Speciale
Gli spazi rurali e la città infinita
Luoghi in abbandono, semispopolati, fragili: finora la mia attenzione si era concentrata sulle borgate abbandonate delle Alpi e delle aree rurali svuotate di abitanti per lo più accorsi in fabbrica in seguito alla modernizzazione sgovernata di metà ‘900. In realtà, come sappiamo, ci sono intere aree periurbane cosiddette (penso a Milano che è una delle metropoli agricole più grandi d’Europa) che hanno subito una sorte analoga. Scontando un degrado e le dismissioni delle tante cascine a causa della meccanizzazione dell’agricoltura e alla conseguente riduzione drastica dei lavoratori nonché dell’abbandono delle abitazioni stesse, s è patita anche la crisi del sistema tradizionale delle marcite a favore di riso e mais e molte cascine sono state riconvertite in edifici a uso immobiliare.
In generale, si può dire, l’area delle cascine intorno a Milano è stata considerata a lungo uno spazio al servizio della città (al fine di centrifugare gli elementi scomodi fuori dal centro urbano in cui scaricare tra l’altro discariche abusive). Quest’area agricola, con le cascine attive fino al dopoguerra, è stata inoltre frammentata con la costruzione di nuove infrastrutture, strade e autostrade. E va detto per cascina non si deve intendere solamente la parte di fabbricato che la rende visibile. È un organismo autosufficiente. La cascina lombarda è a pianta quadrangolare. Al centro la corte, l’aia dove si lavoravano soprattutto i cereali, li si selezionava e li si essiccava. Tutto intorno la casa del padrone, quella dei salariati, i luoghi di ricovero degli animali e degli attrezzi, i magazzini. Una comunità (spesso intorno ai 100 abitanti) con scuole, botteghe e Chiesa: situata certo in vicinanza ai terreni agricoli di pertinenza. Con gli anni ‘50, anche qui si ha un vistoso fenomeno di urbanizzazione, mentre i magri terreni agricoli diventano sedi di industrie. È questo il quadro che emerge da un ricco studio a molte voci, per lo più di geografi, dal titolo Cascine attorno a Milano. Analisi di un territorio in trasformazione: dismissioni, resistenze, progettualità a cura di Chiara Pirovano, CUEM, Milano 2008 con l’introduzione di Giorgio Botta. “La città – per riprendere Giuseppe Dematteis – cancella la campagna e si rompe uno storico equilibrio”. Cambia la concezione stessa dello spazio: la trama insediativa continua a densificarsi solo lungo le grandi direttrici di comunicazione, tangenziali, raccordi.
Sembrano gli antecedenti della Città infinita, il soggetto della famosa mostra alla Triennale del 2004 dove i rapporti fra centro e periferia si dissolvono e così gli stessi confini. Secondo un processo di rispazializzazione in cui, riprendo il sociologo Aldo Bonomi l’inventore della formula, le identità si “diluiscono nell’indistinto dell’Attraversamento” (La città infinita, a cura di Aldo Bonomi e Alberto Abruzzese, Bruno Mondadori 2004).

Del resto ripenso spesso alle tracce di quei nuclei comunitari, anche in altre realtà cittadine, gravide di una storia dove l’abitare si è spesso sovrapposto al lavorare. È il caso di un quartiere simbolo della periferia di una città come Torino: il quartiere o borgo Falchera sorto nel corso dell’Ottocento, intorno alla ben più antica cascina Falchera Grossa (che ho citato nel mio Geografie della memoria anche qui 2008). Nei pressi è il villaggio operaio della Snia Viscosa, voluto da Riccardo Gualino negli anni ‘20 del ‘900, che produceva filati in fibra sintetica, costruito secondo un impianto distributivo ricalcato su quello della fabbrica, sorta di severa città-fabbrica, sovrastante verticalmente l’antico paesaggio agrario. Poi è arrivata la discarica, coi suoi gettiti di metano e i gabbiani fradici che vi pascolano a stormi: l’intrusione che ha dato il colpo di grazia agli ultimi terreni. Parecchie cascine sono state chiuse. Anche qui, interrompendo un circuito secolare, la ferrovia introdusse una rigida linea di demarcazione dell’abitato, sovrapponendosi a quello che per secoli era stato costituito dalla rete territoriale delle cascine, fino a spezzarlo irrevocabilmente.
