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Il figlio di Saul

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Il figlio di Saul. Nemesis?

Il film inizia con una immagine sfocata, rivolta verso un “di fuori” che pare quasi incomprensibile, come se fosse la proiezione di un “di dentro” che ha smarrito per sempre la capacità di vedere (e di vedersi). Il campo di sterminio è il luogo dell’insondabilità, di una percezione stravolta poiché si fonda sulla cancellazione di qualsiasi residuo di umano e, quindi, di soggettivo. Il Lager non ha futuro, ossia non ha tempo: è un eterno presente, che si ripete ossessivamente, incessantemente, senza un perché ma con un solo come, quello del meccanismo dell’annullamento totale su scala industriale. Il campo è in sé una totalità e, quindi, non necessita di spiegazioni.   “Warum?”, chiedeva improvvidamente Levi, sentendosi rispondere: “Ist nicht warum!”.   Il manifesto civile della pellicola è chiaro fin dai primi fotogrammi: vorresti vederci chiaro ed invece, alla prova dei fatti, tutto si fa scontornato e privo di messa a fuoco. Quasi un esordio con sfida, per lo spettatore, il quale vorrebbe forse chiedere al regista e all’operatore,...

Tre sguardi sulla Shoah

Un'uscita concomitante sugli schermi italiani offre l'opportunità per una riflessione sull'attuale valore narrativo della memoria. Di quella memoria. Che non può non essere condivisa e che non può ritenersi esclusiva. Il labirinto del silenzio, Il figlio di Saul e Una volta nella vita, pur circolando in Europa e tra i vari festival da qualche tempo (più di un anno, nel caso del primo e del terzo), escono a ridosso del 27 gennaio e autorizzano alcune considerazioni incrociate, possibili in virtù del tema comune, della coincidenza della presentazione al pubblico italiano e dell'eventuale scopo didattico per cui potrebbero essere utilizzati.    Se la memoria è il basso continuo e spesso ossessivo per ogni operazione di questo tipo, due di questi tre film declinano la loro essenza sulla necessità di ricordare, sebbene in contesti diversissimi tra loro per epoca, situazione e percorso formativo personale dei protagonisti (sulla stessa necessità, citiamo en passant un'altra pellicola di imminente uscita, Remember di Atom Egoyan, in cui l'anziano ebreo protagonista – interpretato da...

Il figlio di Saul. La stanchezza della memoria

“Ecco un film che farà molto parlare”, pronosticava il delegato generale del Festival di Cannes quando nell’aprile del 2015 annunciò alla stampa l’elenco delle opere in concorso. Presentato fin da subito come un caso controverso, probabile detonatore dell’ennesima raffica di polemiche sui limiti della rappresentazione cinematografica, Il figlio di Saul si ispira alle testimonianze che alcuni Sonderkommandos di Auschwitz sotterrarono clandestinamente prima della loro rivolta del 1944. Sullo sfondo storicamente documentato delle attività quotidiane svolte dall’unità speciale deputata alla svestizione e all’accompagnamento dei prigionieri nelle camere a gas, e poi all’estrazione dei cadaveri, alla pulizia dei locali, all’incenerimento dei corpi e alla cernita dei beni sequestrati, si staglia il personaggio (inventato) di Saul Ausländer, rotella suo malgrado di quell’ingranaggio efferato, intento a perseguire un progetto di resistenza del tutto personale: il tentativo di sottrarre il cadavere di un ragazzo alle cremazioni collettive per seppellirlo secondo la tradizione ebraica.   Si...

Il figlio di Saul

Cosa si vede, si sente o si prova quando si vive nell’occhio del ciclone, quando si sta al centro della scena, sempre in movimento eppure immobili? Niente, non si prova niente. Il volto impassibile, il corpo rigido come l’ago puntato di un compasso, mentre tutto attorno il mondo ruota e travolge ogni cosa. La rappresentazione del campo di sterminio ne Il figlio di Saul, opera prima del trentottenne László Nemes, già collaboratore di Béla Tarr e autore di alcuni corti notevoli, è efficace e sconvolgente perché segue un doppio movimento che non offre punti di tregua allo sguardo: il movimento del centro, cioè del suo protagonista Saul Ausländer (un membro dei Sonderkommando al servizio dei soldati nazisti nella gestione pratica dei campi), colto sempre in campo, in primo piano e al centro di lunghi ed elaborati piani sequenza; e il movimento incessante, rumoroso, travolgente, al limite del sostenibile, di ciò che accade attorno a lui: l’orrore dello sterminio tenuto in profondità di campo, fuori fuoco, fuori campo, non visto ma sentito (si veda l’incredibile scena del reparto oggetti, in...