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Antisemitismo

(16 risultati)

Per questo c'è chi la odia / La scorta a Liliana Segre

La decisione assunta dalle autorità preposte, ovvero del Comitato provinciale per la sicurezza e l'ordine pubblico di Milano, di garantire alla senatrice a vita Liliana Segre una scorta permanente, secondo i parametri previsti in casi di minaccia o rischio per la persona, non può di certo sorprendere. Giunge infatti dopo un'escalation di vituperi, di insulti, invettive che, peraltro, per chi conosce bene la senatrice, sa che non datano da oggi. L'assedio del vilipendio, dell'offesa ma anche delle concrete intimidazioni, quelle che potrebbero – prima o poi – tradursi in reali aggressioni, se non peggio, arriva essenzialmente da due fronti: quello del web, dove il crescendo di ostilità sta generando una sorta di fronte dell'avversione nei confronti della sua persona fisica; quello della destra radicale, che da tempo tambureggia contro la figura della testimone, ossia ben prima che essa fosse nominata senatrice a vita. I due orizzonti di fatto si saldano nel momento in cui concorrono a delegittimare sia la persona che il suo operato in quanto tali. Una delegittimazione totale, esistenziale, che esprime non solo avversione conclamata per le idee e l'azione pubblica di Liliana Segre ma...

Dereck Black e Dylann Roof / Odio bianco

La strage alla sinagoga di Pittsburgh, il 27 ottobre, ha spazzato via anche l’ultima illusione. Undici morti, sei feriti. È stato l’attacco antisemita più grave nella storia degli Stati Uniti, uno dei successi più clamorosi del suprematismo bianco. Eppure, mentre le settimane scorrono, cresce l’amaro del dejà vu. Questo è un film già visto troppe volte. Gli attori cambiano ma non il finale e tanto meno il regista. È già successo, succederà di nuovo. I segnali d’allarme sono sotto gli occhi di tutti. Lo stesso micidiale impasto d’odio tiene insieme il massacro di Pittsburgh; le violenze neonaziste a Charlottesville, dove un anno fa ha perso la vita la ventiquattrenne Heather Heyer; l’attacco alla chiesa di Charleston dove nel 2015 Dylann Roof ha trucidato nove afroamericani; la furia crescente contro immigrati, ispanici, musulmani, donne, Lgbt, intellettuali e correttezza politica. Il mandante rimanda al vasto arcipelago del suprematismo bianco che, smessi i cappucci del Ku Klux Klan, gioca ormai un ruolo di primo piano sulla scena politica sotto l’etichetta più neutra di “white nationalism...

L'antisemitismo dei poveri

Tempo fa mi venne chiesto come mai leggevo molti libri. E risposi: “Il vivere è indecifrabile e solo i libri possono aiutare a comprenderne almeno provvisoriamente qualcosa”. Avevo ragione, ma, a pensarci bene, la risposta era ovvia. Che cosa mai si potrebbe afferrare della relatività generale o della meccanica quantistica senza rincorrerne almeno il senso attraverso i libri, le montagne di libri che spiegano queste teorie a noi, il volgo ignaro di matematica? E la vita e la storia sono assai più complesse di qualsiasi teoria scientifica, e anche questa è una ovvietà. Non vi sembra? Così, oltre ai libri nuovi, mi sono messo a rileggere i classici, certo , ma anche quelli che dormicchiavano nella mia libreria, e ne ho tratto una conclusione agghiacciante: la prima volta non ne avevo capito un granché, mentre adesso mi si spalancano spazi sconfinati degni di quelli del Lontano Occidente. Per “colpa” di Silvio Zamorani ed. e della sua ottima nuova edizione del saggio di Guido Fubini (1924-2010), L’antisemitismo dei poveri, l’ho affrontato di nuovo dal lontano 1984. E solo ora ho compreso cose che: “Voi umani neppure potete immaginare…”.   Di Guido Fubini sono stato amico, amico...

