Che fico!

 

Ti prende di sorpresa. Dapprima pungente – come una barba soigneusement negligée – un poco acre, un poco tannico. Poi trasuda il dolce lattice che lo innerva.

L’ora di canicola, in campagna, ha l’odore maschio del fico (ficus carica). Quello incontrato a Vignana, entroterra di Levanto, è il padrone dell’orto: con la cupola del suo pesante fogliame si impone sui pallidi ulivi, offre meditativo ristoro.

 

 

La lingua francese, distinguendo albero (le figuier) da frutto (la figue), accendeva poetiche femminine immagini in Francis Ponge (“Nous l’aimons comme notre tétine”, Comment une figue de paroles et pourquoi). Sarà anche per questioni di genere grammaticale se quest’albero antico mi fa invece pensare a un amante insaziabile, prorompente, vigoroso, prolifico. Spande i suoi semi con abbondanza: con facilità attecchiscono nel cemento fessurato, ai piedi di un altofusto, al mezzo di un cespo fiorito.

 

Tardivo nel metter foglia, mostra per lunghi mesi le nude braccia: dritte e lisce da giovani, intrecciate e contorte se, lontano da cesoie, sono libere negli anni di possedere lo spazio d’attorno. Più o meno scure, in ogni caso grigie. Elastiche: facili da attrarre quando i frutti maturano, piacevoli per dondolarsi quando l’ombra le riveste. Allora, ci si abbandona fiduciosi all’abbraccio delle sue molte, grandi mani verdi: cinque lobi profondi, cinque dita barbariche d’ispida peluria.

 

 

Splendides” per Ponge le sue foglie, “les plus parfaites qui soient”. E si capisce che Lorenzo Lotto le abbia ritratte (ma con tre soli lobi, non esageriamo!) alle spalle di una delle sue anticonformistiche madonne, qui puerpera lettrice che lascia il centro della scena a Giuseppe incorniciato da un casto gelsomino (Sacra famiglia con Santa Caterina d’Alessandria, Accademia Carrara, Bergamo).

 

E poi ci sono i frutti (in verità falsi frutti) dolcissimi, buoni tutti, pelle e acheni compresi, da soli o con altre vivande, freschi o secchi. E, in barba ai proverbi, sul fico è bene salirci, non scenderne, rivestirsene, cibarsene, e cantarne l’elogio. Specie se di fico secco si tratta.

 

Ma sul fico secco, cui andava la sua (“irreprimibile”) preferenza, sull’arte e sul culto della “pauvre gourde, comme une église de campagne, à la fois rustique et baroque, [...] à l’intérieur de laquelle luit un autel scintillant”, Ponge docet: et ça suffit.

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06 Luglio 2011