Speciale
A.I. Apocalittici & Integrati
Apocalittici e integrati non doveva intitolarsi così. Fu Valentino Bompiani, nel 1964, a dare questo titolo a un “raccogliticcio insieme di saggi” (sic) messo insieme in fretta e furia da un giovanissimo Umberto Eco per poter partecipare a un concorso per una cattedra dallo strano nome: Pedagogia e psicologia delle comunicazioni di massa. La cattedra di Semiotica, che ebbe nel 1975, era ancora ben oltre l’orizzonte, tanto suo quanto dell’accademia. Lo sforzo era encomiabile, si cercava di far entrare nelle aule universitarie lo studio delle comunicazioni di massa che ne era ancora escluso, aggiungendo la parola pedagogia che lo avrebbe nobilitato, e la psicologia che avrebbe chiarito la sua posizione ancora liminale nella struttura dei saperi. Il concorso andò deserto naturalmente, ma ne nacquero due cose: un modo di chiamare i principali atteggiamenti che nascono a seguito di una qualche forma di innovazione, e il definitivo interesse di Umberto Eco per la semiotica.
Da allora di apocalittici e integrati se ne presentano in ogni momento, con una frequenza che sembra aumentare di giorno in giorno, se non di ora in ora. Basta un’innovazione qualunque, anche piccola, anche per nulla innovativa, riciclata, dimenticata e riproposta, o magari fino a quel momento non notata da nessuno, ed ecco qualcuno pronto a indicare il modo di rapportarsi ad essa come, appunto, apocalittico e integrato. Destino toccato per primo a Eco stesso naturalmente, a cui si chiedeva per ogni cosa se stesse dalla parte degli uni o degli altri, come si trattasse di una squadra di calcio per cui tifare. Inutile dire che l’ambito d’elezione per questo genere di tifoseria è sempre stato la tecnologia. A ogni nuova diavoleria – dal computer al telefono cellulare, dall’ebook a Internet – si finiva per dividere le persone fra coloro che non smettevano di guardare con tristezza a ciò che non c’era più e mai sarebbe ritornato, e quanti, invece, non riuscivano a togliere gli occhi dall’euforico miraggio di un mondo nuovo.
Inutile dire che da quando l’Intelligenza Artificiale ha fatto la sua comparsa, l’opposizione fra apocalittici e integrati si è ripresentata con tutta la sua magnetica forza. Con l’unica differenza che questa volta la posta in gioco sembra alta come non mai. Più che un’innovazione si tratta infatti di una meta-innovazione che ha capacità di trasformare tutto quello che conosciamo. Non solo gli oggetti, dall’ovvio smartphone a una semplice lavatrice, ma tutto il resto: le notizie, la scuola, il nostro modo di parlare, le lingue, ciò che crediamo vero e ciò che sappiamo non esserlo, la musica e l’arte, i libri e l’impianto di riscaldamento. Tutto insomma. Si potrebbe dire che è l’equivalente abbastanza esatto di un vaso di Pandora, se non fosse che, dicendolo, si sarebbe tacciati di essere apocalittici. Ed è questo il punto: dalla dicotomia non si esce. O si è guelfi o ghibellini, nient’altro sembra possibile. Ma è davvero così? Vale la pena, credo, ritornare a ciò che diceva Umberto Eco, non foss’altro perché, a forza di utilizzare le sue parole come etichette, potremmo aver perso consapevolezza della loro origine, e averle dunque svuotate dal senso che avevano.
Quando Eco scriveva, la novità era la cultura di massa, ovvero l’idea – oggi tocca esplicitarlo – che la cultura, ovvero l’arte, la letteratura, la filosofia, le scienze ecc., una volta di esclusivo appannaggio di pochi, potessero essere fruite da molti. Un’estensione che non veniva resa possibile da una democratizzazione degli strumenti culturali, ma dai mezzi di comunicazione di massa, e quindi dalla televisione e dalla radio, dai giornali e dal cinema. I quali erano sì mezzi, e dunque semplici canali, ma obbligavano per le loro stesse caratteristiche, e soprattutto per il pubblico a cui si rivolgevano, a semplificare i concetti, adattandoli al livello culturale delle masse, che potevano così compiacersi delle loro nuove possibilità. Beninteso, del tutto fittizie, perché ciò che si proponeva loro era una versione confezionata dall’alto della cultura, come tale edulcorata e depurata da ogni asperità, fatta per piacere a tutti e per convincere tutti. Così, se per l’apocalittico nessuna folla potrà mai entrare in dialogo con l’arte e la cultura – “Perché volete trarmi d’ogni parte o illetterati? Non per voi ho scritto, ma per chi può capirmi. Uno vale per me centomila e nulla la folla”, dice Eco riprendendo Eraclito – per l’integrato l’allargamento dell’area culturale è in ogni caso un segno di progresso, indipendentemente da ogni banalizzazione. Questione sulla quale, peraltro, l’integrato non si interroga più di tanto, preferendo godere di un’idea di società nella quale, se non altro, si presuppone vi sia il tempo per la fruizione artistica. Insomma, gli apocalittici si preoccupano e si indignano, gli integrati si convertono e si compiacciono.
