Balcani. Operazione Tempesta
«Ho partecipato anch’io all’Operazione Tempesta. All’inizio della guerra contro i serbi, noi croati eravamo proprio malmessi e non avrei mai creduto che saremmo riusciti a riconquistare Knin». Falegname ora in pensione, il signor Josip va verso i settant’anni. È un uomo piccolo, gentile e magrolino: lo avevamo incontrato nel nostro lento viaggio verso la Krajina croata, durante una sosta di qualche giorno sull’isola di Krk. Non appena saputo che eravamo diretti a Knin, lui si era subito sciolto, parlava un buon italiano, aveva le movenze di un furetto, le fattezze di un bambino un po’ rugoso: «Quando è scoppiata la guerra, sono stato presto chiamato alle armi. Mi sono presentato di corsa, in canottiera, calzoncini e infradito. “E la divisa?”, ho chiesto. “La divisa è quella che hai già addosso. Altre non ne abbiamo. Piuttosto, sai andare a caccia?”. “Sì, qualche coniglio, qualche volpe». «Bene, ecco il tuo fucile”. E mi hanno dato un vecchio moschetto dell’ultima guerra. Con sei pallottole, non di più». «Ma dove ha combattuto, signor Josip. Sotto quale arma?». «In artiglieria. Io però non sparavo coi cannoni. Siccome sono di bassa statura, mi mandavano in avanscoperta: dovevo segnalare la posizione del nemico, strisciando fra i cespugli della Krajina». «E la conquista di Knin? E l’Operazione Tempesta?». Di colpo il viso gli si raggrinzisce, come quello di un bimbo incartapecorito: «La guerra è una cosa bruttissima, bruttissima…». Non riusciva ad aggiungere altro. E nei nostri successivi incontri a Krk, non aveva mai più nominato la guerra. Ci teneva soltanto a farci sapere quanto fosse bella la sua isola, quanto lui vivesse bene lì…
Per raggiungere Knin dal desolato villaggio di Djverske, basta proseguire lungo la provinciale 59, che corre dritta lungo l’altopiano stepposo e brullo della Krajina. Di nuovo altri ruderi sparsi di case distrutte, poi macchie di roveri e ontani fra i campi spinosi, mentre all’orizzonte si fanno sempre più nitidi i misteriosi profili ondulati delle Alpi Dinariche. Tutt’intorno una solitudine barbarica, imponente, al tempo stesso fascinosa e minacciosa, una dilatazione abnorme dello spazio cui in Italia non siamo abituati, ma che è tipica invece del mondo balcanico. Arriviamo presto a Kistanje, una cittadina certo più vivace del livido abitato di Djverske. Ci si fa subito incontro uno slanciato campanile cattolico, di splendente biancore, eretto con enfasi dopo la vittoria croata; poco dopo vediamo una piazza alberata, con gente giovane seduta ai tavolini dei caffè. Fra di loro pure un uomo solitario di mezza età, che sembra avere una gran voglia di attaccar bottone: «Che cercate qui?». Di nuovo quella domanda, stavolta in buon inglese. Rispondiamo cauti: «Niente, si va in giro di qua e di là. Ci si guarda attorno». «Qui non c’è molto da vedere. Piuttosto andate al monastero ortodosso di Krka, verso il fiume, a pochi chilometri da qui». «Davvero? Lei quindi è serbo?». «No, perché? Sono croato. Ma qui a Kistanje siamo metà e metà: 1200 serbi e 1200 croati». «E si vive bene qui?». «Mah, io direi abbastanza bene. Dopo tanti anni di miseria, ci stiamo riprendendo in pace».
