Piazza degli studenti

A Roma, Milano, Torino, Bologna, Palermo le recenti manifestazioni degli studenti contro le politiche del governo e contro i tagli alla spesa sociale hanno confermato quella tendenza alla radicalizzazione del conflitto, con scontri anche violenti con le forze dell’ordine in cui sono coinvolti minorenni, già vista negli ultimi anni.

 

Da un lato gli studenti delle scuole superiori si sono mossi “contro questo Governo e contro l’Unione Europea, che assieme privano milioni di giovani del diritto all’istruzione, al lavoro e al futuro” su una piattaforma ideale che può essere riassunta così: “No al ddl Profumo, fuori banche e aziende dalle scuole, saperi per tutti, privilegi per nessuno”. Dall’altra le forze di polizia, con una certa continuità istituzionale, non hanno esitato di fronte all’uso spropositato della violenza nei confronti di ragazzi. Si sono viste scene di guerriglia urbana anticapitalista ed effigi date alle fiamme che ricordano altri contesti, dalla Grecia al mondo arabo, ma che sono inequivocabili segnali di rabbia e frustrazione contro un futuro negato e un presente di incertezza e precarietà. Esiste una sintassi della rivolta ben chiara che nuovi soggetti in crescita alla loro “prima volta” in piazza tendono a utilizzare mettendo alla prova l’immaginazione mitica del gruppo dei pari attraverso il duro impatto con la materia resistente di una vetrina o con una carica di polizia. Sempre di più sono i giovanissimi a entrare in scena: hanno realizzato che il loro futuro è loro negato e che sono cresciuti in una gigantesca illusione (chi ha 18 anni oggi è nato nel 1994, annus horribilis dell’inizio dell’Era del Satiro di Arcore) ed è sintomatico che le frange politiche radicali di diverso orientamento, dagli Autonomi a Casa Pound, cerchino e peschino consensi in quel bacino anagrafico, spesso riuscendo a cavalcarne le manifestazioni e a capitalizzarne la forza numerica.

 

 

Al di là del farsi degli eventi (diverso da luogo a luogo a seconda del contesto) e della loro rappresentazione, quello che ho avuto modo di constatare nella vita scolastica è una sfiducia diffusa nelle istituzioni lontane che prende l’aspetto del disprezzo della ‘casta’ da parte delle più miti educande per finire con l’apologia del riot da parte dei ragazzi con cultura di strada, a sinistra da centro sociale e a destra da ultrà, peraltro più vantata che praticata. Monti, Fornero e Profumo non sono Berlusconi, Tremonti e Gelmini, quale che sia il giudizio politico su di loro, eppure diventano nell’immaginario la stessa cosa: nella logica immediata e semplificata di un adolescente, dopo che sono saltate le regole e che la precedente élite politica ha distrutto e depredato tutto, è incomprensibile che qualcuno provi a rimettere in sesto il quadro, per di più imponendo e promettendo sacrifici per obiettivi scarsamente individuabili come la riduzione del debito, dello Spread o l’incremento del Pil. Il Parlamento poi è rimasto lo stesso di prima, pur essendo delegittimato, e la stessa nozione di governo tecnico è anomala, un provvedimento emergenziale frutto di logiche economiciste ed europeiste che quand’anche fossero condivisibili rimangono estranee all’idea di sovranità popolare. Il risultato è una reazione durissima – Chiara Saraceno scrive “rabbia, cinismo, violenza”–, un rifiuto della mediazione.

 

Partiamo dall’idea che in qualche modo gli studenti abbiano ragione, poiché effettivamente le nuove generazioni stanno peggio della precedente e la scuola pubblica continua a essere in condizioni critiche. Il problema è sapere come uscire da questa crisi e come ottenere un ripensamento delle linee guida dell’economia del Paese in questa fase difficile. Tre decenni di inviti alla soddisfazione immediata hanno creato per ampie fasce della popolazione giovanile e studentesca soglie di tolleranza della frustrazione molto basse oltre che scarsa capacità di comprensione dei fenomeni complessi come le leggi economiche, la governance internazionale o strategie per la realizzazione di forme di bene comune. Inoltre, il mondo degli adulti vibra delle medesime pulsioni (anti)politiche o post-politiche, con qualche capacità in più di reggere i sacrifici e in modalità depressiva piuttosto che rivoltosa. La semplificazione mediatica è brutale: gli adulti che perdono il posto si suicidano e i giovani si ribellano. Ieri mattina in sala docenti sono letteralmente scappato mentre un giovane collega precario vaticinava l’apocalisse “e noi stiamo qui a fare finta di niente!”. Nel pomeriggio, con nelle orecchie i notiziari radio, il titolare del negozio in cui compravo cibo per gatti (che sta chiudendo) mi ha inchiodato alla cassa con un flusso di coscienza sulla crisi il cui senso ultimo era: “se potessi andrei anch’io a spaccare tutto”.

 

 

Hanno ragione dunque, perché la crisi è di lungo periodo e frutto di errori di altri e adesso si tratta di andare avanti tra difficoltà, incertezze e indeterminazione. La politica non è stata in grado di dare una risposta all’altezza della crisi. Il concetto di mediazione e la nozione alta di politica rimangono astratti e percepiti come utopici: paradossalmente è la scuola l’ultimo posto in cui qualcuno sembra crederci, siamo proprio noi docenti a trasmetterli ai ragazzi, da Platone a Tommaso Moro a Rousseau, Kant, Marx. Certo, perdonate l’iperbolica semplificazione, si studiano anche Robespierre, Stalin e Pol Pot; e si riesce a lavorare anche sulla stagione della violenza politica in Italia e sugli errori dei movimenti degli anni settanta. Ma c’è sempre qualche studente pronto a dire che la non-violenza va bene solo per prendere un bel voto in un tema e che è un lusso che nel quartiere non ci si può permettere.

 

Il problema rimane ancora una volta che fare, con un senso di impotenza e frustrazione che l’adolescenza rende ancora più acuto. Non riconosco i miei allievi nelle immagini di questi giorni e continuo a credere che siano più il malessere, la sfiducia, la perdita del futuro – e non la violenza, la distruzione e la ribellione – i tratti specifici degli adolescenti di questi anni. Quale mediazione politica potrà risolvere le contraddizioni del presente è qualcosa che attendiamo tutti.

 

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