Speciale
Umberto Eco: Franti e altri cattivi
L’elemento che più colpisce Eco riguardo al personaggio di Franti, nell’economia del libro Cuore di De Amicis, è che a metà libro sparisce. La sua fine è affidata a un “si dice”: non verrà più a scuola a bullizzare compagni e maestro; si dice che abbia preso l’ergastolo. Roba grossa, il lettore si chiede se per caso non abbia finito poi davvero per uccidere la madre, delle cui penose suppliche rivolte al maestro, com’è noto, “l’infame sorrise”. La sua sparizione è grave, perché con lui viene a mancare l’elemento della dialettica interna costitutiva di ogni narrazione che si rispetti. Nel cosmo di Cuore Franti rappresenta la Negazione, ma gli è negato ogni ulteriore sviluppo, dopo una pagina di “odio, di odio senza riserve, senza pentimenti e senza rimorsi”, nella quale Enrico, l’allievo modello che giorno per giorno scrive il diario delle sue giornate scolastiche 1881-82, lo immortala in un “crescendo di accuse e di infamie” tale da suscitare l’ammirazione di Eco per De Amicis (la più “tacitiana” delle sue pagine, dice) e per reazione, la simpatia per lo stigmatizzato. Rileggiamola ancora:
“Io detesto costui. È malvagio. Quando viene un padre nella scuola a fare una partaccia al figlio, egli ne gode; quando uno piange, egli ride. Trema davanti a Garrone e picchia il muratorino perché è piccolo; tormenta Crossi perché ha il braccio morto; schernisce Precossi che tutti rispettano; burla persino Robetti, quello della seconda, che cammina con le stampelle per aver salvato un bambino. Provoca tutti i più deboli di lui, e quando fa a pugni, s’inferocisce e tira a far male. Ci ha qualcosa che mette ribrezzo su quella fronte bassa, in quegli occhi torbidi, che tien quasi nascosti sotto la visiera del suo berrettino con una faccia invetriata, è sempre in lite con qualcheduno, si porta a scuola degli spilloni per punzecchiare i vicini, si strappa i bottoni della giacchetta e ne strappa agli altri, e li gioca, e ha cartella, quaderni, libri, tutto sgualcito, stracciato, sporco, ha la riga dentellata, la penna mangiata, le unghie rose, i vestiti pieni di frittelle e di strappi che si fa nelle risse. Dicono che sua madre è malata dagli affanni che egli le dà, e che suo padre lo cacciò di casa tre volte: sua madre viene ogni tanto a chiedere informazioni e se ne va sempre piangendo. Egli odia la scuola, odia i compagni, odia il maestro. Il maestro finge ogni tanto di non vedere le sue birbonate, ed egli fa peggio. Provò a pigliarlo con le buone, ed egli se ne fece beffa. Gli disse delle parole terribili, ed egli si coprì il viso con le mani, come se piangesse, e rideva. Fu sospeso dalla scuola per tre giorni ed egli tornò più tristo e insolente di prima. Derossi gli disse un giorno: – Ma finiscila, vedi che il maestro ci soffre troppo – ed egli lo minacciò di piantargli un chiodo nel ventre” (Diario minimo, ed. Milano, Bompiani 1975, p. 87).
Qui Eco non si attarda a riconoscere i modi della descrizione fisio-patognomica del criminale, cara alla letteratura lombrosianamente avvertita di fine Ottocento, si fissa piuttosto sul nesso che emerge fra Cattiveria e Riso. “Franti ride perché è cattivo – pensa Enrico – ma di fatto pare cattivo perché ride. Quello che Enrico non si domanda è se la cattiveria di chi ride non sia una forma di virtù, la cui grandezza egli non può capire, poiché tutto ciò che è riso e cattiveria in Franti altro non è che negazione di un mondo dominato dal cuore, o meglio ancora di un cuore pensato a immagine del mondo in cui Enrico prospera e si ingrassa” (ivi, p. 86). Eco, dunque, da un lato si fa Franti e, dall’altro, sviluppa il tema del potenziale rivoluzionario del riso.

Nel primo caso, assume la prospettiva negatrice di Franti nei confronti della melassa protofascista propagandata da Cuore, ne esplicita le poste in gioco e, dunque, offre una controinterpretazione di un libro considerato esemplare per l’educazione dei giovani. Con il suo accorto dispositivo che alterna quotidianità buonista e eroica eccezionalità, il libro è una potente macchina ideologica in cui si fondono valori discutibili ammantati di nobiltà: anzitutto il rispetto per l'autorità in ogni sua forma, genitori, maestri, preti e militari; di converso lo spirito di sacrificio nell’obbedienza assoluta, la carità e la pietà per gli umili e gli infelici, condannati comunque a restare tali, l'amore per la patria e in realtà la fascinazione per la guerra… Non sarà piuttosto che li corrompe, questi giovani?