Sul limite della piazza dove costui se ne sta a bere, ecco infatti gli indizi di una tranquilla convivenza: un vecchio monumento jugoslavo che glorifica la lotta dei partigiani; un nuovo monumento, questa volta croato, ma che inneggia pur sempre all’antica lotta contro il fascismo; e una piccola, graziosa chiesa ortodossa serba, con il portale aperto. Questo particolare ci colpisce. 12 anni prima, nel 2014, durante una fugace puntata nella Krajina, avevamo intravisto solo poche case distrutte in mezzo alla pietraia; poi un baraccamento selvaggio e miserando di croati che parevano essersi accampati lì da poco, fra i ruderi di vecchie case serbe; e infine, nella bella cittadina di Skradin, da dove partono le gite in barca per il Parco Nazionale del fiume Krka, anche una chiesa ortodossa, ma con l’interno in frantumi, spoglio delle sacre icone, un groviglio di filo spinato a sbarrare l’ingresso. Il messaggio ci era parso chiaro: “Qui voi serbi avete perso case e chiese: non tornerete mai più”. Ma ci sbagliavamo. E il primo sospetto di avere all’epoca interpretato male simili segni inquietanti che venivano dal territorio, si fece strada in noi appunto a Kistanje, davanti a quella chiesetta ortodossa, così ben curata, ospitale e luminosa, proprio lì sulla piazza principale, a pochi passi dalla giganteggiante chiesa cattolica. Dunque la pace, finalmente? Dunque una serena convivenza dopo tanto odio e sparatorie forsennate e velenose diffidenze? A maggior ragione decidiamo di andare a visitare il monastero ortodosso di Krka, che ci era stato appena consigliato.
Lasciamo quindi la provinciale per Knin e deviamo su una strada laterale che dopo poco lascia l’altopiano sassoso e cespuglioso per scendere dolcemente fra boschi di querce e lecci. Siamo entrati nel Parco Nazionale del fiume Krka, che infatti vediamo splendere giù in fondo, in un rigirarsi di anse, stagni e canneti barbaglianti di luce. Poi, quasi alla fine della nostra discesa, ecco il grande monastero del XIV secolo, coi suoi imponenti edifici in pietra bianca ombreggiati dai cipressi, con il quieto chiostro quadrato sorvegliato da due campanili, con la chiesa in stile bizantino ricca di splendide icone, carezzate da una velatura di incensi. Tre o quattro oranti, uomini e donne di mezza età, accendono candele, scrivono su umili foglietti brevi invocazioni da offrire alle Vergine, come tante volte ho visto in Grecia o a Cipro. Abbiamo fatto ingresso nella dolce pace bizantina, quella misteriosa quiete trascendente che tanto spesso si avverte negli spazi sacri dell’ortodossia cristiana. Chiedo sottovoce a questi devoti se mi sanno dire a chi è dedicato il monastero. Mi risponde gentilmente una di loro, l’unica che sappia un po’ di inglese: «A San Michele Arcangelo». «E questa vecchia icona, con un santo che indica in lontananza il profilo del monastero?». «Lui è San Paolo. Qualcuno dice che il monastero lo abbia fondato questo nostro santo Apostolo». Oso spingermi con discrezione un poco oltre: «Ma voi da dove venite?». «Da Banja Luka: siamo qui in pellegrinaggio».
Addirittura! Banja Luka, la capitale della Republika Srpska, il nucleo incandescente e invitto della turbolenta Serbia bosniaca, eterna spina nel fianco della Bosnia-Erzegovina, nonché della Croazia. Dunque si può andare e venire serenamente fin qui da Banja Luka, che io mi immaginavo rinchiusa dietro un baluardo invalicabile? Un altro mio ingenuo pregiudizio che se ne va. Devo aver fatto una faccia stupita, perché la signora aggiunge benevola: «Per noi serbi questo antico monastero di San Michele è il più importante della regione, e da quando è finita la guerra noi ci veniamo spesso». Ecco, appunto, la guerra: che sarà mai accaduto a questo luogo sacro durante gli anni del conflitto? Provo a chiederlo ai due sacerdoti che incontro poco dopo nel chiostro: uno anziano, l’altro giovane, entrambi virili, robusti e barbuti, ma con le movenze quiete, premurose e miti che spesso mostrano i monaci ortodossi. Vengono pure loro da Banja Luka, ma da tanti anni vivono qui. «E la guerra?», chiedo cautamente. Mi rispondono a occhi bassi, con un timido sorriso che pare in commovente contrasto con la robustezza delle loro membra così marcatamente maschili: «La guerra non è mai arrivata al monastero. Noi siamo sempre rimasti in pace. San Michele Arcangelo ci ha protetti. Sia lode a Cristo Salvatore». Ce ne andiamo in silenzio, grati di tanta quiete, ancor più esaltata dalla magnificenza dei grandi alberi col fiume Krka sullo sfondo. Siamo in ritardo, dobbiamo subito raggiungere Knin.
