raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti

 

AUTORI
Eva Pattis Zoja
08.05.2020

Tra corpo e psiche / Respirare

All’interno della grande esposizione sull’ambiente, intitolata Broken Nature alla Triennale di Milano nel 2019, un'installazione poteva passare inosservata. C’era una botte piena di terra con una superficie leggermente curva sabbiosa, un po’ spoglia e mentre lo spettatore si interrogava sul suo senso, il terreno cominciava a sollevarsi come in un sospiro profondo, poi si fermava, quindi si abbassava. Un attimo di riposo. Dopo di che riprendeva a gonfiarsi, come se vi abitasse un polmone immenso. Chi osservava si accorgeva di respirare insieme a questa superficie: inspiro ed espiro. E il ricordo di aver visto respirare la terra rimase impresso a lungo.  In molte grandi religioni il respiro è direttamente connesso alla divinità. Nell'Antico Testamento si legge: “Lì Dio, il Signore,...

01.04.2020

Colpiti nel cuore / La morte non doveva raggiungerci

Questa volta siamo stati colpiti nel cuore. Temiamo di non riuscire a respirare. Al mattino ci schiariamo la gola, sperando che il leggero mal di gola di ieri sia sparito. Gli eventi ci hanno travolti e ripetiamo parole come: “improvvisamente”, “di colpo” “dall’oggi al domani”. Negli ultimi decenni avevamo letto le riflessioni sociologiche sull'accelerazione nella nostra società. In mezzo secolo le parole dette in un minuto di televisione si sono raddoppiate. Ci riconoscevamo nella descrizione della nostra vita fatta da Hartmut Rosa in Accelerazione e alienazione. Per una teoria critica del tempo nella tarda modernità (Piccola biblioteca Einaudi). Secondo il sociologo tedesco, sia gli aspetti strutturali che culturali delle nostre istituzioni sono contrassegnati da un "restringimento del...

03.08.2019

3 agosto 2014 - 3 agosto 2019 / Come narrare le atrocità umane senza perpetuare il dolore?

“Sono venuti a Shingal per annientare tutti gli Yazidi. Quando sono arrivati a Shingal noi eravamo in Europa. Noi siamo quelli che non sono stati uccisi. Noi non viviamo. Dico, semplicemente, che non siamo stati uccisi.” (Ronja Othmann)   A Ronya Othmann, una ventisettenne yazida cresciuta in Germania, è stato conferito il “Premio del pubblico” alla 43esima edizione delle Giornate Letterarie di Klagenfurt, per il testo Vierundsiebzig. Ha dato voce a un avvenimento indescrivibile, le cui conseguenze sociali, politiche e psicologiche sono venute alla luce solo con il passare tempo. Nel 2018 le Nazioni Unite e il Consiglio d’Europa gli hanno dato un nome: genocidio.   Il 3 agosto 2014, gli Yazidi – popolazione del Nord dell’Irak che pratica una religione antichissima, con radici...

14.05.2018

Terapia junghiana per i rifugiati yazidi in Germania / Un trauma inimmaginabile

“Unimaginable trauma” è l’espressione in un articolo in prima pagina del New York Times (16/03/ 2018) che descrive la condizione psichica di 1200 donne yazide provenienti dall’Iraq e rifugiate in Canada, in seguito a quello che hanno vissuto – anche se, “vissuto” non è una parola adeguata per quello che hanno subito dopo essere cadute nelle mani – e nemmeno erano mani – dello “Stato Islamico”. Se manca la possibilità di immaginare, mancano le parole. Nel 2014 le testate dicevano: “Dopo la conquista del territorio popolato dagli yazidi, una minoranza religiosa preislamica nel Nord Iracheno, i maschi venivano uccisi, le donne e le bambine vendute come schiave…”. Intervistata dal settimanale Die Zeit nel 2016 una rappresentante delle donne yazide presso l’Onu aveva chiesto ai giornalisti: “...