Agatha Christie, il veleno è servito
Nel giugno 1974 Lord Snowdon, fotografo di casa reale, cognato della regina Elisabetta II, si reca a Wallingford, una cittadina sul Tamigi poco a sud di Oxford, per ritrarre Agatha Christie, nella casa di Winterbrook che la Dama dell’Impero britannico divide con il secondo marito, l’archeologo Max Mallowan. Snowdon scatta in bianco e nero e a colori. Per uno dei ritratti sceglie un interno domestico “alla Miss Marple”: il piccolo studio con lo scrittoio utilizzato per sbrigare la corrispondenza. Christie ha ottantatré anni, indossa un vestito blu petrolio, una collana rossa e pantofole azzurre. Siede di traverso, una mano sullo scrittoio, l’altra stretta allo schienale della sedia, e guarda dritto nell’obiettivo, con l’aria un po’ interrogativa, quasi divertita. La luce, che arriva di lato, rimanda a una composizione di Vermeer. Quella sarà anche la sua ultima sessione fotografica ufficiale. A novembre comparirà ancora una volta in pubblico per la prima londinese di Assassinio sull’Orient Express, alla presenza della regina. Morirà il 12 gennaio 1976.

Per il cinquantesimo anniversario della sua scomparsa, fra le numerose iniziative editoriali e culturali organizzate in tutto il mondo da inizio anno, la British Library le dedica una grande mostra, A World of Mystery (30 ottobre 2026 – 20 giugno 2027), che riunisce materiali della vita privata e professionale della scrittrice: manoscritti e dattiloscritti originali, lettere, quaderni, fotografie, oggetti di uso quotidiano. C’è la Remington portatile del 1937, la macchina da scrivere con cui compose Dieci piccoli indiani. C’è il dattiloscritto di House of Beauty, il primo racconto, scritto da adolescente. Ci sono gli appunti per l’adattamento teatrale di Testimone d’accusa. Ci sono le fotografie dei viaggi in Egitto, nell’Africa meridionale e alle Hawaii dove, nel 1922, imparò a cavalcare le onde e fu fotografata con la tavola. E c’è una lettera a Mallowan in cui racconta il viaggio sull’Orient Express.
Il percorso attraversa le diverse vite di Christie articolandosi in cinque ambientazioni tematiche. La casa di campagna dell’infanzia, Ashfield, con le fotografie di famiglia e i primi tentativi di scrittura. Il dispensario della Prima guerra mondiale, dove Christie fu infermiera volontaria e poi assistente di farmacia. Il treno, e la passione per le ferrovie. Gli scavi in Iraq e in Siria al seguito di Mallowan, da Ninive a Nimrud, con i filmati amatoriali della vita al campo, la Leica con cui fotografava i reperti, la crema per il viso che utilizzava per pulire gli avori. Infine il teatro: il mondo del West End degli anni Cinquanta con Trappola per topi, lo spettacolo più longevo al mondo, in scena dal 1952 e ancora oggi in cartellone. In questa sezione compare anche il dittafono, al quale negli ultimi anni affidava le prime stesure dei romanzi.
E poi ci sono i veleni
Ma è soprattutto nel dispensario, ricostruito per l’occasione, tra le sostanze che ricorrono nei suoi romanzi, i quaderni di ricerca e le annotazioni manoscritte, che ci si imbatte in un oggetto apparentemente modesto: gli appunti per l’esame di farmacia del 1917. Sono pagine che raccontano di una giovane donna che, in tempo di guerra, impara la grammatica dei farmaci, l’aritmetica delle dosi, e la vecchia lezione del fondatore della tossicologia, Paracelso: «Tutto è veleno, e nulla esiste senza veleno. Solo la dose fa che una cosa non sia veleno». La stessa digitale che cura un cuore malato, con qualche milligrammo in più può fermarlo per sempre.
Nel dispensario si esige una precisione assoluta – le prescrizioni si preparano a mano, ogni dose va calcolata senza margine di errore. Christie apprende così l’apothecaries’ system, il vecchio sistema di pesi della farmacia britannica. Un grain pesa poco meno di 65 milligrammi, all’incirca quanto un chicco d’orzo, venti grains formano uno scruple, tre scruples una dram, otto drams un’oncia, cioè 31,1 grammi. Frazioni e nomi antichi, il lessico di un ordine professionale ancora legato alla tradizione. Nei manuali però compaiono già i grammi, più semplici da calcolare e destinati a sostituire quelle misure. Christie impara a muoversi fra le due scale, quella decimale e quella antica, consapevole che un errore di conversione può moltiplicare per dieci la dose prescritta e provocare la morte del paziente.