Nella sua controlettura, Eco mette in pratica con la sua verve incalzante ciò che si appresta a teorizzare, cioè la funzione dissacratoria e potenzialmente rivoluzionaria del Riso. Anzitutto coglie un antecedente parallelo a Franti, niente di meno che in Panurge, di cui riporta, dal Gargantua e Pantagruel di Rabelais, una lunga descrizione: “per vedere in Panurge un Franti ante litteram, o in Franti un Panurge post, che è poi lo stesso”. Caratteristica di Panurge è di minare il sistema, l’Ordine in cui si trova e cui appartiene, dall’interno, con le sue pazze e ridicole imprese, “deformandone la fisionomia con atti di gratuita iconoclastia”. Si profila dunque “l’idea di un Franti come motivo metafisico nella sociologia fasulla del Cuore”, attraverso un doppio gioco di prospettive rovesciate: per Enrico che identifica il Bene con l’Ordine esistente e con il Male tutto ciò che vi si oppone, Franti è il Male, che ha il volto del Riso. In realtà, Franti – ridente o sogghignante – “altro non è che il maieuta di una diversa società possibile” (ivi, p. 89-90).
È molto importante che il riso venga dal di dentro di ciò che si percepisce insano e si vuole cambiare, perché paradossalmente vi si crede, a patto che sia emendabile: “il riso, l’ironia, la beffa, il marameo, il fare il verso, il prendere a gabbo, sono alla fine un servizio reso alla cosa derisa, come per salvare quello che resiste malgrado tutto alla critica interna”. Questo “principio Franti”, continua Eco, purtroppo appena abbozzato da De Amicis, viene poi lasciato cadere, e dunque non sapremo mai come avrebbe potuto trasformare, dall’interno, il mondo asfittico di Cuore. Addirittura, Franti avrebbe dovuto riscrivere Cuore al posto di Enrico Bottini (ecco un buon suggerimento, ante litteram, di retelling). Così com’è stato bloccato nel suo ritratto di criminale da giovane, resta un non integrato o uno schizoide. E nella sua chiusa, Eco suggerisce che, scacciato dalle pagine del libro, Franti, nella realtà storica, si sia forse trasmutato nell’anarchico Gaetano Bresci, il regicida di Umberto I, tornato apposta dall’America per vendicare i morti delle repressioni di Bava-Beccaris nel 1898 a Milano.
Come spesso accade, in queste poche pagine di esordio, c’è già molto Eco. A rileggere questi suoi primi saggi brevi colpisce la scrittura più che brillante, l’esercizio consapevole e sublime della parodia, che presuppone, per il trentenne che era, una conoscenza sottile di testi impegnativi e non comuni: non solo Joyce, già ispiratore e protagonista di Opera aperta, o Robbe-Grillet, ma, come qui, Rabelais. Di qui il paragone folgorante, inusitato e convincente, come questo fra Franti e il Panurge servitore di Gargantua, primo di molti altri, come quello lampante della coppia Guglielmo da Baskerville/Sherlock Holmes, Adso/Watson. Rabelais che torna costantemente, proprio insieme a Joyce, come ispiratore di quella vertigine della lista cui Eco, curatore invitato al Louvre, dedica un grande libro illustrato nel 2009. Agli stessi autori, molti anni dopo, nelle Confessioni di un giovane romanziere (2023), racconta di essersi ispirato anche per la stesura delle proprie liste. Come quella dei “cattivi” che troviamo in Il nome della Rosa, a confermare un costante occhio di riguardo per la marginalità, per il suo lato pittoresco, per le denominazioni ghiotte e di bella assonanza (“… sempre più vidi aggirarsi per l’Europa falsi monaci, ciarlatani, giuntatori, arcatori, pezzenti e straccioni, lebbrosi e storpiati, ambulanti girovaghi (…) manigoldi di ogni risma, bari, birboni, baroni, bricconi, gaglioffi, guidoni, trucconi, calcanti, protobianti, paltonieri, e canonici e preti simoniaci e barattieri…”, p. 134)).

La demistificazione del libro Cuore è in nuce un esempio di guerriglia semiologica, che Eco teorizzerà anni più tardi in riferimento alla possibilità di misinterpretare il testo televisivo, ammannito dalle emittenti ideologicamente fedeli al potere costituito, a sua volta anticipazione quasi profetica delle pratiche contemporanee di “consumo attivo”. Così come emerge chiara l’idea, praticata con successo, della comicità e del ruolo del Comico come forma di resistenza, di intervento politico e di controllo – dall’interno – del sistema.
Vale la pena di vedere su YouTube il cameo della trasmissione Bau Bau, condotta da Paolo Poli e prodotta dalla Rai in quegli stessi anni sessanta, in cui Eco riprende questo suo Elogio di Franti. I due si fronteggiano nell’inquadratura, in maglioncino dolcevita nero l’uno, in giacca e cravatta l’altro: ed è subito uno scambio di battute sul Conformismo – tema della trasmissione – interpretato secondo i due diversi frame a cui appartengono, uno l’artista, l’altro l’esperto. Ma è il libro Cuore il protagonista, presentato come il modello efficace di una cultura del conformismo, in epoca prefascista. Si tratta di smontarlo, ma anche di mostrare come esso coltivi al suo interno la propria negazione: alla fine del suo intervento, Eco prende il libro che tiene fra le mani e lo capovolge: dice che i giovani di oggi – collettivo Franti – lo restituiscono al mittente rovesciato. Guarda caso, la trasmissione andrà in onda, prudenzialmente, solo diversi anni dopo la sua registrazione.
In copertina, immagine Wikimedia Commons.
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