Con l’Intelligenza Artificiale non si tratta di capire chi può “fruire della cultura” e come, né che ne sarà di quest’ultima a seguito delle nuove possibilità di fruizione – non solo almeno –, ma di capire che impatto avrà questa nuova tecnologia sulla nostra stessa specie e sulla qualità che, finora, abbiamo ritenuto di possedere unicamente noi in questo mondo: l’intelligenza. D’altronde l’AI, come si dice oggi, non soltanto è in grado di tradurre on demand in infiniti modi la complessità di un prodotto culturale, decostruendolo, semplificandolo a piacimento e adattandolo alle capacità e alle aspettative di ciascuno, ma è anche in grado di produrne di nuovi – o pseudo-tali – con un semplice comando. Dato peraltro nel modo al contempo più semplice e più sofisticato che conosciamo, ovvero il linguaggio cosiddetto naturale.
A ben pensare è la padronanza del linguaggio la cosa che più di tutte ci dà la misura dell’intelligenza raggiunta dalle macchine. Era su questo che, in fondo, si basava il test che Alan Turing aveva immaginato per capire se una macchina poteva essere distinta da una persona: non riuscire a capire, in un comune dialogo, se dall’altra parte c’era un uomo o una macchina. Ed è in questo che consiste il miracolo di ChatGPT e compagni, nella capacità che dimostrano ogni giorno sempre più di parlare con noi senza darci la sensazione di ripetere continuamente le stesse frasi fatte. Nella capacità, cioè, di convincerci di ciò che dicono. Ed è sempre dalle parole che le macchine creano immagini, video, musica e, molto presto, movimenti e azioni dei corpi robotici che ormai vediamo all’orizzonte. Da qui il domandone: ma vari software capiscono cosa stanno facendo? Da cui l’inevitabile corollario: cosa significa esattamente capire? Quel che è certo è che agiscono, continuando a farlo ogni giorno sempre più pervasivamente, modificando profondamente l’ambiente sociale e culturale nel quale viviamo.

Problemi importanti e complessi che, tuttavia, posti in questi termini, finiscono per riportarci nel campo gravitazionale ellittico degli apocalittici e degli integrati. I primi convinti che basti un pappagallo che abbia in memoria un sufficiente numero di discorsi per trarci in inganno in un confronto verbale; i secondi che la capacità di agire che le macchine dimostrano li renda simili a noi umani. Diversi, certo, ma non per questo inferiori, sentiamo sempre più spesso dire con una sorta di slancio anti-antropocentrico. Posizione quest’ultima che gli integrati sostengono spesso facendo uso di numeri, possibilmente talmente grandi da essere incommensurabili come i fantastiliardi di Paperone: dal numero di neuroni alla velocità delle sinapsi, dalle operazioni al secondo ai Petabyte.
È proprio Umberto Eco a chiarire come venire fuori dal ricatto del binarismo. Egli nota infatti come proprio gli elitari apocalittici producano testi che sono il più sofisticato esito della cultura di massa che tanto criticano. La loro, dice, è una posizione consolatoria perché delinea una comunità di “superuomini” (loro stessi) capaci di elevarsi al di sopra degli altri. Una comunità alla quale sono sicuri di appartenere tutti coloro che, fruendo della cultura di massa, la criticano, ponendosi così al di sopra della sua banalità, ma in realtà finendo per produrre altre banalità e, grazie a esse, una massa di superuomini. Solo riconoscendosi nella posizione dell’eletto si può diventare qualcuno, ma tale riconoscimento è proprio del pensiero di massa. Se Superman non parcheggerà mai in sosta vietata, scrive Eco in uno dei saggi dedicato al celebre supereroe, non farà nemmeno mai la rivoluzione, finendo per confermare con la sua straordinarietà proprio lo status quo.
