Andrea Sceresini: chi può raccontare la guerra?

5 Maggio 2026

«La guerra è una grande opportunità, nessuno vuole dirlo perché rovinerebbe l’immagine del reporter senza macchia e senza paura.» (A. Sceresini)
Nel febbraio del 2023 Andrea Sceresini e Alfredo Bosco si trovano a Bachmut, una delle città simbolo della guerra russo-ucraina. Sono arrivati lì per fare ciò che fanno da anni: raccontare il fronte. Poi arriva una mail. L’accredito militare viene sospeso. Senza spiegazioni precise, senza accuse formalizzate. Da quel momento il lavoro diventa impossibile: senza accredito non si attraversano i posti di blocco, non si raggiungono le zone di combattimento, non si lavora. È da questo episodio che prende avvio Di guerra e di altre schifezze. Avventure e disavventure di un reporter in Ucraina, il libro in cui Sceresini ricostruisce quasi dieci anni di reportage nel Donbass e in Ucraina.


Il volume alterna diversi registri: cronaca di viaggio, ricostruzione storica, diario professionale e riflessione sul lavoro del reporter. La materia narrativa è ampia e in parte già nota attraverso gli articoli pubblicati negli anni su diverse testate: dalle prime incursioni nel Donbass nel 2014 ai mesi dell’invasione russa del 2022, fino all’episodio dell’espulsione dal teatro di guerra. Ma il libro non è semplicemente una raccolta di reportage. È piuttosto il tentativo di raccontare dall’interno la posizione ambigua e spesso precaria di chi la guerra la osserva e la documenta.

Il racconto si apre con il viaggio verso Bachmut, attraverso un territorio devastato dai bombardamenti e dalle evacuazioni. Sceresini descrive l’arrivo nei rifugi dove vengono raccolti gli anziani pronti a lasciare la città, le conversazioni in un russo incerto, le testimonianze raccolte quasi per tentativi. In queste pagine il conflitto appare soprattutto come una condizione quotidiana fatta di attese, spostamenti e piccoli gesti di sopravvivenza.

Da qui la narrazione procede per blocchi temporali: il presente del reportage si alterna a lunghi flashback che ricostruiscono la storia del conflitto nel Donbass a partire dal 2014. Sceresini ripercorre le proteste di Maidan, l’annessione della Crimea, la nascita delle repubbliche separatiste e l’evoluzione di una linea del fronte rimasta per anni quasi immobile.

Il cuore del libro resta però il racconto della vita quotidiana dei reporter di guerra: viaggi notturni, controlli ai posti di blocco, trattative con i fixer, difficoltà tecniche e logistiche. Emergono episodi che raramente entrano nella narrazione pubblica dei conflitti: i bancomat vuoti nelle città di retrovia, le auto noleggiate per raggiungere il fronte, la ricerca di connessioni internet sufficienti per inviare un servizio. Sono dettagli apparentemente marginali, ma restituiscono con precisione la dimensione concreta del lavoro giornalistico.

Pagina dopo pagina emerge però un’altra questione, forse ancora più interessante della guerra stessa: chi ha il diritto di raccontarla. La revoca dell’accredito non è soltanto un incidente burocratico. È il punto in cui diventa visibile un meccanismo più ampio. Le guerre contemporanee non sono soltanto conflitti militari; sono anche sistemi di accesso controllato alle informazioni e alle immagini. Senza autorizzazione non si vede nulla, e ciò che non si vede non può essere raccontato.

Sceresini lo riassume con una constatazione molto semplice: «senza accrediti non solo non potevamo più lavorare, ma c’era il rischio concreto che venissimo fermati al primo posto di blocco». Il reporter occupa quindi una posizione paradossale. È presente sul campo, ma la sua presenza è sempre mediata. Può muoversi soltanto entro spazi delimitati, seguendo percorsi stabiliti dalle autorità militari. Non è un testimone completamente libero, ma neppure un semplice portavoce della propaganda. Sta in una zona intermedia, fragile, che può essere revocata in qualsiasi momento.

Molti dei momenti più interessanti del libro riguardano proprio questa dimensione liminale del lavoro giornalistico. Il reporter attraversa continuamente confini invisibili: tra territorio civile e territorio militare, tra ciò che può essere mostrato e ciò che deve restare fuori dall’inquadratura. La guerra diventa così anche un regime di visibilità: qualcosa che si può vedere solo in certe condizioni.