È allora, come racconta Kathryn Harkup – divulgatrice scientifica, chimica di formazione – in A come Arsenico. Tutti i veleni di Agatha Christie, appena uscito da Utet nella traduzione di Chiara Baffa, che Agatha acquisisce la conoscenza dei veleni destinati a diventare la sua arma letteraria d’elezione. Niente sangue, niente rumore, un delitto può passare per morte naturale. E ne approfitta, fedele al programma che mette in bocca a un personaggio di Dieci piccoli indiani: «commettere non un solo delitto, ma delitti su vasta scala». Secondo i calcoli di Harkup, in Un cavallo per la strega le vittime sono dieci, senza contare una serie di altri omicidi di cui i personaggi parlano fra loro.
In questo dettagliato dizionario, Harkup prende in esame quattordici sostanze legate ai romanzi o ai racconti di Christie, dall’aconito al veronal, passando per arsenico, belladonna, cianuro (il veleno preferito, responsabile di diciotto vittime letterarie), cicuta, digitale, eserina, fosforo, nicotina, oppio, ricina, stricnina e tallio. Di ciascuna sostanza Harkup indica quanto tempo impiega a uccidere, se esiste un antidoto e attraverso quali analisi era possibile identificarla all’epoca. Ricorda anche che Christie non si affidava solo a quanto aveva imparato in dispensario: studiava i casi veri e conosceva a fondo le vicende degli avvelenatori più celebri.
A scuola di chimica e farmacia
Nel 1914 la guerra entra anche nelle case di chi non è partito. Le grandi dimore di campagna vengono trasformate in ospedali militari, i saloni diventano corsie, le camere da letto accolgono uomini arrivati dalle trincee per essere curati o per trascorrere la convalescenza, proprio come nel racconto della popolare serie televisiva Downton Abbey girata a Highclere Castle, nello Hampshire, residenza dei conti di Carnarvon.
Lì, nel settembre dello stesso anno, la contessa Almina apre la dimora ai feriti rimpatriati, grazie al denaro di Alfred de Rothschild, suo padre naturale, benché ufficialmente riconosciuto come padrino. Era lo stesso patrimonio che sosteneva la tenuta e le passioni del marito, il quinto conte: le automobili, i cavalli da corsa e, dopo un incidente stradale che lo aveva costretto a passare gli inverni al caldo dell’Egitto, l’archeologia. Dal 1907 il conte finanziava gli scavi dell’archeologo Howard Carter convinto che nella Valle dei Re si trovasse la tomba di un faraone morto ragazzo, Tutankhamon.

Tutto questo mentre a Torquay, cittadina di mare del Devon, sulla costa sud-occidentale dell’Inghilterra, la trasformazione dovuta alla guerra assume forme meno aristocratiche ma non meno radicali. Il municipio viene convertito in ospedale della Croce Rossa e Agatha, che è ancora Miss Miller, vi entra nell’ottobre 1914 come infermiera del Voluntary Aid Detachment. Superato lo smarrimento del primo impatto, finisce per assistere i feriti gravi, aiutare in sala operatoria e ripulire dopo le amputazioni. Il lavoro le piace, ma quando l’ospedale apre un nuovo dispensario e le propongono di lavorarci, non ci pensa su e accetta. Il posto richiede una preparazione specifica: deve studiare chimica e farmacia e sostenere l’esame della Society of Apothecaries di Londra. Nel 1917 affronta le prove per ottenere il certificato di assistente farmacista: supera gli esami orali, ma deve ripetere la prova pratica, che supera al secondo tentativo, come attestano i documenti esposti alla British Library.
Intanto, fra un flacone e l’altro, Agatha ha cominciato il suo primo romanzo, Poirot a Styles Court, in cui la vittima, la ricca Emily Inglethorp, padrona di Styles Court, muore avvelenata dalla stricnina. Quando il libro esce in Inghilterra, nel 1920, la rivista dei farmacisti britannici ne loda l’esattezza scientifica. Fra tutte le recensioni, sarà quella di cui andrà più fiera.