Se proviamo a riportare all’ambito dell’intelligenza artificiale lo stesso pensiero raffinato, ci rendiamo conto di come la difesa della superiorità della specie umana dell’apocalittico diventi un modo per abbracciare con ancora maggior slancio l’altrettanto semplificatoria fede per il nuovo che avanza dell’integrato. Sia che il futuro abbia il volto inquietante di un Terminator, sia che, invece, egli si convinca che alla fine l’AI non sarà mai nulla di più di un pappagallo ben addestrato, in nessun caso vengono messi in discussione i meccanismi profondi che caratterizzano la social catena. E dunque le regole implicite che nel corso dei millenni hanno fatto sì che imparassimo a vivere insieme ad altre persone ma anche a piante, animali, oggetti e naturalmente macchine di ogni genere. HAL9000 prende il posto del gatto di casa, insomma, ma l’idea di famiglia rimane la medesima.
Vale la pena allora tornare all’altra questione cui accennavamo, ovvero che Eco attribuisse ad Apocalittici e integrati l’impulso decisivo che lo aveva spinto verso la semiotica. La ragione mi pare rilevante, oltre che pertinente con quanto detto fin qui. La semiotica attribuisce particolare importanza ai prodotti culturali che prende in considerazione e alla loro analisi, e lo fa a prescindere dal presunto pedigree culturale che gli è riconosciuto. È il motivo per cui, grazie a Eco, è diventato possibile parlare di fumetti in un’aula universitaria in cui fino a quel momento si parlava di Dante Alighieri. Non si voleva sostenere che la Divina commedia fosse equivalente a Superman, ma solto che entrambi tali prodotti, in quanto oggetti di senso umano e sociale, dovessero avere qualcosa in comune. Qualcosa che sta appunto all’analisi individuare e rapportare a un più ampio sistema culturale di cui sono il prodotto. È proprio il piglio dell’analista allora a consentirci di superare tanto la prospettiva dell’apocalittico quanto quella dell’integrato in rapporto all’intelligenza artificiale. Se l’integrato non la analizza perché è contento di stare come sta, l’apocalittico non lo fa perché, in fondo, la ritiene il banale prodotto di una cultura da cui prendere le distanze. Esiste però una terza via che passa per un’osservazione attenta e minuziosa non della tecnologia in sé o della mente in sé ma dei prodotti culturali – testi per la semiotica contemporanea – che accompagnano la nascita dell’AI.
Pensare all’intelligenza artificiale come ci ha insegnato a fare Umberto Eco significa allora mettere da parte la black box – la funzione miracolosa e lo scenario tecnologico, la robotica e il calcolo – ma soprattutto l’ultima novità. Una teoria dell’AI da questo punto di vista è proprio come la teoria delle comunicazioni di massa per Eco: una teoria di giovedì prossimo. Per evitare la divinazione, bisogna partire dal senso che questa tecnologia sta assumendo. E non grazie a ciò che fa o potrebbe fare, ma al modo in cui se ne parla, a come entra nei discorsi e, attraverso di essi, in quella strana cosa che chiamiamo immaginario. La tecnologia dà forma alla società ma questo, lungi da qualunque determinismo, crea un movimento opposto in cui è quest’ultima a tracciare le possibili linee di sviluppo della prima. Ecco allora che uno spot pubblicitario, un’immagine e perfino un dialogo in una chat, diventano prodotti a partire dai quali indagare le dinamiche produttive che li hanno posti in essere, le quali a loro volta portano inscritta l’immagine della cultura all’interno della quale si danno.
Apocalittici e Integrati non parla di A.I., è vero, fa qualcosa di più, parla l’intelligenza artificiale in quanto innovazione, mettendola implicitamente in discorso e offrendo gli strumenti per comprendere il modo in cui si sta ritagliando un posto nella nostra società. E se fa sorridere il fatto che le iniziali delle parole siano le stesse, non possiamo non pensare con Eco che in fondo – e con buona pace di Alan Turing – sia proprio la capacità di ridere e far ridere il vero baluardo della nostra specie. Un’intelligenza è un’intelligenza è un’intelligenza.
In copertina, Umberto Eco - Frankfurt Book Fair 2011, fotografia di Lesekreis - Wikimedia Commons.
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