Io sono Madame Bovary capovolta: scrivo i romanzi ma non ci credo veramente, a crederci in realtà sono più i Charles Bovary, quelli che hanno un mestiere nella vita reale, che impegnano il loro tempo in attività remunerate. Gli editori, ad esempio, ci credono tantissimo nei romanzi. E ci credono tanto che ci vogliono far su i soldi, che ogni volta che ne scrivi uno e glielo sottoponi ti chiedono, a loro volta, ma non puoi scrivere un po’ più facile, e non puoi intitolarlo in un altro modo, e non puoi farlo finire meglio, che al lettore piace? Il lettore. Ci credono solo gli editori, che la gente legga i romanzi. Gli editori sono gli unici custodi della letteratura, l’editoria salverà i romanzi. Sembra un paradosso, specie nel mio ambiente dove gli editori sono i bau bau cattivi da quando hanno declassato il libro a merce, da quando, cioè, è stata inventata la riproduzione seriale e il libro non è più un codice ma una copia tra (minimo) un migliaio, alla portata di tutti.

 

Una volta uno che s’inventa cose strane come Nanni Balestrini scrisse un romanzo in tante copie tutte diverse. Non proprio lui-lui: il calcolatore. Ma l’astruseria non cancellava l’evidenza delle copie riproducibili, che da supporto e strumento di condivisione diventano veicolo obbligatorio per il contenuto: quando scrivi, è meglio se inizi così e finisci cosà, se i personaggi parlano una lingua che si capisca, soprattutto se si capisce chi sta parlando. Ogni volta che ti senti ripetere la tiritera (fino a quella in cui volevano farti evidenziare i nomi dei personaggi perché fosse immediato al LETTORE a chi andasse riferito il tal capitolo o il tal parlato), ti chiedi se gli editori, di romanzi, ne leggano mai davvero (e per intero). Perché i romanzi è più di un secolo che la gente li legge senza che si capisca chi sono i personaggi, non da subito, almeno, e che in ogni romanzo ce ne sono più d’uno a pagina e che pure se non te li evidenziano alla fine storto o morto ti raccapezzi anche senza lo schema Linati.

 

Mettiamola così: una volta leggevi un romanzo ed era come fare una gita organizzata, di quelle in cui ti prenotano i musei, le guide e qualche volta pure i ristoranti e le discoteche, e invece adesso, cioè dal primo Novecento in poi, è un’avventura in mare aperto, dove già dalla prima pagina/riga/titolo il rischio minimo è il mal di mare. Joyce, ovviamente, ma fino a Pynchon almeno: sfido chiunque a capire prima di pagina 100 chi accidenti sia Pirata e cosa ci perda tempo a fare per tutto il primo capitolo dietro a una colazione di banane. Ahi, ammonirebbe un editore di oggi, togliamo ste banane, nessuno al mondo fa colazione in questo modo. E poi Pirata… mhm, non so se funziona come nome, e perché ci vuoi mettere subito altri personaggi? Concentrati su quello principale, era una bella giornata ed eccolo fare questo e incontrare quell’altro, anche Ulysses di Joyce è il racconto di una giornata! Sì, d’accordo: ma quando inizia, questo racconto? A tre capitoli dall’incipit, nel quale i personaggi sono così tanti e confusi che di quello che fanno/si dicono, sulle prime, proprio non si viene a capo. Esito: capolavoro imperituro.

 

Ma allora perché dici che gli editori salveranno i romanzi e forse la letteratura? Lo ripeto: perché sono gli unici a crederci. A pensare che esista un mondo di studenti e signore annoiate pronti a leggersi l’ennesima storia dell’uomo che un bel giorno e tutt’a un tratto. Nossignore. Non ci sono. Ma gli editori che scommettono sul futuro, sanno che ci saranno, ci saranno di nuovo, e ancora e ancora, e si ostinano a chiedere agli autori di raccontare così e non in altro modo, come non ci fosse ieri. Ieri che era fino a mezzo secolo abbondante fa, e gli scrittori potevano pubblicare un giallo che finiva senza l’assassino (ovviamente Gadda), oppure un giallo in cui non c’era manco l’assassinato (il Serpente di Malerba, poniamo). Ma quelli non erano romanzi, era la letteratura che prendeva in giro se stessa, che sovvertiva i generi, che parodiava. Se la parodia è il rovescio di qualcosa, quel qualcosa è soprattutto il romanzo, l’aborrito, mostruoso depositario del messaggio che Manganelli rifuggiva e sconquassava a partire dalla lingua, evidentemente. Ma che romanzo è Hilarotragoedia, lo portereste in vacanza, lo nominereste alla cugina che vi chiede cosa regalo alla mia amica per il compleanno? Certo che no, lì dovete sforzarvi di consigliare, come per gli acquisti del fu Maurizio Costanzo Show, il peggio (o il solo) disponibile in libreria: il romanzo di Chiara Gamberale o di “Daria”. E tu li hai letti? Certo che no! Rispondi sdegnata. Ma tu non li hai letti perché a te non piace il romanzo, perché credi, esattamente come Manganelli, che la letteratura sia una menzogna e che l’unico modo per continuare a farne sia devastarla. Mhm. Ma forse allora non ci credi veramente, perché quello è il modo per allontanare i lettori dai libri, dalle librerie, dalle biblioteche. Alla fine chi vuole perdere ore delle sue giornate a decifrare un libro scritto in barocco? (In che? Mettiamo una nota a piè di pagina, o cambiamogli nome, che fa troppo saccente).

 

Tu impari delle cose, in un posto che chiamano ancora scuola o (peggio che mai!) università, e poi arrivano altri posti detti (ancora per quanto?) giornali o editoria e lì tutto da capo, tutto da rifare. Meno ne sai, più sei adatto perché non spaventi, piaci alla gente. La gente: ma chi è? La voglio vedere in faccia questa moltitudine che non si raccapezza, che sbianca davanti a un’interrogativa indiretta (volgarmente se col condizionale), che vuole i sottotitoli, le postille, la spiegazione di ogni salto logico, ellissi, andirivieni temporale, dove sono, fatemici parlare. E i film, i film, anche quelli bisogna spiegarglieli? E la musica, e i quadri, la fotografia, la videoarte, la performance, il digitale? Tutto il tempo a spiegare? Oppure, se non ne hai per il capo, allora è meglio che è dall’inizio che ci pensi, che ti attrezzi: sapere bene come scrivere male, diceva quello là. Meglio ancora sapere male come scrivere bene o cambiare di segno bene e male: male, quando scrivi senza considerare la gente, bene, se sì, ne tieni conto. Ma, ripeto, chi è la gente, facciamo mente locale. Negli spogliatoi della palestra (luogo della gente indistinta e socioculturalmente indifferenziata) sento dire da una studentessa all’amica: «Mio padre sono giorni che mi parla dell’iphone 6, ho già capito che mi regala a Natale». E l’altra: «Pensa se invece ti arriva con un libro!». Risate. Risate. Un libro. L’iphone 6. Sette, otto, nove, ventimila di questi lettori come traguardo: I would prefer not to, thanks a lot.

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10 Luglio 2015