Noa, Mira Awad, Gil Dor: voci per la pace

1 Luglio 2026

Un’immagine arcaica e senza tempo: una donna che canta. Una voce che vibra nell’aria e dentro di noi. Un suono che arriva da lontano e ci porta lontano. La voce umana è il primo strumento musicale, precede il tamburo e il flauto. A una voce non si può chiedere di fermare la guerra, ma di rompere un assordante silenzio, sì.

Ogni giorno, leggendo i giornali, vediamo l’escalation del conflitto israelo-palestinese espandersi fino a coinvolgere gli Usa, l’Iran, il Libano e lo Yemen in cerchi concentrici sempre più ampi. Difficile non disperare. La celebre cantante israeliana Noa (Achinoam Nini) non ha una soluzione, nessuno può averla, ma ha un messaggio di positività: la pace è possibile, va immaginata, e perseguita fino allo sfinimento.

Sotto l’egida del Comune di Firenze dal 10 al 12 luglio si terrà la prima edizione di “Re-Imagine Peace”, un festival pensato da Noa con Mira Awad e Gil Dor. Tre giorni per immaginare la pace con artisti israeliani e palestinesi e italiani impegnati in progetti comuni. Il programma, in via di definizione al momento della stesura di questo articolo, si completa con il lancio del libro The Future is Peace.

Noa e i suoi collaboratori hanno pensato a Re-Imagine Peace come a un appuntamento annuale da proporre in altre città. “A Firenze, ho sentito una tradizione speciale, quella di una città della pace”.  La sindaca Sara Funaro, insieme ai rappresentanti delle comunità cattolica, ebraica e musulmana fiorentine, ha immediatamente sostenuto il progetto. L’iniziativa vuole raccogliere l’eredità di impegno civile di figure come Giorgio La Pira, il sindaco che, tra il 1951 e il 1966, ha invitato i sindaci di città di tutto il mondo a fare di Firenze una capitale della pace. Dunque una tradizione di pace, ma anche di resistenza e antifascismo: basti pensare a Carlo e Nello Rosselli.

Recentemente ho incontrato Noa, a New York. Abbiamo parlato delle nostre attività reciproche, della musica, dello stato del mondo, ma soprattutto di cosa significa lavorare per la pace.

A parole tutti vogliamo la pace. Ma quanti di noi hanno la costanza e la determinazione di trasformare questo desiderio in una militanza fattiva, in un mondo ogni giorno più bellicoso, settario, e incapace di dialogo?

Se ci guardiamo intorno, vediamo che i nostri leader politici, l’ONU, le organizzazioni umanitarie e le associazioni di cittadini ci girano intorno, senza sapere né poter fermare le bombe. Sappiamo che la guerra è un grande business, James Hillmann ne ha descritti i meccanismi psicologici (Un terribile amore per la guerra). Sappiamo anche che le guerre generano odio, povertà e devastazione del pianeta. Dunque, è davvero utopico chiedere agli artisti di immaginare la pace?

Nel corso della storia, i cambiamenti sociopolitici e l'arte si sono intrecciati e connessi, rispecchiandosi a vicenda in modo potente. L’espressione creativa ha stimolato e plasmato le società in cui viviamo.  L’arte dà voce a chi non ne ha, sfida le strutture di potere, preserva la memoria culturale e immagina il nostro futuro collettivo.

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Noa, è quel tipo di artista: una forza della natura. Intonazione perfetta, talento cristallino e capacità di consenso trasversale. In più militanza civile, determinazione e un’autentica urgenza interiore. La voce di Noa —non importa in che lingua canti— è la musica. E, con la musica, vuole costruire un ponte per la pace.

In Josephine la cantante, Franz Kafka immaginava che anche tra i topi ci fosse una cantante. Nessuno sapeva, cosa trasformasse i suoi squittii in musica, ma tutti ne percepivano la potenza trasformativa… Josephine, come Noa, aveva un’arma: una capacità incantatoria irresistibile.

Noa ha un umorismo sottile, e lo utilizza come mezzo per dire le sue verità in maniera sintetica. Alle mie domande su dove trovi la forza interiore per credere nella pace in Medio Oriente, risponde candidamente: “Come John Belushi e Dan Aykroyd in “The Blues Brothers”, sono in missione per conto di Dio”.

È una donna forte, intensa, determinata e molto bella. Occhi grandi, vellutati e parlanti. Non ha paura di mostrare le sue contraddizioni, angosce, e fragilità, che spesso sono quelle di tutti. Quello che vede è un mondo che si affaccia sul baratro, ma oltre il presente, lavora per il futuro. Anche quando ripete cose che ha detto pubblicamente mille volte, si percepisce che ci crede davvero. Mi parla in inglese, ma quando la conversazione si fa più intensa, non esita a inserire un’espressione in ebraico o in italiano.

