Balcani. Nella Krajina croata

11 Ottobre 2026

Era quasi ora di pranzo e i quattro se ne stavano seduti all’unico tavolino dello scalcinato caffè d’angolo. Facevano finta di non guardare, ma era chiaro che ci tenevano d’occhio. Non c’erano automobili, anzi non si vedeva nessun altro in giro, a parte noi e loro. Attraversammo lentamente l’incrocio e ci fermammo a osservare un tetro edificio in rovina, di remota epoca socialista e da molto tempo abbandonato, davanti al quale era stato costruito di recente un parco giochi per bambini, a sua volta deserto. Mia moglie lo fotografò. Poi riattraversammo la strada e ci avvicinammo adagio al caffè. A questo punto non potevano più ignorarci. Erano tutti vecchi. Tre di loro preferirono dileguarsi subito in silenzio. Ma l’ultimo ci si fece incontro, molto alto e molto serio: “Che cosa volete qui, voi due?”. Parlava con autorevolezza un inglese stentato, senza vergognarsi. “Nulla. Guardavamo il paese”. “Qui non c’è più niente da guardare”. “E quel parco giochi, allora?”. “Non serve a niente. Qui non ci sono bambini. Solo noi vecchi”. “E dove sono tutti gli altri?”. “Se ne sono andati via. Oppure sono tornati qui e poi hanno deciso di riandarsene via”. “Verso dove?”. “Di nuovo in Serbia. Oppure in Germania”. Era la prima volta che sentivamo nominare la Serbia. “E voi perché siete rimasti?”. “Non sapevamo dove andare. Qui ci sono le nostre case”. “Ma voi siete serbi?”. “Qui siamo tutti serbi. I croati sono solo due”. “E vi trovate bene con loro due? Vi trovate bene, qui in Croazia?”. “Bene? Sì, certo, bene, perché?”. D’improvviso, ci voltò le spalle e se ne andò senza salutare. Lo sforzo di parlare in inglese era stato enorme. Sembrava aver esaurito tutte le parole a disposizione, e non voleva perdere la sua dignità.

Proseguimmo lungo la strada vuota. C’erano alcune case malconce, ma con qualche segno di vita: una borsa di plastica davanti alla porta, una finestra socchiusa di fronte al viale alberato. Altre case invece avevano il tetto sfondato, gli infissi divelti, i cespugli e gli arbusti cresciuti abbondanti sopra le mattonelle sconnesse del pavimento, fra i rifiuti che continuavano a venir gettati lì dentro, in completo disordine. Era così dappertutto, sembrava che fosse così da decenni. Non solo in quel villaggio, ma anche in campagna, per chilometri e chilometri, lungo tutta la strada asfaltata che avevamo percorso poco prima. Casolari in rovina, resti di mura sbrecciate, le solite piante coi rami verdeggianti che sbucavano dalle finestre infrante. Di tanto in tanto, però, un orto, un cortile fiorito, un balconcino curato, tracce di qualcuno che persisteva a vivere lì o che forse era tornato da poco. E tutt’intorno una campagna brulla, piatta, sassosa e cespugliosa, sempre uguale, adagiata in un vuoto grandioso fino al profilo tenue dei monti lontani.

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Rovine di una casa serba nei pressi di Djevrske, Krajina croata. © di Gigliola Foschi.

Per chi arriva da Sebenico o da Spalato, dalle coste della serena Dalmazia, così ricca di isole verdeggianti, di barche, spiagge e pinete, il mutamento del paesaggio risulta brusco, quasi disorientante. Dal mare si sale velocemente fra villaggi e campagne ancora intrise di aria salmastra, di dolci profumi mediterranei, e di colpo si raggiunge questo altopiano scabro, sterminato, irto di bianche e frastagliate rocce carsiche. Poi però, di tanto in tanto, ecco una voragine, un canalone, addirittura un immenso canyon. E qui il paesaggio cambia di nuovo. Di curva in curva, si scende giù nel canyon, fra boschi, prati e campi di nuovo rigogliosi, fino a raggiungere i meandri del grande fiume Krka, ora così ampio e calmo da aprirsi in un quieto lago, ora disperso in una miriade di pozze e cascatelle. Una sorta di sottomondo edenico e agreste, con monasteri, casette, pontili, stagni brulicanti di uccelli, di vita, di gitanti: un’arcadia gorgogliante, acquattata in fondo ai canaloni di quel soprammondo piatto, arido, immenso, fatto di rovi e case disastrate.