Lievemente in salita, la provinciale 59 s’inoltra ancora fra le sterpaglie e i sassi, finché quasi d’improvviso ci affacciamo su un’ampia conca verdeggiante, dove bassi caseggiati e alti edifici sono sparsi con agio lungo viali ombreggiati da grandi alberi frondosi; nel mezzo dell’abitato, un’ampia linea ferroviaria; e sullo sfondo, ormai vicino, l’ondulato profilo del vasto monte Dinara, che con le sue rupi bianche chiude l’orizzonte. Subito al di là comincia la Bosnia-Erzegovina. Dunque eccoci finalmente nell’antica Knin, da secoli epicentro glorioso e tormentato dell’intera regione. Oggi 15.000 abitanti, 75% croati, 25% serbi. Mentre nel ’91, all’inizio della guerra, le proporzioni erano più che invertite: 85% serbi, 10% croati.
Percorriamo a piedi alcune strade: pendono dalle finestre tante bandiere croate; vediamo casoni ancora bucherellati dai colpi di mitraglia; quindi i lugubri resti di un ospedale jugoslavo, poi trasformato in prigione e ora completamente in rovina; mentre sopra l’ingresso del moderno supermercato Konzum, spicca il recente affresco di due fieri militari che salutano impettiti una bandiera croata; proprio sul bordo della bandiera, una sovrascritta recita: “Operazione Tempesta”; e subito accanto: Braća do Groba!. Traduco col mio dizionarietto: “Fratelli fino alla Tomba!”. Eppure l’atmosfera intorno è tutt’altro che “tombale”, bensì allegra: gente tranquilla che fa la spesa, ragazzi che ridono, bambine che si rincorrono fra le pareti di una chiesa dedicata alla vittoria croata, tutto l’andirivieni di una piccola folla dinamica e indaffarata.
Proprio accanto al supermercato Konzum abbiamo appuntamento con S., una giornalista che lavora a Knin. Ci viene incontro con quel passo festoso e quell’espressione cordiale che pare diffusa fra la gente di qui. Avevamo combinato questo incontro grazie ad alcuni amici croati che vivono a Milano. E ora ci accorgiamo che S. parla un elegante italiano con vago accento toscano: ha infatti studiato letteratura italiana a Firenze. Ma pensa un po’! E tu sei nata a Knin? «No, io vengo da Spalato, lavoravo prima per l’ufficio turistico della mia città. Ma mi ero un po’ stancata: troppe comitive, troppa confusione, troppi eventi da seguire. Avevo bisogno di più calma e concentrazione, sono passata per caso da Knin, che non conoscevo, e subito ne sono rimasta incantata. Ho trovato lavoro, ho affittato una casetta in campagna. Qui c’è tanto verde, tanta quiete, un magnifico paesaggio di fiumi e laghi, la gente gentile, i colleghi simpatici. Ho ritrovato me stessa».
Le chiedo se c’è un centro storico interessante da visitare. «C’è ovviamente, e avrebbe anche palazzi molto belli. Ma la gran parte dei vecchi edifici sono in rovina, abbandonati». E come mai? «I legittimi proprietari non si trovano più. Molti di loro erano serbi e se ne sono andati. Ma lo Stato croato non può requisire queste case. Appartengono a loro. I serbi della Krajina, anche se irreperibili, sono a pieno titolo cittadini croati e godono dei nostri stessi diritti. Per questo nella campagna si trovano ancora tante case abbandonate e in rovina. La proprietà appartiene sempre a loro. I profughi che sono tornati hanno potuto riprendersi la vecchia abitazione e ristrutturarla. Allo stesso modo, quando la Chiesa ortodossa della Krajina ha chiesto la riapertura delle loro chiese, lo Stato gliel’ha ovviamente concessa. Ma fino a che il legittimo proprietario non si presenta, non si può fare molto: l’edificio rimane abbandonato». Ah, così dunque! E io che credevo… Ma S. vuole ora accompagnarci a visitare la grande gloria di Knin, la Kninska Tvrdjava, l’imponente, magnifica fortezza che da un’alta rupe domina la città: una delle più vaste fortificazioni militari di tutta Europa.