Oltre che cantante, Noa è anche compositrice, percussionista, danzatrice, poeta e attivista per i diritti umani. La sua attitudine “esistenziale” può essere descritta come una posizione yoga: Viparita Virabhadrasana, il guerriero inverso o il guerriero pacifico.

Con grande disinvoltura, Noa mi riassume l’intreccio tra la biografia e le vicende professionali che la rendono lo straordinario essere umano che ho davanti. Nasce a Tel Aviv da genitori yemeniti. Dopo la creazione dello Stato di Israele nel 1948, gli ebrei che vivevano in Yemen, sono stati costretti ad andarsene. La sua famiglia, come molte altre, raggiunge Israele dove gli ebrei provenienti da paesi arabi, occupano una posizione subalterna rispetto all’élite ashkenazita di origine europea. Così i genitori si trasferiscono a New York, nel Bronx, con Noa piccolissima. Ed è qui che cresce, “sentendomi sempre un pesce fuor d’acqua”. I genitori, in un tentativo di trasmettere ai figli un senso di appartenenza ebraica, li mettono in scuole a guida religiosa. Ma l’ebraismo americano è lontano dal loro ebraismo mediorientale e Noa, si sente fuori posto. È un’ottima studentessa e il suo talento musicale è riconosciuto da tutti, ma le manca qualcosa. Le scuole, con tecniche da ingegneria sociale, le inculcano che il posto per gli ebrei è Israele. A 17 anni, intraprende un viaggio in Israele con i suoi compagni di scuola. “È stato un colpo di fulmine: ho amato subito il paese, il paesaggio e le dinamiche collettivistiche. E ho conosciuto un giovane soldato che, dopo poche ore, ho sentito sarebbe diventato mio marito. Come nelle fiabe, quel soldato è il motivo per cui, pur andando contro i desideri della sua famiglia, è rimasta lì. Lo ha sposato e tutt’oggi, parlandone, ha una luce che le brilla negli occhi. “Ho finito gli studi, fatto due anni di servizio militare —cantavo nella banda militare— ho costruito la mia vita lì”. Ha una carriera rapidissima, a 25 anni è già una star, la poster girl sorridente di un paese ancora giovane. Ha un contratto con la Geffen Records e il futuro davanti. Il Dipartimento di Stato la vede come un’ambasciatrice culturale e ne sostiene le prime tournée all’estero. L’ascesa nazionale e internazionale della cantante israeliana evidenzia, la potenza degli stereotipi. Noa scherza che il suo volto arabo spiazza gli osservatori, mette alla prova i pregiudizi e al tempo stesso, li rende possibili. Paradossalmente, il paese che si autorappresenta come un angolo di Europa in Medio Oriente si specchia in una donna appartenente a una minoranza subalterna. Noa si esibisce in paesi in cui nessuno aveva mai cantato in ebraico. Stringe collaborazioni con grandi musicisti internazionali, tra cui Pat Metheny, Quincy Jones ed Eric Serra. Sul palco, spesso ha alle sue spalle la bandiera israeliana, di cui è fiera. “Era una situazione inebriante: i dischi, le tournée, la popolarità”, ricorda, “ma quando ero all’estero, dopo i concerti i giornalisti mi chiedevano della situazione dei palestinesi, e io non ne sapevo niente: vivevo in una bolla”. Oggi tutto questo sembra inverosimile, in fondo erano gli anni in cui diversi storici israeliani denunciavano le politiche di occupazione israeliane dopo la guerra dei sei giorni. Ma come la giovane pop star inebriata di successo, una fetta consistente della popolazione non vedeva o non voleva vedere la sofferenza palestinese. Perché sorprenderci? Molte persone vivono in una bolla finché non è più possibile farlo. Quanto se ne parlava in Italia della situazione dei palestinesi anche dopo l’omicidio per mano dei servizi israeliani di scrittori palestinesi come Wael Zuaiter a Roma e Ghassan Kanafani a Beirut?

“Le domande di quei giornalisti stranieri, e le immagini dell’Intifada, mi hanno fatto uscire dalla bolla; ho cominciato a documentarmi, a capire cosa stesse succedendo e a scoprire che c’era un fronte per la pace in Israele”.

