Beato chi se lo fa, il sofà

Torniamo all’Ottocento, e a quelle saghe che sono un sicuro e saldo ponte fra quelle antiche (omeriche, indiane ecc.) e quelle contemporanee (Star Wars, le serie tv come Lost ecc.). Campione nel genere è indubbiamente Balzac con la sua Comedie humaine, ma se la cava niente male pure Zola con il ciclo dei Rougon-Macquart: venti romanzi in circa vent’anni, che è una media alla Lansdale. Con dentro capolavori come Il ventre di Parigi, Germinal e L’Assommoir.

 

Nel 1880 esce Nana, il nono della serie. Ed è il putiferio. Con chi dà a Zola del pornografo e chi, magari più avvezzo a frequentare certe compagnie femminili, lo accusa di esser stato un pessimo reportagista. Alla faccia del naturalismo professato.

 

 

Al di là di tali querelle, il punto è che la lettura ai nostri tempi di questo romanzo fa venire un po’ di nostalgia. Addirittura, sì, perché il tempo delle veline che scorrazzavano su aerei di Stato per poi sedere prima in piscina e poi su scranni in teoria più elevati non è trascorso da molto, e l’attuale compagine governativa talora fa rimpiangere proprio il ventennio dei nani e delle ballerine. E del loro celeberrimo buon gusto, che tanto somiglia a quello di Nana. Non parliamo dei festini, dell’uso ben calibrato delle proprie grazie a fini di lucro, dell’affettata promiscuità (nel caso di Nana, il conte da un lato, l’“amica” dall’altro). Parliamo di buon gusto in senso quasi letterale, insomma quello del russo sodale del nostro ex premier. Fuor d’ironia, siamo nel campo del kitsch come lo intendeva Clement Greenberg (Avant-garde and Kitsch, in “Partisan Review”, n. 6, 1939, pp. 34-49), ovvero nel consumismo più becero.

 

Maintenant, dès l’entrée, dans le vestibule, des mosaïques rehaussées d’or se moiraient sous de hauts candélabres, tandis que l’escalier de marbre déroulait sa rampe aux fines ciselures. Puis, le salon resplendissait, drapé de velours de Gênes, tendu au plafond d’une vaste décoration de Boucher, que l’architecte avait payée cent mille francs, à la vente du château de Dampierre. Les lustres, les appliques de cristal allumaient là un luxe de glaces et de meubles précieux. On eût dit que la chaise longue de Sabine, ce siège unique de soie rouge, dont la mollesse autrefois étonnait, s’était multipliée, élargie, jusqu’à emplir l’hôtel entier d’une voluptueuse paresse, d’une jouissance aiguë, qui brûlait avec la violence des feux tardifs.

 

(Émile Zola, Nana, Flammarion, Paris 2000, p. 404)

 

In queste descrizioni ci ritrovo agilmente la nostra situazione appena passata e, forse, ahinoi, quella futura. Perciò magari avrei accusato Zola di pornografia, ma d’esser un pessimo fotografo della realtà, questo no, non se lo meritava. E ora godiamoci - si fa per dire - qualche altro mese di loden e sobrie montature in tartaruga.

 

 

 

 

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