Design(s)
Marco Sironi

Marco Sironi ricerca e progetta nell’ambito del design. Insegna progettazione a Milano e ad Alghero. Link: www.elitradesign.it

09.10.2016

Note per una mostra / Pierluigi Ghianda. Del tempo interstiziale

Quella di esporre i semilavorati di bottega, i pezzi ancora grezzi ma già disposti alla forma – già avviati a diventare, da materia viva, cose da viversi riconoscibili e compiute – è una qualità inattesa della mostra che Lorenzo Damiani ha allestito per rendere omaggio al lavoro di Pierluigi Ghianda. Per una volta, in virtù di un felice gesto a sorpresa, siamo sollecitati a prestare un’attenzione non ovvia al tempo che si scava tra ideazione e prodotto finito; per l’artificio di questa giostra circolare di carrelli da officina, nella Sala grande del Belvedere della Villa di Monza, siamo indotti a abitare l’intervallo pieno tra i due momenti – creazione ed esecuzione, pensare e fare – sempre fittiziamente presupposti come in sé assoluti. Invece è in questo frammezzo che propriamente si...

09.11.2015

Sul design per imparare

Le scuole riaprono le porte alle nuove leve di alunni, alla fine delle ferie d’estate: secondo abitudine si consuma il rito stagionale, angoscioso e lieto, delle generazioni che seguono le generazioni ripetendo gli stessi gesti come fossero i primi, in aule abitate ora come un tempo da schiere di umani cuccioli chini su sudati supporti di scrittura. O di Pinocchi pigri della giovanile indolenza di chi – si scherzava – sta lì piuttosto a scaldare il banco. Che fosse un oggetto pensato, prodotto da qualcuno, quel banco, e frutto di precise scelte (o non scelte) politiche e economiche, ce lo ricorda una piccola mostra comasca sul Design per la scuola, appendice di quella sull’architettura degli edifici scolastici che Triennale Extra propone. E per un caso...

08.09.2015

Di una certa cucina dello sfrido

È un’arte domestica e parca quella che cucina e serve in piatti nuovi gli avanzi del giorno prima; che sminuzza e mette insieme i resti ancora buoni dentro impasti saporiti, aggiungendo il poco che basta a rifarne la consistenza, a ricostruirne la forma e la testura, per offrirle come cose grate all’occhio e al palato. Il design del tempo della crisi ne ricalca i passi, o cerca di farlo, ne riprende da vicino i gesti e le attitudini, come se le ragioni intime del progetto rispondessero volentieri al richiamo di quella disposizione parsimoniosa, di una premura contraria allo spreco: e qui, secondo antiche ricette di massaia, va provando nuovi modi di produrre cose con le cose rimaste, di far progetti e prodotti con i residui della produzione.   Fernando e...

17.06.2015

Sulle scritture dei makers

C’è un passo degli Scritti sull’arte in cui Paul Valery preannuncia un’epoca della illimitata distribuzione a domicilio di immagini e di suoni: come l’acqua il gas o la corrente elettrica, dice, in virtù di un’erogazione capillare dei flussi (e della tecnica di riproduzione), essi saranno disponibili a manifestarsi al comando di un piccolo gesto, e poi sveltamente ci lasceranno. Si fa quasi fatica a scorgere lo scarto di questa profezia rispetto a un prima ormai improbabile, lontanissimo, quando le cose – immagini e suoni – dovevano essere pesantemente innestate nel luogo del loro prodursi e agire: ora che l’abitudine a vivere ubiqui, incollati agli smartphone, ci assegna a un orizzonte fluido, istantaneamente ridisegnato dall...

21.05.2015

Sul riappropriare il progettare, il produrre

Esiste anche una nausea del design, che è il sentimento latente di rifiuto per il patinato disegno delle cose, per l’incanto greve del nostro dir di sì allo sfavillio delle immagini, quando infiniti oggetti si accalcano diversi e sempre più indifferenti sugli scaffali del mercato globale, a sedurci e lasciarci qui non meno abbagliati che confusi. È un sintomo buono, che può accompagnare il risveglio dalla ubriacatura del moderno, dalle certezze obbligatorie delle sue favole di produzione e consumo cui abbiamo troppo a lungo creduto. Perché questo malessere accompagna l’insorgere di qualche dubbio su un progettare inteso come imbellettamento completo del mondo, dove il designer starebbe a guidare la danza e il banchetto mercantile,...