Nuove vite per Miss Marple e Poirot
Cinquant’anni dopo la morte di Christie, i suoi personaggi continuano a vivere – e non è una novità: da Holmes a Bond a Marlowe, gli eroi più amati e redditizi finiscono quasi sempre per passare di mano in mano. È successo anche a Poirot, affidato dagli eredi alla britannica Sophie Hannah ormai arrivata al sesto romanzo.
Per Miss Marple si è aspettato di più e si è proceduto per gradi: nel 2022 James Prichard, pronipote della scrittrice e capo della Agatha Christie Limited, la società che ne gestisce i diritti, ha dapprima chiesto a dodici autori altrettanti racconti poi riuniti in Miss Marple. Dodici nuovi misteri (Mondadori, 2023). Ad aprire la raccolta era Lucy Foley, nota per thriller come The Hunting Party e The Guest List. È a lei che, tre anni dopo, Prichard ha commissionato un romanzo con protagonista Miss Marple che in un libro tutto suo non faceva più capolino dal 1976. Il risultato è Assassinio al Grand Alpine Hotel, appena uscito, sempre da Mondadori, nella traduzione di Alessandra Petrelli.
La vicenda allontana Miss Marple dal villaggio di St Mary Mead e la porta in un albergo di lusso sulle Alpi svizzere, «sfavillante in tutta la sua magnificenza, avvolto da frammenti di musica e voci di ospiti invisibili» – un ritratto che richiama il Badrutt’s Palace di St. Moritz . Per raggiungerlo si prende il Grand Alpine Express, trasparente omaggio al trenino rosso del Bernina. A dirigere l’albergo è un uomo «compatto e rotondo», ordinato, con baffi imponenti e modi vagamente irritanti: praticamente Poirot sotto mentite spoglie. Sulla terrazza rivolta verso le montagne e il ghiacciaio l’attrazione sono «i camerieri sui pattini che sfrecciano agili tra i tavoli con le loro redingote, portando con una mano vassoi carichi di bevande», proprio come quelli fotografati da Alfred Eisenstaedt a St. Moritz nel 1932.

Una spruzzata di Miss Marple
Siamo nel 1950. Miss Marple, «creatura dall’aspetto fragile, con vaporosi capelli bianchi e un cappotto che può essere descritto solo come tardo vittoriano di provincia», è in vacanza con l’amica Mrs Bantry e la sua giovane dama di compagnia, Diana Glass. Ha portato il binocolo: «per osservare gli uccelli», ma ci sono anche «parecchie altre cose interessanti da guardare». Tra gli ospiti, una celebre attrice che si vanta di aver recitato accanto a Gregory Peck; un deputato conservatore in ascesa, dal «profilo patrizio ed elegante»; la moglie Catherine, molto più giovane («tutto quello che sapevo del mondo prima del matrimonio derivava dalla scuola. Cheltenham, la Svizzera per concludere, il debutto in società»); e Bruno Crane, compagno d’armi del marito durante la guerra, ricomparso dal nulla.
Il primo cadavere viene ritrovato nella cabinovia dell’hotel, con accanto, a terra, un thermos vuoto che urla veleno, mentre fuori una bufera isola l’albergo: è il luogo chiuso caro a Christie, dove nessuno può uscire, nessuno può arrivare e l’assassino si nasconde da qualche parte nelle 317 pagine del libro. A raccontarle, a turno e in prima persona, sono quattro degli ospiti, e Miss Marple, che in Christie chiacchiera volentieri, qui parla poco e si rifà soltanto alla fine, con il lungo monologo in cui spiega la soluzione del caso.
È per questo che la scrittrice inglese Sandra Danby ha parlato di «un romanzo di Lucy Foley con una spruzzata di Marple», e Kirkus Reviews, la rivista americana di recensioni librarie, lamenta che i narratori che si alternano nel racconto rubino la scena alla protagonista. Eppure una vecchia signora a cui gli altri badano poco, armata di un binocolo che dovrebbe servire per gli uccelli, è ciò che Miss Marple è sempre stata: una presenza che tutti sottovalutano e nessuno dimentica.
Gli eredi, affidandola a Foley, avevano posto alcune condizioni – non ringiovanirla, non darle un amore, non farne l’assassina, non farle incontrare Poirot, perché «l’intero universo potrebbe esplodere» – e lei le ha rispettate tutte. Sull’ultima resta il sospetto di quel direttore compatto e rotondo, con i baffi imponenti. Ma sono solo prove indiziarie, obietterebbe una volta tanto Miss Marple. Di una cosa invece è certa: che a St Mary Mead, o in un albergo sulle Alpi svizzere, la natura umana non cambi. E nemmeno l’arma, a quanto pare: il veleno. Da Styles Court in poi.
Vedi anche:
Claudio Castellacci, I giardini di Agatha Christie
Claudio Castellacci, Agatha Christie: Il delitto è un colore