È questa la larga fascia territoriale della Krajina croata, che si estende a ridosso della frontiera con la Bosnia. Del resto la parola Krajina deriva dal termine kraj, che in varie lingue slave indica un’interruzione, un limite. Dunque Krajina come territorio di confine, come frontiera in opposizione a un mondo altro. Definizione altamente drammatica, perché questa regione, che sempre i croati hanno considerato propria, «da secoli era stata sottratta alla loro amministrazione e assoggettata direttamente a quella del ministero asburgico della Guerra. Si trattava di una specie di cordone sanitario che gli Asburgo avevano tracciato ai confini dell’Impero ottomano per difendere i propri territori dalle incursioni turche. A tal fine avevano insediato, a partire dal Seicento, coloni di origine serba e di fede ortodossa, che erano stati esentati dalla servitù della gleba, ma dovevano in cambio prestare servizio militare ogni qualvolta ce ne fosse bisogno. Si formò così una popolazione guerriera, divenuta col tempo uno dei punti di forza dell’esercito asburgico, fiera delle proprie tradizioni e delle proprie libertà, e fatalmente estranea alla maggioranza croata in cui era inserita» (cfr. Jože Pirjevec, Le guerre jugoslave. 1991-1999, Einaudi, 2014). Insomma, un groviglio etnico-religioso, rimasto immutato da secoli, ma che, con il disfacimento della vecchia Jugoslavia, portò subito al disastro.

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Parco giochi davanti a una scuola in rovina. Villaggio di Djevrske. Krajina Croata. © di Gigliola Foschi.

Le sei Repubbliche in cui era divisa la Federazione socialista jugoslava seguivano antichi confini che il regime di Tito, alla fine della Seconda guerra mondiale, aveva sì mantenuto, ma con l’esplicito intento di superare col tempo tale retaggio del passato, in vista di un futuro libertario e internazionalista, che avrebbe infine svincolato i vari popoli della Jugoslavia dalle differenze etniche in cui si trovavano imprigionati. Invece, dopo la morte di Tito nel 1980, e ancor più dopo la crisi crescente del regime socialista jugoslavo, a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta, le varie Repubbliche, e innanzitutto la Slovenia e la Croazia, preferirono sganciarsi velocemente dal vecchio assetto federale, ormai percepito come un’anacronistica camicia di forza, per intraprendere al più presto la strada di una piena indipendenza. Una pretesa di emancipazione subito rigettata però dalla Repubblica serba, non solo perché quella serba costituiva l’etnia maggioritaria, ma soprattutto perché il regime di Belgrado si riteneva l’unico rappresentante legittimo di tutta la Federazione. E Belgrado controllava la potente, minacciosa Armata popolare, creata da Tito e presente in modo ramificato in tutto il Paese. Ma perché questo deciso rifiuto di cedere alle spinte secessioniste, al desiderio di libertà delle altre Repubbliche? Non solo per una generica volontà di dominio, ma prima ancora perché consistenti comunità serbe si trovavamo disseminate anche in altre Repubbliche, soprattutto in Croazia e in Bosnia. Se la Federazione si fosse dissolta, 6.200.000 serbi sarebbero sì rimasti entro i confini della madrepatria, ma con molti altri relegati in Bosnia-Erzegovina (1.600.00) e in Croazia (600.000).

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Fra i meandri del fiume Krka, Krajina croata. © di Gigliola Foschi.

