Thomas Mann e la morte. Non a Venezia

Ho un’ampia biblioteca (non ampia quanto vorrei, ma lo dicono tutti i possessori di ampie biblioteche) e sono un lettore assiduo (non assiduo quanto vorrei, ma lo dicono tutti i lettori assidui). Patisco una lieve forma di ipocondria, a dire il vero molto circoscritta: temo di scordarmi le cose che leggo. Certo, sono consapevole che non tutto resta, che la memoria è selettiva, come insegna Nietzsche. Ma quando non solo si compra, bensì si rilegge con pieno gusto, senza che alcun dubbio sorga, per la seconda volta lo stesso libro, e non a distanza di vent’anni, allora il timore mi pare giustificato.

 

Ora, per evitare questi disguidi c’è chi redige schede, chi si appunta citazioni, chi riapre regolarmente i libri letti in precedenza. Io, facendo di necessità virtù, tento di scriverne, e pubblicamente. Perciò ogni libro finisce come da sé in una certa casella - anzi, è fisicamente un ripiano di una specifica libreria nel mio studio - afferente a una rubrica, a una rivista, insomma al periodico su cui sarà pubblicata la recensione, segnalazione, riflessione legata a quel testo.

 

Se tutto andrà come deve andare, quella libreria avrà bisogno di un altro ripiano. Lì si adageranno quei libri la cui recensione, diciamo così per semplicità, è destinata a questa rubrica. Si tratterà di opere di fiction e non fiction, per adottare una imperscrutabile suddivisione da addetti ai lavori; insomma, narrativa e saggistica. Non novità, quelle sono bandite. Ma che solletichino una riflessione attuale, legata a temi contemporanei, quelli sì agli onori delle cronache, o almeno degni d’attenzione qui e ora.

 

Nulla di particolarmente complicato, se non un ulteriore tassello di un composito blog, etimologicamente parlando. Che però - come dovrebbero fare tutti i blog - ha l’ardire di pensare che quegli spunti, quegli stiletti, quei rovelli possano interessare non solo colui che scrive. Ripeto: nulla di complicato, il che significa che lo spunto, la citazione, la pagina o la frase non saranno interpretate e sovrainterpretate. Giusto qualche parola, il resto si spera che lo faccia l’opera citata, e la scelta di citare quel passo in quell’opera.

Si chiama critica anche questa, mi pare: scegliere, operare una scelta.

 

Cominciamo con Thomas Mann. Siamo dentro i Buddenbrook (1901), quindi nella Lubecca ottocentesca. Siamo al capezzale di Elisabeth Buddenbrook, la matrona della famiglia:

 

    

Poi ricominciò la lotta… Era ancora la lotta con la morte? No, adesso ella lottava con la vita per conquistare la morte. - Vorrei… - ella ansimava, - ma non posso… Qualcosa per dormire… Dottore, per pietà! Dormire…!  

Quel “per pietà” fece singhiozzare forte la signora Permaneder, e Thomas gemette piano stringendosi la testa fra le mani. Ma i medici conoscevano il loro dovere. Bisognava a tutti i costi conservare ai parenti il più a lungo possibile la vita dell’ammalata, mentre un calmante avrebbe subito provocato la resa dello spirito senza più opposizione. I medici non sono al mondo per facilitare la morte ma per conservare a qualunque prezzo la vita. In favore di ciò parlano anche motivi religiosi e morali che i dottori Grabow e Langhals avevano sentito chiaramente enunciare all’Università, anche se in quel momento non se li rammentavano bene… Perciò somministrarono varie medicine per rinforzare il cuore e provocare col vomito qualche passeggero sollievo.

Alle cinque l’agonia non avrebbe potuto essere più spaventosa. La vecchia signora, dritta, convulsa e con gli occhi sbarrati, agitava le braccia come per aggrapparsi a un punto d’appoggio o a mani che le venissero tese, e rispondeva continuamente a richiami che lei sola udiva giungere da ogni parte e che parevano divenire sempre più numerosi e insistenti. […] - Ora vengo… subito… immediatamente… così… Non posso… Dottore, un sonnifero…

Alle cinque e mezzo vi fu un momento di quiete. E poi, all’improvviso, su quei lineamenti invecchiati e sconvolti dalla sofferenza passò un fremito, una gioia trepida e repentina, una profonda, tremante, pavida tenerezza; fulmineamente ella aprì le braccia, e con uno slancio così pronto e immediato che fu evidente come fra l’appello udito e la sua risposta neanche un attimo fosse passato, ella esclamò a voce alta, in un tono di assoluta obbedienza, di sconfinata docilità e devozione, piena di timore e d’amore: - Eccomi, sono qua! - e spirò.

[…]

Qualcuno aprì le tende della finestra e spense le candele, mentre il dottor Grabow con la sua faccia bonaria chiudeva gli occhi alla morta.

Nel livido mattino autunnale che inondava la stanza ciascuno ebbe un brivido di freddo. Suor Leandra coprì con un panno lo specchio della toilette.  

 

(Thomas Mann, I Buddenbrook, trad. it. di Anita Rho, Einaudi, Torino 1992, pp. 518-519)

 

La scena è violentissima. Per chi ha seguito anche solo en passant le strazianti vicende politiche di Piergiorgio Welby ed Eluana Englaro, queste di Mann sono pagine indimenticabili. Non hanno nulla a che fare con la maturità delle scelte operate in altri contesti finzionali: penso a Le invasioni barbariche (Denys Arcand, 2003) o Mare dentro (Alejandro Amenábar, 2004).

 

Qui il catalogo dell’accanimento terapeutico - o meglio: di quel che, con il progresso della medicina e delle sue possibilità, sarebbe divenuto tale - è al gran completo: c’è la richiesta inascoltata del desiderio del paziente (“Qualcosa per dormire… Dottore, per pietà!”), c’è la prevaricazione del presunto volere sociale (familiare) sul volere del paziente (“Bisognava a tutti i costi conservare ai parenti il più a lungo possibile la vita dell’ammalata”), c’è l’enunciazione dell’accanimento a venire come principio (“I medici non sono al mondo per facilitare la morte ma per conservare a qualunque prezzo la vita”), c’è la funzione dell’abitudine e dell’acriticità (“In favore di ciò parlano anche motivi religiosi e morali che i dottori Grabow e Langhals avevano sentito chiaramente enunciare all’Università, anche se in quel momento non se li rammentavano bene…”), c’è la rilassatezza di un aguzzino che non si percepisce come tale (“il dottor Grabow con la sua faccia bonaria chiudeva gli occhi alla morta”), c’è la superstizione e la religione, che è poi lo stesso (“Suor Leandra coprì con un panno lo specchio della toilette”).

 

Ecco, fra i tanti temi per i quali vale la pena di essere indignati c’è questo, che riguarda ogni essere umano: l’ostacolo più o meno complicato che lo Stato pone fra l’individuo e la “gestione” della propria morte. Ci sono Paesi più o meno civili su questo pianeta, e il loro grado di civiltà si misura anche nella libertà che “concedono” ai propri cittadini su questa materia. L’Italia sta al solito posto: in basso nelle classifiche, molto in basso. E non sono affatto convinto che la colpa sia proprio tutta della Città del Vaticano e dei suoi temporanei ospiti terreni.

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