Yervant Gianikian filmmaker e sciamano
La prima cosa che colpiva di Yervant Gianikian era la sua grazia armena, il suo tono di voce calmo e paziente; questo, unito all’allegria romagnola di Angela Ricci Lucchi, trasmetteva un senso di solare felicità miscelato a qualcosa di misterioso e d’inafferrabile: Yervant l’aveva probabilmente ricevuto come un dono dagli dèi insieme ai suoi baffi. È davvero curioso e insieme strano che due artisti così delicati, vitali e sereni siano stati i narratori d’eccezione di alcuni dei più terribili disastri del Novecento: la Prima guerra mondiale, macello dell’umanità, il colonialismo europeo, e italiano in specie, e la barbarie applicata ai corpi, che ha segnato i secoli alle nostre spalle. Oggi tutto questo torna a bussare alle nostre porte e finestre. Due artisti di difficile definizione: filmmaker certamente, perché lavoravano con il cinema, spesso con le immagini girate da altri. Ma forse bisognerebbe dire: artisti visivi, perché le loro immagini in movimento erano più vicine alla pittura che non all’invenzione dei fratelli Lumière. Angela, il cui segno bambino possedeva la valenza narrativa delle antiche fiabe, era stata allieva seppure selvaggia d’illustri maestri, Kokoschka in primis, mentre Yervant, scomparso ora a 84 anni, dopo il congedo di lei nel 2018, era un architetto, che aveva esposto le sue prime opere in una galleria veneziana.
Nella loro casa milanese il luogo più affabile era senza dubbio la cucina, cui si contrapponeva l’antro magico del laboratorio, dove troneggiava una vecchia macchina per il montaggio degli anni Settanta e un tavolo passafilm degli anni Venti, appartenuto a Luca Comerio, il pioniere del cinema italiano: il tutto opera di quell’artigiano del cinema che è stato Yervant Gianikian. Si erano conosciuti nel giro della poesia visiva della neoavanguardia grazie a Corrado Costa, diventando una coppia, e avevano cominciato subito a lavorare insieme. Come due amanuensi dell’immagine hanno rifilmato colorandoli i fotogrammi di vecchie pellicole. Avevano iniziato forse non a caso con i film profumati, di cui ha scritto Alberto Farassino, per poi dedicarsi a un film, Karagoes, una sorta di teatro d’ombre realizzato utilizzando film amatoriali del formato 9,5 millimetri di Pathé Baby del 1922. Come hanno scritto Paolo Mereghetti ed Enrico Nosei, il loro cinema-arte nasce più dal microscopio che dalla cinepresa, ed è stato più vicino alla fotografia che non all’arte delle immagini in movimento. Con un’intuizione formidabile, che sarebbe certamente piaciuta a Walter Benjamin, se solo avesse potuto vedere le loro realizzazioni, avevano iniziato a lavorare sulle tracce mnestiche dell’Occidente, su quell’inconscio visivo che si era depositato nel corso di molti decenni in tanti documentari e riprese realizzate da chi li aveva preceduti. Il rimosso è stato l’oggetto dell’arte di Yervant Gianikian, figlio d’un uomo sfuggito al massacro armeno dell’inizio del secolo, arrivato sano e salvo a Venezia porta dell’Oriente, memoria vivente d’uno dei primi olocausti della storia moderna.
Mi sono spesso chiesto come potessero trafficare con immagini così intrattabili rendendo luminoso ciò che è oscuro e chiaro ciò che tenebroso: la guerra e le sue nefaste conseguenze. Negli ultimi tempi in cui montavano il loro primo lungometraggio, Dal Polo all’Equatore (1986), lungamente elaborato, avevo avuto modo di frequentare Yervant, docente di cinema, all’ISA di Monza dove insegnavo, e di seguire da vicino il modo con cui riscriveva la nostra storia costellata di sopraffazioni e genocidi, mostrando sul grande schermo i fantasmi che avevano cavalcato liberamente attraverso l’Europa e altri continenti, lemuri e ombre che prendevano forma grazie a lui attraverso innumerevoli filtri colorati. Era come se, al pari del cammello del Vangelo, quegli spettri passassero per la cruna d’ago del proiettore, palesandosi davanti ai nostri occhi temibili e quasi innocui insieme. L’archivio è stata la fonte del lavoro di Yervant, un archivio che era nato probabilmente dalla sua cocciuta decisione di rivisitare la vicenda dello sterminio dei suoi antenati in Turchia, così che dovunque lui e Angela volgessero lo sguardo ritrovavano lo stesso istinto di distruzione dal quale suo padre s’era salvato camminando per giorni e giorni in un mare di corpi morti e di teste tagliate. Angela aveva ben descritto quel processo che li aveva portati a realizzare film come Uomini anni vita (1990), Oh, Uomo (2004) o ancora Pays barbare (2013): entrare nei film degli altri e rifarli, riscoprendo nelle pieghe del racconto per immagini ciò che v’era di nascosto e celato. Spiegare le tante pieghe che la Storia contiene, e che solo l’immagine riesce, a volte più delle stesse parole, a rivelare in forma immediata. Era la mano infantile di Angela a ridisegnare in album personali tutte le storie che loro andavano raccogliendo in giro per il mondo, non solo tra le immagini dimenticate, ma anche nelle vicende vive del presente, un presente passato, che loro sapevano declinare come se fosse un futuro anteriore.
I disegni di Angela erano l’antefatto dei film che Yervant montava con occhio attento e vigile, un antefatto che conteneva anche quell’elemento leggero che nella costruzione di Yervant diventava una partitura ritmata di sequenze e colori. L’elenco dei premi che Yervant e Angela hanno accumulato, compreso un Leone d’Oro alla Biennale, è davvero significativo della stima e della ammirazione che riscuotevano tra gli amanti del cinema e dell’arte contemporanea. Inviti a mostre in America come in Francia, in Italia come in Germania, da parte di chi aveva inteso il senso della loro ricerca, che abbraccia più forme espressive e resta un unicum dell’unione di arti che per semplicità siamo abituati a distinguere le une dalle altre. Come si chiamerà dunque l’arte di Yervant, cineasta che filmava i film degli altri, e quella in cui Angela descriveva con acquerello e matite colorate i propri pensieri, le letture, le cose viste e le parole ascoltate? Un’arte senza nome in cui rientrano i racconti affabulanti di Yervant, cantore armeno di leggende come la narrativa visiva di Angela. Paolo Mereghetti ha scritto una volta che il loro archivio non è dedito all’archeologia, dal momento che non contiene alcuna nostalgia; niente è rivolto all’indietro, niente di ciò che sembrava smarrito che non si possa ritrovare: come nella statua etrusca di Giano la testa doppia del loro cinema guarda nelle due direzioni contemporaneamente. Tutto per loro era contemporaneo, come ha scritto Angela in un suo acquerello sintetizzando il senso del loro lavoro: “non politico non estetico non educativo non cooperativo non etico non coerente: contemporaneo”. Simili agli sciamani che comprimono il tempo a loro piacimento, oppure lo dilatano, al fine di raggiungere il male che affligge gli uomini della loro tribù per cui compiono dei voli magici, Yervant e Angela hanno afferrato per la coda i malefici. La loro è un’arte apotropaica e insieme un’arte curativa che riesce ad attraversare il tempo per raggiungerci nonostante tutto e a schiuderci il regno intangibile dell’arte e della bellezza.
In copertina, fotografia di Simone Ramella - Wikimedia Commons.
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