Per il nuovo presidente della Serbia, Slobodan Milošević, una spartizione della Jugoslavia secondo i confini tradizionali avrebbe dunque provocato una frantumazione pericolosa e inaccettabile del glorioso popolo serbo, che aveva conquistato con le armi e il sacrificio, nel corso dei secoli, la propria supremazia. Se la Federazione doveva scomparire – questa la pretesa irrinunciabile di Belgrado – allora bisognava assolutamente modificare i confini delle Repubbliche, in modo da creare una nuova Serbia più estesa, una “Grande Serbia” che inglobasse tutte le membra sparse della nazione, secondo il principio basilare che “ovunque si parla serbo, lì è Serbia”, se ci sono tombe serbe, lì il suolo è sacro e appartiene ai serbi. Così, non appena la Slovenia e la Croazia, il 25 giugno 1991, dichiararono la propria indipendenza dalla Federazione jugoslava, fu subito guerra. Brevissima per la Slovenia: dieci giorni di inutili bombardamenti, dopo i quali l’Armata federale, vista la mala parata dovette ritirarsi con la coda tre le gambe. Lunghissimo e straziante, invece, fino al 1995, fu il conflitto in Croazia e poi in Bosnia-Erzegovina, perché lì appunto vivevano sparse miriadi di comunità serbe. I croati non se lo aspettavano: quando cominciarono i primi attacchi, i primi bombardamenti dell’Armata jugoslava e i primi assalti delle milizie paramilitari serbe, il governo del nuovo presidente, Franjo Tudjman, fu colto inizialmente dalla paralisi e dall’incertezza. Ma davvero, la guerra? Non c’era modo invece di arrivare a un accomodamento?

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Rovine di una casa serba a Djevrske, Krajina croata. © di Gigliola Foschi.

Nel suo stupendo e straziante Balkan Express (il Saggiatore, 1993) la scrittrice croata Slavenka Drakulić, di recente scomparsa [Nicole Janigro, “Slavenka Drakulić. Ologrammi della sopravvivenza”, Doppiozero], descrive bene l’incredulità e lo smarrimento di quei primi giorni di fuoco: «La guerra ci è cascata addosso come una specie di calamità naturale, come un’epidemia o un’alluvione, un evento inevitabile: il nostro destino. L’inizio della guerra si colloca non solo all’interno di eventi politici, non solo nell’odio accumulato, ma anche nel modo in cui le prime immagini di morte si fissano per sempre nella memoria, intrise del rosso scuro del sangue rappreso. Era verso la fine di aprile, subito dopo Pasqua, quando ho visto la foto in bianco e nero di un uomo steso sulla schiena, le mani tese sopra la testa, con la giacca strappata, perché qualcuno l’aveva trascinato per i piedi, una lunga scia scura lasciata dal corpo sulla neve che non si era sciolta. I suo occhi morti erano spalancati e riflettevano un pezzo di cielo pallido, l’ultima cosa che ha visto. Questa è stata la prima foto copertina di un morto di quella che ben presto sarebbe stata chiamata la “prima guerra serbo-croata”. Veniva dato anche il suo nome: Rajko Vukadinović».

Devastante ed efferata, l’offensiva serba investì contemporaneamente i territori nord-orientali della Croazia (cioè la Slavonia, con la martoriata città di Vukovar), poi i porti della Dalmazia, a tratti la capitale Zagabria, e per l’appunto tutta l’enorme regione della Krajina, dove già nell’agosto del ‘91 venne di slancio proclamata una Repubblica Serba di Krajina, con capitale Knin, strategico snodo ferroviario a ridosso della frontiera con la Bosnia. Ma l’autoproclamazione della Repubblica secessionista di Knin non avvenne in modo indolore: oltre 200.000 croati presenti nella regione furono infatti costretti a fuggire come profughi per salvarsi dagli eccidi. Le chiese cattoliche vennero date alle fiamme, intanto che si distruggevano case, ponti, strade, villaggi. Fuggiti i croati, la Repubblica Serba di Krajina venne presto ad estendere la propria sovranità fino in Slavonia, occupando enormi porzioni dello Stato croato. L’intento era quello di interrompere ogni comunicazione tra Zagabria e la Dalmazia, per disgregare la Croazia e creare la nuova, agognata Repubblica della Grande Serbia.

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Finestra di una casa serba abbandonata a Djevrske, Krajina croata. © di Gigliola Foschi.