A volte questo meccanismo emerge in modo esplicito. Bosco, nella postfazione, descrive per esempio i cosiddetti press tour, i viaggi organizzati per i giornalisti lungo il fronte. Si tratta di percorsi guidati in cui il conflitto viene mostrato in modo selettivo, producendo immagini e racconti già pronti per la circolazione mediatica. In questo contesto, osserva con sarcasmo, molti commentatori finiscono per fare «la geopolitica secondo me», parlando della guerra «come gli opinionisti di calcio parlano della corsa scudetto».

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Fotografia di Jade Koroliuk.

Non è un fenomeno nuovo. Ogni guerra ha avuto i suoi sistemi di controllo dell’informazione. Ma nei conflitti contemporanei questo controllo assume una forma particolare: non impedisce necessariamente di vedere, piuttosto decide come si vede. Le immagini circolano, i reportage esistono, ma nascono all’interno di un dispositivo che stabilisce cosa può essere mostrato e cosa resta fuori campo.

Dal punto di vista stilistico Sceresini adotta una prosa molto accessibile. Le frasi sono brevi, il ritmo rapido, spesso attraversato da un’ironia che alleggerisce anche le situazioni più drammatiche. Questa scelta rende la narrazione particolarmente scorrevole e permette di alternare momenti drammatici e osservazioni più leggere senza cadere nella retorica eroica del reporter di guerra.

Una delle qualità più interessanti del libro è proprio il modo in cui questa dimensione professionale viene raccontata senza alcuna aura mitologica. Sceresini non costruisce mai la figura dell’inviato come quella di un testimone solitario della guerra, secondo una tradizione narrativa che ha accompagnato a lungo il giornalismo novecentesco. Al contrario, il lavoro sul campo appare come una pratica fragile, fatta di improvvisazioni e piccoli aggiustamenti continui. Gran parte del tempo non è occupata dalle battaglie, ma da spostamenti, attese, tentativi di capire se una strada è ancora percorribile o se un posto di blocco permetterà il passaggio.

In questo senso il libro restituisce con una certa precisione il carattere quotidiano del reportage contemporaneo. Il reporter non è soltanto colui che assiste agli eventi, ma anche chi deve continuamente negoziare la propria presenza sul campo: con i militari che controllano l’accesso al fronte, con i fixer locali che rendono possibile il lavoro, con le redazioni che chiedono materiali in tempi sempre più rapidi.

A questo si aggiunge un elemento stilistico non secondario: l’ironia. Sceresini racconta molte situazioni potenzialmente drammatiche con un tono leggermente disincantato, quasi a voler prendere le distanze dalla retorica inevitabile che circonda ogni racconto di guerra. Questa ironia emerge soprattutto nei momenti in cui il libro si sofferma sul microcosmo dei giornalisti presenti sul fronte: la competizione per arrivare primi su una notizia, le improvvisazioni tecniche, le discussioni infinite sulle interpretazioni geopolitiche del conflitto.

In queste pagine affiora anche una certa autocritica nei confronti del sistema mediatico contemporaneo. Il ritmo accelerato dell’informazione globale, la pressione delle redazioni e la necessità di produrre continuamente immagini e aggiornamenti finiscono spesso per trasformare il racconto della guerra in una sequenza di frammenti, dove la complessità degli eventi tende a dissolversi in una successione di notizie rapide.

Nel complesso Di guerra e di altre schifezze è un libro che si legge con facilità e interesse. Non è un saggio geopolitico né un’analisi sistematica del conflitto in Ucraina. Piuttosto è il racconto di un’esperienza professionale vissuta lungo una delle linee di frattura più violente dell’Europa contemporanea.

In questo senso il libro non parla soltanto dell’Ucraina. Parla del modo in cui oggi osserviamo e comprendiamo i conflitti. In un’epoca in cui le guerre arrivano sugli schermi quasi in tempo reale, il reporter continua a svolgere una funzione ambigua: è insieme testimone e intermediario, osservatore e narratore. La sua presenza sul campo non garantisce automaticamente la verità del racconto, ma resta una delle poche possibilità di avvicinarsi a ciò che accade davvero.

Il libro racconta proprio questo spazio incerto. Un luogo in cui la guerra non è soltanto un evento militare, ma anche una battaglia per il controllo delle immagini e delle storie che da quelle immagini nascono. E dove il lavoro del reporter consiste, ancora una volta, nel tentare di guardare oltre i limiti imposti da quel sistema di visibilità.

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