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Occhio rotondo 70. Cartoline
Cosa fanno le due bambine al centro della fotografia Naples, #12? Guardano il fotografo che le ritrae al centro della piazza bianca che si apre come una lastra di ghiaccio pietrificato a perdita d’occhio, a destra come a sinistra. Sorridono, o almeno una delle due, l’altra è più seria. Dietro di loro si leva una serie di palazzi anch’essi bianchi dalla forma architettonica curiosa. Le ragazzine sembrano due gemelle, ma probabilmente non lo sono, anche se hanno qualcosa di comune: le scarpe, i vestitini di colore rosso, il taglio dei capelli, il cerchio che li ferma e alcuni tratti del viso – quella che sorride porta invece un paio di occhiali. Quando nel 1994 Francesco Jodice ha scattato questa immagine aveva 29 anni e stava lavorando a Cartoline dagli altri spazi, il suo primo lavoro. Cosa fossero “gli altri spazi” lo si capisce sfogliando il libro che ne è nato: luoghi di Napoli sino ad allora poco documentati. “Altri” rispetto a quelli soliti.
La caratteristica comune a quelle fotografie era la presenza di persone, singoli o coppie, che posavano davanti a paesaggi urbani. La nuova fotografia italiana aveva alienato la figura umana, l’aveva in buona parte esclusa dai suoi scatti, mentre cercava di fornire una immagine inedita del paesaggio dell’Italia, sia urbano che provinciale. Importava a quei fotografi aprire gli occhi sul non-visto, che era tutto intorno, cui si prestava allora ben poca attenzione. La fotografia ufficiale era quella che ritraeva i grandi e celebri monumenti – chiese, piazze, palazzi, rovine antiche –, mentre la fotografia dei dilettanti, quelli che armati della macchinetta fotografica immortalavano le gite domenicali, le comitive o la propria famiglia, insomma tutti gli altri, si dedicavano, quando potevano, ai ritratti dai piedi in su, spesso con quei monumenti sullo sfondo: Siamo stati lì. La fotografia degli hobbisti includeva anche il fotografo, quello che schiacciava il pulsante della macchinetta, anche se non si vedeva; o meglio: lui c’era, la foto era il suo sguardo. Jodice introduce le figure umane nei luoghi esterni e laterali di Napoli e scatta delle fotografie in cui non sembra esserci lo sguardo del fotografo. Meglio: guarda lo spazio nonostante le persone che posano lì davanti. Ma non ce le ha messe forse lui in quel contesto, come nel caso delle due bambine di Naples, #12? Sì, è vero, è una foto costruita, anche se magari le bimbe le ha trovate lì per caso. Posano, come nelle foto dei dilettanti, ma servono ad altro. Commentano il luogo in cui si trovano. Lo fanno con la loro semplice presenza.
Se si guarda bene la foto con le due bambine, ci si accorge che a destra e a sinistra ci sono altre persone: due coppie, una a destra con la bicicletta, l’altra a sinistra in cui una ragazza accarezza un ragazzo; poi sempre a sinistra un piccolo gruppo che si muove ed è sfuocato. Francesco Jodice ha raccontato che questo lavoro era la sua tesi di laurea in architettura, presentata prima di lasciare Napoli e salire al Nord. Un gesto di commiato, non solo dalla propria città, cosa non difficile da capire, ma anche dall’architettura che aveva studiato, e soprattutto dalla fotografia che l’aveva preceduto dodici anni prima, quella del Nuovo paesaggio italiano. Guardando oggi lo scatto chiamato “delle due gemelline”, esposto nella mostra Luoghi comuni al Monastero di Astino presso Bergamo (a cura di Corrado Benigni, Electaphoto) si ha una sensazione quasi opposta a quella che aveva suscitato trenta anni fa. Non rimandano a un senso di spaesamento o smarrimento, come era naturale provare allora, e forse per tutto il decennio seguente, davanti a quei luoghi di Napoli.
Al contrario, danno il senso d’una presenza umana che si manifesta e appare empatica. Il paesaggio intorno, quella foresta biancastra di alti palazzi, è solo una scenografia che serve a guardare meglio le due figurine umane che vi compaiono. Sarà forse il rosso degli abitini, forse la somiglianza delle bambine, o la loro postura, quella di chi sa di essere ritratto, e prova il piacere di esserlo proprio lì, le due bambine suscitano simpatia, come anche la coppia di sposi di Naples, #23 ritratta sul terrazzo con gli stabilimenti industriali alle proprie spalle, per quanto lei abbia uno sguardo leggermente triste. Sono lì perché ci abitano, perché ci vanno per necessità – il matrimonio sulla terrazza? –, perché giocano in quello spiazzo, come le gemelline, per altri mille motivi. Sono di casa lì, o almeno lo sembrano, anche se forse è la prima volta che ci capitano. Lì stanno bene. Sarà il modo con cui Francesco Jodice ha realizzato queste fotografie, il formato lungo inconsueto, cinematografico ha poi detto, o forse la capacità d’abbracciare uno spazio così ampio – lo sguardo dell’architetto – oggi provocano l’effetto contrario a quello che suscitavano nel 1996. Del resto, come scrive Benigni nella sua presentazione della mostra, la fotografia di Francesco Jodice ha sempre un doppio passo: smarrimento e famigliarità. Possiede insomma qualcosa di ambiguo, di volutamente indefinibile.
Fotografa con una precisa intenzione, o almeno così sembrerebbe – le bambine sono un segno rosso nel bianco della piazza e dei palazzi attorno –, e questa intenzione produce anche qualcosa d’altro, ci trasmette un sentimento differente. Perché? La ragione risiede nella volontà dell’artista di inseguire il contemporaneo, di volerlo afferrare per la coda e in qualche misura di possederlo. La sua fotografia non sta ferma all’istante in cui l’ha scattata e poi esposta in una mostra, o in un libro, ma si muove con il contemporaneo stesso: continua a significare qualcosa di via via diverso. È nel con-tempo, nello stesso tempo, quello che passa e non quello che sta fermo lì, dove lui l’ha incontrato, come di solito accade nella fotografia.
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In copertina, Francesco Jodice, Naples, #12, 1994,