Ma, malgrado ogni sforzo, questo “magnifico sogno” non riuscì. Sia per l’intervento, peraltro spesso incerto e contraddittorio, della comunità internazionale (Europa, America, Nazioni Unite, alla fine pure la Nato, coinvolte in un groviglio contraddittorio di negoziati e spesso inconcludenti missioni militari), sia per la riscossa dell’esercito croato, trasformatosi a propria volta, dopo i primi sbandamenti, in un’armata sempre più potente, sostenuta dalla resistenza popolare croata. Mentre i serbi finirono a poco a poco per trovarsi in crescente difficoltà. Non disponevano infatti di risorse economiche e militari sufficienti per dominare tutti i nuovi territori conquistati, fatalmente troppo estesi e dove quindi, malgrado le vittorie, sarebbero sempre rimasti in precaria minoranza. Da qui un incerto e sofferto cambio di strategia nel corso degli estenuanti anni di guerra: alla fine Belgrado si decise: meglio rinunciare alla Croazia, abbandonare al suo destino la sempre più scalcinata Repubblica di Knin, per concentrarsi solo in una parte della Bosnia, dove era stata costituita una turbolenta e pervicace Repubblica Serba, fonte da allora, e ancora oggi, di perenne instabilità.

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Canyon del fiume Čikola, presso Drniš, sullo sfondo l'altopiano carsico della Krajina croata. © di Gigliola Foschi.

Ma il ritiro serbo dalla Croazia non fu affatto pacifico e si trascinò per anni in un susseguirsi di orrendi massacri, fino al rapidissimo tracollo del 1995. Il 3 agosto di quell’anno, infatti, l’esercito croato (con il supporto discreto degli Stati Uniti) scatenò l’imponente Operacija Oluja, l’Operazione Tempesta, impegnando ben 150.000 uomini e oltre 200 carri armati. Una macchina bellica che nel giro di appena 3 giorni travolse le truppe dell’ormai esausta Repubblica Serba di Krajina, con il conseguente tracollo di tutto il lunghissimo fronte. A questo punto le parti si invertirono in modo spettacolare e al tempo stesso spaventoso. Non solo gli ufficiali e i dirigenti di Knin ma quasi tutta la popolazione serba della Krajina si diede in massa a una fuga precipitosa verso la Bosnia e la Serbia. Fuggirono su trattori, automobili, camion e carri, famiglie intere con donne, vecchi e bambini, in quello che venne definito «l’esodo più massiccio verificatosi in Europa dopo la Seconda guerra mondiale, ma anche il più rapido, visto che si concluse nel giro di pochi giorni» (J.Pirjevec). Già il 4 agosto il presidente croato Tudjman rivolgeva ai serbi della Krajina ripetuti inviti a rimanere, garantendo incolumità, diritti, cittadinanza. Ma nessuno dei fuggiaschi si fidava. E forse con buone ragioni, visto che le dilaganti truppe vincenti, a loro volta, presero spesso di mira bersagli civili, incendiarono case, commisero orridi delitti, poi ammessi con rammarico dalle stesse autorità croate. Pochi serbi rimasero, mentre in 200.000-250.000 se ne fuggirono via, e quasi nessuno di loro tornò negli anni successivi. Riapparvero invece in Krajina i profughi croati, ma non in misura sufficiente per ripopolare un territorio che solo da pochi anni mostra finalmente i primi segni di una buona ripresa, in mezzo a tante persistenti rovine.

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Vecchia tomba serba fra i resti di una casa di campagna presso Djevrske, Krajina croata. © di Gigliola Foschi.

Ed eccoci ora a noi due, che nel settembre del 2026, oltre trent’anni dopo la fine della guerra serbo-croata, ci aggiriamo in quel villaggio, di nome Djevrske, che nel 1991, all’inizio delle ostilità, contava 836 abitanti, quasi tutti serbi, mentre ora i residenti sono appena 175, di cui 2 croati. Eccoci qui fra i superstiti di questo lunghissimo dopoguerra, che sospettosi ci chiedono: “Ma che volete voi a Djevrske? Qui in Krajina non c’è più niente da vedere”. Sarà proprio così? Per capirlo, non ci resta che raggiungere Knin, dove ogni anno, sugli spalti della sua immensa, antica fortezza, si celebra la vittoria croata e il glorioso successo dell’Operazione Tempesta.         

In copertina, Convento francescano sul'isolotto di Visovac, fiume Krka, Krajina croata. © Gigliola Foschi.

Per tutte le fotografie © Gigliola Foschi.

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