Groenlandia: la geopolitica del Nord
C’è un equivoco persistente che accompagna il modo in cui pensiamo l’Artico: l’idea che sia un luogo marginale, remoto, estremo nel senso geografico prima ancora che politico. La legge del Nord di Mary Thompson-Jones lavora con decisione contro questo equivoco, mostrando come l’Artico non sia una periferia del mondo, ma un dispositivo centrale attraverso cui si ridefiniscono oggi sovranità, sicurezza, diritto internazionale e rapporto tra politica e clima.
Uno dei meriti più solidi di La legge del Nord è che non tratta l’Artico come “un tema” dentro l’attualità, ma come una struttura: una macchina concettuale in cui si ricombinano sovranità, diritto internazionale, percezione della minaccia, retoriche della presenza e mutamento climatico. Thompson-Jones lo dichiara già nelle prime pagine: “per visualizzare l’Artico serve l’immaginazione”, perché prima ancora di essere un luogo l’Artico è un problema di definizione, confini, inizio e fine, centro e periferia.
Questa impostazione non è una concessione letteraria. È una scelta metodologica che stabilisce subito il campo: l’Artico non è solo un “teatro” in cui gli attori agiscono; è un oggetto instabile che obbliga gli attori a ridefinire le proprie categorie. La citazione dell’ammiraglio Karl L. Schultz (“presenza significa influenza… se non saremo presenti… lo faranno i nostri rivali”) funziona da epigrafe programmatica: sposta l’attenzione dalla natura al lessico strategico della presence.

Nel discorso contemporaneo sull’Artico, la scorciatoia è spesso questa: scioglimento = opportunità (rotte, risorse) = competizione. Thompson-Jones, invece, insiste su un passaggio più severo: la competizione non è la “vera causa” della nuova instabilità; la causa principale è il cambiamento climatico stesso, che produce un nuovo regime di rischio e di decisione. Lo dice in modo esplicito quando critica una lettura solo securitaria centrata su Cina e Russia: “considerare però solo i rischi… significa confondere le cause… era proprio il cambiamento climatico la causa principale della nuova instabilità.”
Questa tesi viene resa concreta con un montaggio di esempi non artici (incendi, tempeste, inondazioni; Burning Man allagato; fumo degli incendi canadesi su Stati lontani dalla frontiera; eventi estremi in Grecia, Pakistan, Libia). L’argomento non è “giornalistico”: serve a dimostrare che il clima ha cessato di essere un problema “del Nord” ed è diventato, per la società americana, un fatto domestico e politico.
C’è inoltre un dato che orienta tutto il libro: “le temperature polari si stanno innalzando… quattro volte più” del resto del mondo. È una di quelle frasi che, prese sul serio, cambiano la scala con cui si pensa la geopolitica: non si tratta di un’arena che si muove lentamente, ma di un ambiente che accelera e costringe le istituzioni a rincorrere.
Russia e Cina: la sicurezza come grammatica dominante, ma non autosufficiente
Nel racconto di Thompson-Jones, Russia e Cina diventano il fuoco retorico di “ogni dibattito” recente sull’Artico, soprattutto dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022 e l’ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato. L’autrice registra anche un effetto culturale: l’Artico, “un tempo” tema marginale, diventa campo con “richiesta enorme” di esperti.
Sulla Russia, il punto non è solo l’escalation, ma la trasformazione del modo in cui viene percepita: ciò che nel 2007 (bandiera sulla dorsale di Lomonosov) poteva essere liquidato come trovata pubblicitaria, dopo Crimea 2014 e Ucraina 2022 diventa segnale da interpretare in chiave sistemica.
Sulla Cina, Thompson-Jones è documentata e precisa: nel 2018 Pechino si presenta come “Stato quasi artico”, nello stesso anno intensifica i viaggi dello Xuelong II sulla rotta del Mare del Nord (27 viaggi; poi 60 nel 2020), lancia la Polar Silk Road e acquisisce quote rilevanti in infrastrutture russe del gas naturale liquefatto; annuncia inoltre un prossimo rompighiaccio a propulsione nucleare (dimensioni, stazza, velocità comparativa).
Ma il passaggio concettualmente più interessante resta quello già citato: la “difesa” tende a definire l’Artico come problema di sicurezza, eppure questo frame – da solo – non spiega perché l’Artico sia diventato improvvisamente instabile. Il libro regge proprio qui: accetta la sicurezza come lingua dominante, ma ne mostra l’insufficienza se disancorata dal clima.