Così, la cantante scopre che “oltre la bolla” c’era una società divisa, una popolazione palestinese, che non partecipava all’euforia della “start-up nation”, anzi ne era vittima. E che uomini come Rabin, e una fetta significativa della società israeliana avevano capito che occorreva cambiare, ridefinire i rapporti tra ebrei e palestinesi, e che gli ideali socialisti di alcuni tra i padri fondatori si erano persi per strada. Erano anni di speranza; gli accordi di Oslo, sembravano prefigurare finalmente un futuro di pace. Noa è tra i pochi grandi nomi della musica e dello spettacolo che aderiscono con entusiasmo alle battaglie di Rabin. Poi quel fatale 4 novembre 1995, canta a una manifestazione celebrativa degli accordi di Oslo in piazza a Tel Aviv. All’improvviso un israeliano contrario agli accordi con i palestinesi estrae una pistola e uccide Yitzhak Rabin e quel sogno di pace. Noa era a 30 metri dal primo ministro quando è stato colpito. Da allora ha deciso di coniugare la sua carriera musicale con l’impegno per la pace. Velocemente, la sua popolarità ha cominciato a vacillare, lasciando pian piano il posto a un ostracismo aperto e spesso violento. All’estero era una star israeliana, mentre in Israele veniva vituperata dalla destra come traditrice.

La società israeliana, dopo l’assassinio di Rabin è radicalmente trasformata dall’ascesa del Likud di Benjamin Netanyahu. In quegli anni difficili, Noa ha intessuto rapporti con le diverse organizzazioni israeliane e arabo-israeliane impegnate per la pace. Non si è mai tirata indietro dall’esprimere le sue opinioni con voce forte e chiara in Israele e all’estero.

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Israele, inteso come governo, ha la propensione patologica a sperperare, quando ce l’ha avuto, il consenso internazionale. Tra i tanti esempi, quello di cui godeva all’inizio della Guerra dei Sei Giorni, o l’8 ottobre 2023. E una propensione a compiere e spettacolarizzare gesta violente dentro e fuori dai propri confini: dagli assassini di esponenti politici “nemici”, fino al recente trattamento degli attivisti della Flottiglia. Noa dà voce a un Israele diverso e largamente ignorato dai media internazionali.

In Italia è molto nota, per la sua world music sviluppata in una collaborazione pluridecennale con il chitarrista Gil Dor, che fonde elementi musicali del mondo occidentale e del medio orientale.

Cercando di sintetizzare i punti fermi a cui non ha mai rinunciato: la pace è difficile ma possibile. Va costruita insieme alla fiducia reciproca. Palestinesi e israeliani hanno avuto leadership irresponsabili, corrotte e guerrafondaie. È essenziale che all’estero si distingua tra il popolo israeliano (una società dalle molteplici correnti politiche) e l’attuale governo. Così come è importante distinguere il popolo palestinese dei territori occupati, dall’Autorità palestinese di Abu Mazen, la popolazione di Gaza da Hamas. “Essere genericamente Pro-Pal non distingue e difficilmente può aiutare”. Il BDS e le sanzioni economiche a Israele sono per Noa una politica fallimentare: finiscono per rafforzare il governo di Netanyahu e le narrative apologetiche di alcuni settori della diaspora. Nonostante tutto, Noa ha speranza nelle prossime elezioni politiche.

“Ho dato concerti in 52 paesi diversi”. Ogni luogo che visita diventa uno spazio nuovo in cui declinare il suo messaggio di pace, “Viaggiare cantando mi ha fornito un punto di vista privilegiato”. Ma in Italia, dove viene invitata regolarmente dagli anni ’90,

“Ho sentito da subito un legame speciale”, mi dice con un sorriso, “agli italiani piace la mia musica e in Italia mi sento in una delle mie case”. Ripercorrendo le tappe della sua lunga carriera in Italia, la ricordiamo nel 1996, in Piazza del Plebiscito a Napoli con Antonello Venditti. L’anno dopo interpreta Beautiful That Way, fulcro della colonna sonora di “La vita è bella” di Benigni. Con Pino Daniele canta “The Desert in My Head”, sul disco “Dimmi cosa succede sulla terra”. Alle esibizioni musicali abbina l’impegno antimilitarista: nel 2001, ad Assisi riceve il premio “Artista per la pace“; due anni dopo, la F.A.O. la nomina “Ambasciatrice di buona volontà”. La sua popolarità cresce e, nel 2005, partecipa a LIVE 8 al Circo Massimo. L’anno successivo al Festival di Sanremo assieme a Carlo Fava e Solis String Quartet (Premio della Critica). Il successo trasversale di Noa nel Belpaese diventa un’onda montante: mentre i premi musicali si moltiplicano, crescono anche le onorificenze civili. Giorgio Napolitano la fa Cavaliere dell’Ordine della Stella d’Italia e Crotone le assegna il “Premio Pace Libertà”. Nel raccontarmi questo, Noa tradisce insieme orgoglio e modestia, come se parlasse di un’altra persona. “Ho capito che oltre a interpretare la tradizione araba e israeliana da cui provengo, volevo essere anche una voce della musica mediterranea”. Si è imbattuta e confrontata anche con le tradizioni regionali, in particolare con quelle napoletane e sarde. In Sardegna si è esibita con Andrea Parodi, Anna Loddo e Elena Ledda. Ha ricevuto un premio dalla Fondazione Maria Carta. Con Napoli il legame è forte: dai duetti con Massimo Ranieri a tanti concerti con sue versioni di classici della canzone napoletana, fino al suo disco del 2011 Noapolis- Noa Sings Napoli. Durante il COVID, viene scelta dal Ministero degli Affari esteri tra gli artisti italiani e internazionali per un messaggio di promozione culturale dell’Italia. E sempre durante la pandemia, insieme a Gil Dor, ha organizzato un concerto virtuale per l’ospedale di Bergamo, seguito da centinaia di migliaia di persone online.