Non lontana c’era un’altra importante cascina storica, Le Ranotte: sui suoi terreni sorgerà a metà degli anni Cinquanta il complesso urbanistico detto “Falchera”, modello dell’edilizia popolare italiana, ispirato ai criteri innovativi maturati da sociologi e architetti intorno alla Comunità di Adriano Olivetti. Studiandola ne rimasi colpita perché in generale si può dire che Falchera dell’architetto Giovanni Astengo rappresenta un esempio forse unico, avverso ai canoni rigidi delle abitazioni in serie sottraendosi così allo stereotipo indistinto delle barriere operaie e proponendo in alternativa vere e proprie “unità sociali”: “in tale ambiente naturale – per ricorrere alle parole del progettista Astengo – è stato creato un sistema di grandi edifici articolati, disposti attorno a grandi spazi verdi. Su queste ampie corti aperte trattate a prato, a giardino, a frutteto, a boschetto con i giochi dei bimbi e i nidi asili, si affaccia la vita degli alloggi.”. E tale da riproporre sotto gli occhi degli architetti in ricognizione sui campi della zona, il disegno a pianta quadrata (talvolta a forma di U aperta) suggerito proprio dalle numerose cascine circostanti. L’avveniristico (per l’epoca) progetto Falchera riproduceva, infatti, nelle ellissi spezzate del suo tracciato, le geometrie delle antiche cascine torinesi, delle quali l’esempio architettonicamente più compiuto era dato dai “rustici” disposti ai lati del viale che conduce alla juvarriana Palazzina di Caccia di Stupinigi. Vere e proprie quinte di preparazione alla scenografia della celebre delizia sabauda, questi edifici minori hanno offerto al complesso Falchera, nelle stesse parole di Astengo,“ la misura e il ritmo degli spazi, la distanza fra i fabbricati, i grandi spazi aperti, il rapporto muratura-tappeto erboso-alberature.”
Un compromesso forse per salvare la memoria dell’abitare contadino pensando agli immigrati di allora in gran parte veneti (ora per lo più extracomunitari) che si riversarono nelle fabbriche Fiat. Certo anche qui si colgono gli echi, pur se più virtuosi, di natura olivettiana, di una fabbrica che mediando certo col paesaggio e la cultura travolge la campagna.
Torniamo a Milano dove mi sto occupando insieme a un gruppo di tecnici – e all’arch. Silvia Passerini che cura anche il progetto architettonico di ristrutturazione della cascina – del museo-laboratorio NaturalMente di Cascina Sella Nuova, Municipio 7). In particolare è utile per ora concentrarsi sul Parco Sud che copre una superficie di 47.000 ettari e 60 Comuni (il 30 per cento, imparo, della superficie della città di Milano) ed è stato istituito nel 1990. Lo sguardo sull’area agricola tra fine secolo e i primi del Duemila è complessivamente cambiato. Si opera, in particolare i geografi citati, attraverso i concetti di Territorialità (da Raffestin 1983 a Magnaghi 2000), con la convinzione che quel territorio va riconsiderato a partire dall’approccio patrimoniale (dove territorio e cascine sono considerati anzitutto patrimonio culturale) evitando come è stato fatto in passato processi pericolosamente “esogeni”.

Milano dunque è ora vista anche come laboratorio di “agricoltura urbana” (così uno dei testi più recenti Milano metropoli rurale. Storia, attualità e la strategia cascina Linterno, 2. Città, istituzioni, cascine e paesaggi, Maggioli Editore, 2023, promosso dal Politecnico di Milano a cura di A. e G. Bianchi, L. Scazzosi, A. L’Erario e G. Uberti) che riguarda tutti gli attori, le comunità, le attività, i luoghi e le economie che si focalizzano sulla produzione animale e vegetale in un contesto spaziale che secondo gli standard va considerato urbano.
In copertina, cascina Falchera.
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Anita vedi se trovi qualche immagine delle cascine citare e della cartina della loro diffusione sul territorio urbano. Grazie