Diritto del mare: l’ECS come gesto politico (anche senza ratifica UNCLOS)
Quando l’autrice entra nella materia giuridica, evita sia l’astrazione sia l’ideologia. Un passaggio molto utile (perché raramente spiegato bene fuori dagli addetti ai lavori) riguarda l’Extended Continental Shelf: l’ECS riguarda fondale e sottosuolo, non la colonna d’acqua, e non limita la navigazione, ma dà “vantaggio” a chi vuole assicurarsi diritti sulle risorse sotto la superficie oceanica.
Il capitolo sul “ristabilire la presenza” rende leggibile la posta in gioco: l’annuncio statunitense (ECS artica) viene associato alla possibilità di risorse strategiche, tra cui “minerali duri” e terre rare, con una lista di esempi (titanio, cobalto, gallio) legati anche a sistemi militari.
Quando Thompson-Jones entra nel merito della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS – “United Nations convention on the Law of the Sea”), il suo discorso resta volutamente ambivalente. Da un lato, il diritto internazionale appare come l’unico linguaggio condiviso possibile per evitare il conflitto aperto; dall’altro, emerge chiaramente come esso sia anche uno strumento di potere asimmetrico, che favorisce chi dispone delle capacità scientifiche, tecnologiche e militari necessarie a “provare” le proprie rivendicazioni. In questo senso, la mancata ratifica dell’UNCLOS da parte degli Stati Uniti non è solo una curiosità diplomatica, ma un sintomo profondo di una tensione irrisolta tra leadership globale e rifiuto delle regole multilaterali.
Thompson-Jones segnala che l’annuncio sorprende “considerato che gli Stati Uniti sono al di fuori della cornice giuridica della Unclos”, eppure ricorda anche che la convenzione riconosce ai costieri il diritto di rivendicare l’ECS “anche se non hanno firmato il trattato”; inoltre, la CLCS (Civil Liability Convention) ha ruolo consultivo, mentre sono gli Stati costieri a proclamare la propria ECS.
La conseguenza è pratica e non retorica: perché il diritto marittimo venga rispettato, gli Stati Uniti dovranno “monitorare e pattugliare” le zone rivendicate con satelliti, aerei, e maggiore presenza di navi di superficie. Il diritto, qui, non è un testo: è un regime di presenza.
Un’altra parte molto interessante del libro è l’attenzione agli abitanti dell’Artico, non come elemento folklorico ma come variabile politica che complica la sovranità. Thompson-Jones descrive comunità colpite direttamente dal clima (case inghiottite dal mare; stile di vita devastato; salute e benessere a rischio) e sottolinea che questi soggetti “sono consapevoli dei propri diritti” e chiedono con insistenza di partecipare ai tavoli decisionali; farlo senza consultarli “non consente di fare passi avanti”.
È qui che compare un elemento teoricamente forte: lo scetticismo verso il vecchio modello di Stato-nazione e la “causa comune” in un “movimento circumpolare”. È una formulazione che, in una recensione, andrebbe valorizzata perché sposta l’Artico da arena di potenze a laboratorio di politica post-territoriale (non nel senso di “senza territorio”, ma nel senso di sovranità non più monopolio statale).
Il capitolo sui Sámi, poi, fornisce un caso concretissimo di conflitto tra modernizzazione e tutela culturale, con dettagli storici (legislazioni che espropriano proprietà privata, dimensione di genere nella definizione dei diritti, marginalizzazione dei semi-stanziali) e con la dinamica contemporanea della rivendicazione: richieste ai governi, difesa di lingua e cultura, domanda di voce nelle decisioni economiche; e l’avvio di commissioni “verità e riconciliazione” nei Paesi nordici.

“Inevitabilmente artico” come diagnosi, non slogan
Il rischio, qui, sarebbe trasformare la frase finale in slogan. Ma nel testo essa arriva come risultato di una traiettoria: scienza, comunicazione scienza-politica, ruolo di Congresso e Stati, società civile, e perfino Stati “non artici” in senso stretto (es. Maine) coinvolti dagli eventi nell’Artico europeo.
Solo a quel punto Thompson-Jones formula la conclusione: “il futuro degli Stati Uniti sarà inevitabilmente artico.”
È una chiusura che, letta con attenzione, significa questo: l’Artico non è un dossier da aprire e chiudere, ma un criterio che rientra nella definizione stessa del futuro americano (e non solo per ragioni militari). Se la “presenza” è influenza, e il clima riscrive infrastrutture, coste, risorse e movimenti di popolazione, allora il Nord è il punto in cui la politica contemporanea impara a governare (o fallisce nel governare) l’incertezza.
Se dovessi condensare l’apporto teorico del libro in una formula, direi: La legge del Nord mostra l’Artico come luogo in cui immaginazione e istituzione coincidono. “Visualizzare” l’Artico non è un atto preliminare alla politica: è già politica, perché definire confini, scale, mappe e categorie (Artico come mare/deserto; come rotta; come piattaforma continentale; come spazio abitato) significa stabilire ciò che potrà essere rivendicato, pattugliato, estratto, negoziato.
In questo senso, l’Artico non è l’estremo della mappa: è il punto in cui la mappa torna a essere un’arma concettuale. La legge del Nord dunque, può essere letto come un libro sull’Artico solo in apparenza. In profondità, è un saggio sul modo in cui il mondo contemporaneo governa l’incertezza. Il Nord non è più il limite estremo della mappa, ma il luogo in cui il futuro prende forma per primo. E proprio per questo, guardare all’Artico oggi significa imparare a leggere, con maggiore lucidità, il destino politico del pianeta.