Ha avuto un’enorme visibilità internazionale, la sua partecipazione al Festival di Sanremo in duo con l’araba-israeliana Mira Awad, nel 2025, mentre l’esercito israeliano distruggeva Gaza, “Collaboro da molti anni con musicisti palestinesi. Ma quello con Mira è un rapporto personale, oltre che musicale, molto profondo. Ci conosciamo da più di 25 anni e ammiro moltissimo quello che fa”, mi spiega. “A Sanremo, come in tanti paesi in cui abbiamo cantato, i giornalisti ci guardano e pensano che io sia l’araba e lei l’israeliana. Questo mi piace: la mia origine yemenita mi ha dato un volto che pochi associano a un’israeliana, mentre Mira, che è palestinese, ha parte della famiglia di origine bulgara. Sfatare le percezioni preconcette e invertire i ruoli fa parte del mio repertorio. Quando nel 2009 Mira e io abbiamo rappresentato insieme Israele a Eurovision, il nostro paese non era mai stato rappresentato da due donne, un’araba israeliana e un’ebrea israeliana: è stato come prendere una posizione politica precisa. Abbiamo cantato in arabo, ebraico e inglese”. Naturalmente, la valenza politica è stata ancora maggiore nel 2025, mentre l’esercito israeliano distruggeva Gaza“.

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Le bombe non si fermano con le canzoni. Noa e Mira Awad lo sanno bene, ma la loro apparizione a Sanremo è stata vista da tantissime persone in Medio Oriente: “Forse abbiamo rappresentato un attimo di tenue speranza in un momento drammatico per i due popoli; il nostro è un messaggio di unità”. È facile cantare o dirsi a favore della pace quando i cannoni tacciono, ma “la guerra, gli attentati, le sopraffazioni, l’orrore del 7 ottobre e l’offensiva militare israeliana che ne è scaturita rendono quello che sto facendo ancora più urgente”, sostiene, trapassandomi con uno sguardo implacabile.

La popolarità di Noa in Italia ha anche a che fare con l’invito che ha ricevuto da ben tre Papi: Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. “Cantare davanti al Pontefice in ebraico è stata un’emozione fortissima e un motivo di grande orgoglio, qualcosa che non avrei mai immaginato potesse capitarmi. Ho scritto un testo originale per un’Ave Maria.” L’incontro con il Papa è stato per Noa, insieme, un’emozione e un’opportunità: “I leader religiosi hanno grandi responsabilità. Stare in loro presenza mi ha dato molto; penso che tutti gli esseri umani dovrebbero poter parlare da pari a pari con tutti.”

Tra i brani che canta, da sola e con Mira Awad, c’è spesso l’inno pacifista di John Lennon, Imagine. Una canzone registrata dall’ex Beatle nel 1971 e che Noa rende di nuovo attuale. “Lennon è un’ispirazione, e quella canzone, una pietra miliare”. Quando la canta, la sua partecipazione emotiva è facilmente percepibile. Raggiunge la massima tensione quando fa sue le parole “You may think I am a dreamer, but I am not the only one”. Una dichiarazione programmatica per l’iniziativa fiorentina.

Il grande poeta Yehuda Amichai ha messo in versi tersi e drammatici il raggio di conseguenze di una sola bomba. Possiamo solo sperare che il raggio d'azione di Re-Imagine Peace si espanda ancora più in là.

Il diametro della bomba

Il diametro della bomba era di trenta centimetri
e il diametro del suo raggio d'azione circa sette metri,
con quattro morti e undici feriti.
E intorno a questi, in un cerchio più grande di dolore e di tempo,
sono sparsi due ospedali e un cimitero.

Ma la giovane donna che fu sepolta nella città da cui proveniva,
a più di cento chilometri di distanza,
allarga notevolmente il cerchio,
e l'uomo solitario che piange la sua morte sulle rive lontane di un paese oltre il mare
include l'intero mondo nel cerchio.

E non parlerò nemmeno del grido degli orfani
che arriva fino al trono di Dio e oltre,
creando un cerchio senza fine e senza Dio.

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