assecondandone e riproducendone i movimenti e lo stile, andando dietro e dentro al metodo di lavoro di Varda, da lei stessa definito cinécriture (“cinescrittura”) per spiegare la reciprocità che unisce non solo tutte le fasi di realizzazione di un film, ma il mondo intero che intanto trascorre attorno a questo film, e viceversa.

Come se non si smettesse mai di vivere, o di girare un film, i mondi viventi dei lavori di Varda sono cinescritture pronte a raccogliere tutto, o riprendere e rimettere in prospettiva tutto – come mostrano le pagine molto belle dedicate da Masecchia al raffronto tra Cléo e Mona in Senza tetto né legge (1985). Perché nulla, nel cinema di Agnès Varda, artista raccoglitrice (glaneuse) di immagini, è stato ed è banale.

Tutte le fotografie sono dell’autrice.

La mostra: Viva Varda! Il cinema è donna, a cura di Florence Tissot, con la direzione artistica di Rosalie Varda. Galleria Modernissimo di Bologna, fino al 10 gennaio 2027.

Il libro: Anna Masecchia, Mi ricordo mentre vivo. Agnès Varda, Electa 2026, 96 pp., euro 12,00.

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