Lunga 500 metri e larga 100, con 2 km di mura difensive, la fortezza, per quanto con misure più ridotte, era già in uso nell’anno Mille, ai tempi del Regno di Croazia. Ma nel corso dei secoli è stata via via ingrandita dai successivi occupanti: ottomani, veneziani, austro-ungarici, fino creare un labirinto di ponti levatoi, casematte, torrioni, cinte murarie, affacciate sul grandioso, frastagliato paesaggio della Krajina. Superiamo la prima porta d’ingresso, dove spicca ancora un vecchio bassorilievo con il Leone di san Marco, e raggiungiamo il piazzale più alto, su cui sventola eroica una bandiera croata lunga 20 metri. Qui, ogni 5 agosto, si celebra in pompa magna il Giorno della Vittoria, quando l’Operazione Tempesta pose fine alla Repubblica Serba di Krajina. Ai piedi della bandiera un’espressiva, pensosa e maestosa statua di Franjo Tudjman ricorda l’epico momento in cui l’allora presidente della Repubblica di Croazia si presentò per rendere omaggio alla bandiera e ai soldati che avevano riconquistato Knin.
S. ci accompagna nel museo della fortezza, dove si ricordano le varie tappe dell’Operazione Tempesta, con abbondanti fotografie documentarie, riproduzioni di giornali, pannelli esplicativi. Peccato però che i testi siano quasi tutti in croato. La nostra brava accompagnatrice ci spiega qualcosa: ecco la mappa della progettata, agognata, mai realizzata Grande Serbia: un’impressionante estensione di territorio, con lo Stato croato ridotto a un ridicolo lacerto; ecco la fotografia di un ufficiale serbo che, contravvenendo agli ordini dei superiori, firma la resa delle proprie truppe, per evitare ulteriori massacri; ecco il titolone di un giornale che a caratteri cubitali annuncia: «Fugge da Knin anche Mladić!» (sì proprio lui, il famigerato generale Ratko Mladić, il “macellaio bosniaco” morto di recente). E poi il famoso decreto governativo che, perentorio e rassicurante, proclama: Srbi iz Krajine gradjani hrvatske (“I serbi della Krajina sono cittadini croati”).
Alla fine della visita, chiedo ancora a S. se secondo lei la guerra si poteva evitare. Lei sospira, scuote la testa, si rattrista un po’: «Io credo di sì, con un po’ di buona volontà in più. Non tutti i torti vanno attribuiti solo ai serbi, anche se le ostilità sono partite da loro. Pure in Croazia c’erano bellicosi nazionalisti, a cominciare dal partito politico del presidente Tudjman, l’Unione Democratica Croata. E ancora adesso ci sono giovani estremisti croati che nel Giorno della Vittoria vengono qui a urlare gli slogan fascisti del vecchio partito ustascia». Slogan del tipo? «Za dom spremni! (“Per la patria pronti!”). Ogni volta che mi tocca sentirlo, vengo presa da paura. Sono violenti. Spesso si mascherano come tifosi ultrà. Ma io credo che la maggior parte dei croati non abbia mai voluto la guerra. Io all’epoca ero bambina, e ne sono rimasta traumatizzata. In famiglia nessuno di noi era un militarista. Tantomeno mio fratello che pure, un po’ più grande di me, è dovuto partire per il fronte. Lui non se n’è mai fatto un vanto e non me ne ha mai parlato molto. Ma ogni volta che viene a Knin, vedo che se ne va sempre sulla piazza dov’è stata collocata la targa commemorativa del suo battaglione; poi rimane lì a lungo, a testa bassa, in silenzio».
S. si commuove un poco, quindi riprende: «Alla fine io credo che la vittoria ci abbia fatto bene: ha stabilizzato la Croazia, l’ha trasformata in un paese democratico, integrato nell’Unione europea. Certo, c’è ancora gente orribile che va in giro a gridare: Naša oluja ne prestaje! (“La nostra tempesta non finisce mai!”): come se l’Operazione Tempesta fosse ancora fra noi, come se la si volesse ricominciare da un momento all’altro. E contro chi poi? E perché mai? Questo non vorrei proprio ascoltarlo. Ma io sento che la Croazia è la mia terra, e io sono sicura che può essere per tutti un bellissimo Paese».
In copertina, Knin, Memoriale alla vittoria dell'Operazione Tempesta, 2011. Opera di Petar Dolić e Tonko Zaninović. Foto di Gigliola Foschi.
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