13.04.2015

Castiglioni maestri del design

In veste di designer   Tra le pagine del catalogo per un Museo del design italiano secondo Mendini, anno 2010, si trova un vestito a colori dalla foggia bizzarra: l’abito da designer di Achille Castiglioni. Come quello di un Arlecchino futurista, deperiano, è fatto di ritagli e sfridi ricuciti: càmice da lavoro che, derogando la serietà ingessata del professionista, funziona come astuccio esteso, a cingere, ad avvolgere il corpo di tasche e taschini, ed è capace di custodire addosso al designer, pronti all’uso, gli strumenti del mestiere. Capace anche – almeno idealmente, secondo un rituale non si sa quanto atteso – di introdurci allo spirito che gioiosamente dava il tono al lavoro nello studio-bottega; di inaugurare come spazio-...

29.05.2014

Sulle tracce/facce di Munari

Acciuffare Munari è impossibile: l’inafferrabilità, che Paolo Fossati annotava più di quarant’anni or sono come prima connotazione di quella figura frattesa tra arte e design – fra un’arte sempre “a disagio tra le definizioni dell’attività artistica” e un design libero dalle durezze ideologiche dell’industria e dello stile – rimane intatta, oggi ancora. È come coi pezzi delle sue “macchine inutili”, strutture leggere realizzate a partire dagli anni Trenta, fatte di legno plastiche e cartoncini colorati, che fili sottili legavano in equilibri appena fluttuanti: se afferrate in un punto, o se turbate dal minimo soffio dell’aria, modificano subito la configurazione complessiva per poi...

11.07.2013

La sindrome dell'Influenza

La “sindrome dell’influenza” (catalogo Corraini a cura di Pierluigi Nicolin) sta a descrivere, nel corpo del design italiano, quella particolare  disposizione ad aprire a ogni apporto, a mai rintanarsi nelle certezze di sé, per assorbire e riscrivere le diversità dei mondi a cui sollecito rivolge attenzione. Ecco, la mostra in Triennale vorrebbe rendere conto per ben organizzate tappe – tra storia memoria e attualità – di quella sua capacità trasversale che, molto praticamente, metamorfizza le presenze della tradizione in novità del progetto, e viceversa risolve l’inedita tecnologia o l’esotismo d’importazione in cose che sembrano le compagne di sempre; vorrebbe rintracciare attraverso i decenni i...

09.04.2013

Salone del mobile | Pierluigi Ghianda: se fare è pensare

C’è chi insinua che il racconto del design italiano abbia il suo seme nella favola strana di un pezzo di legno riottoso e vivace, e il proprio nume tutelare nella figura paterna di un santo divenuto Geppetto per le attenzioni dei giovani lettori. Forse sì: prima che nella vocazione potente di un apparato produttivo all’inglese o alla tedesca, prima che nel richiamo dell’ingegneria pesante costruttrice di treni e aeroplani, il protodesign italiano lo si trova in nuce in un’ingegnosità leonardesca e in una cura massaia, entrambe vive e diffuse nelle pratiche attitudini del fare che si tramandano in lunghi tempi. Lo si intuisce a proprio agio, quel design, dentro le mille botteghe di ebanisti, fabbri, vetrai dove pazientemente si tramandano i saperi e si fanno o si facevano le cose.  ...

24.09.2012

La pelle dell’iPad

Uno dei percorsi o modi di cui dà conto Stefano Micelli in un libro di qualche anno fa, mentre raduna e riordina le tracce di un patrimonio troppo spesso taciuto, o mal compreso, nell’auspicio che venga davvero un “futuro artigiano”, è quello che segna un apparente paradosso: esisterebbe, alla radice di oggetti come l’iPad o come i portatili della solita mela – indubbi prodotti di una filiera globale – una singolare disposizione artigiana. Questo perché a monte della produzione, nella progettazione del prodotto, si lascia rinvenire con chiarezza un’artigianale passione per il materiale, una curiosa disponibilità a trattarlo spingendo la lavorazione ai limiti del fattibile, attraverso un lavorio di prove ed errori teso...

30.11.2011

Alghero / Paesi e città

Fine corsa. Bar “Il Capolinea”   Pellegrini che arrivino camminanti ad Alghero oggi non se ne vede, ma se vi capitasse di dare le spalle al mare e camminare tutta la XX Settembre, lo troverete allora come casetta delle fiabe, a segnare il fine corsa e dar ristoro. Un angolino dove il tempo è ancora alle convergenze parallele, dove l’orario del treno non è mai stato esposto ma qualcosa continua a ticchettare. Probabilmente vive una doppia vita: la signora gentile di giorno; la notte i giovani del posto assiepano gli anfratti foderati – peccaminosi e casalinghi – occulti all’occhio della tv. Che vita!… Sedere di fuori, al tavolino cumano, smemorarsi di sé sul ciglio della strada. Un lieve venticello, che sa di...