Rispetta lo Straniero / Il tempo presente

“Era una notte buia e tempestosa…” (Snoopy, Peanuts, XX secolo). Per un incipit sul tempo presente si devono scrivere parole generiche, quelle che poi divennero anche ridicole per merito di Charles Schulz, l’autore dei Peanuts: il tempo presente del XXI secolo è nei fatti una notte buia e tempestosa. Cosa non si fa per cercare di non cadere in ripetizioni, per uno come me che sviscera quel poco che pensa, rendendolo di dominio pubblico. Eccovi adesso una delle mie iterazioni preferite. Quella su Hanna Arendt. I grandi filosofi presentano la strana caratteristica di essere in qualche modo eterni quando dicono cose giuste, ma anche cose sbagliate. Hanna Arendt, per me, è quella grandissima di On revolution, ma anche quella mediocre delle considerazioni sul processo Eichman. L’unica cosa che mi sta sul gozzo di quel processo è infatti la sentenza di impiccagione: lui, come gli altri indimenticabili criminali nazisti, avrebbe dovuto essere studiato per anni e anni allo scopo di comprendere la malattia che lo affliggeva che non era una malattia sua, che non era una malattia mentale, ma una tara del genere umano.    A quelli che manifestano il proprio stupore, consiglio a...

L'altro come cosa / L'odio non è un volto dell'amore

Diritto di famiglia   Taluni hanno cercato di indorare la pillola sostenendo che l’odio è l’altra faccia dell’amore. Secondo questa idea, l’odio è gelosia: prova d’amore per l’altro. Io non ci credo. Invero “gelosia” deriva da “zelo” e lo zelo, più che amore, è avarizia, delirio di possesso. Lo zelo è passione sfrenata per l’oggetto: l’oggetto è solo e soltanto mio. C’è un’aridità di fondo che distingue la gelosia dalla passione amorosa.  Algirdas Julien Greimas e Jacques Fontanille lo raccontano nel libro Semiotica delle passioni. L’altra persona, nell’odio, è già una cosa; prima ancora di essere odiata, nel momento in cui si mostra come persona, non soggiogata al ruolo di cosa, deve venire annientata; l’essere persona è già tradimento, solo la cosa non può tradire. La persona è libera dal regno della necessità, trasgredisce la legge del possesso, non è mai uguale a se stessa, si trasforma.    Il crimine passionale, com’era noto in Francia, o delitto d’onore, come noto in Italia, presuppone che l’altrui persona diventi la mia cosa. In quel tipo di giurisprudenza, certe persone sono reificate per definizione. Prima ancora che l’odio di gelosia si manifesti, c’è...

Un radicalismo senza radici / Né destra né sinistra, semmai peggio (II)

La comprensione e l’identificazione del ruolo della destra radicale italiana ed europea nel tempo che stiamo vivendo implica cogliere alcuni aspetti di contesto. Il primo di essi rimanda alle domande sul senso delle trasformazioni che le nostre società stanno vivendo. La percezione diffusa, tra una parte della popolazione, che il mutamento gli giochi negativamente, ha un forte impatto nel determinare una diffusa dissonanza cognitiva tra attese e risultati. La ricerca di una compensazione, rispetto allo smarrimento incentiva, più che il bisogno di intraprendere nuovi percorsi, il desiderio di riconoscersi in qualcosa di già visto, detto e condiviso. L’affanno del «nuovo che avanza» ingenera sconcerto e disincanto. Esso, infatti, è spesso vissuto nella sua doppia radice di smacco rispetto alle aspettative e offesa nei riguardi del proprio status socio-culturale. L’unica compensazione plausibile è offerta dal reiterare moduli di pensiero tanto consolidati quanto privi di riscontri nel tempo che avanza. Su questo piano inclinato, tale perché destinato a fare rotolare coloro che vi si dispongono acriticamente, scivolandovi in progressione, la destra radicale offre la solidità apparente...

Antisemitismo / L’avvenire di un’avversione

È uscito da pochi mesi anche in Italia l’agile ma enciclopedico volume di Pierre-André Taguieff su L’antisemitismo. Pregiudizi, teorie, comportamenti (Cortina editore, Milano 2016). La sua prima edizione data al 2015, per le Presses Universitaires de France. Il testo in traduzione si rivela denso, ben articolato e, al medesimo tempo, di utile lettura anche per il modo in cui il materiale è organizzato e quindi proposto al lettore. Dieci capitoli sintetici sull’evoluzione dell’odio contro gli ebrei, sui criteri per interpretarlo, sulle parole per raccontarlo. Si tratta infatti di un libro che offre una scansione tematica e storica, logica e cronologica, permettendo così di definire i termini del problema e i suoi numerosi riflessi sul presente. Una sorta di handbook, in buona sostanza, che dopo un percorso di riferimenti e ragionamenti fa quindi il punto della situazione odierna, sia sul piano dell’evoluzione fattuale, materiale del pregiudizio antiebraico, sia sullo stato della riflessione e della pubblicistica di merito.   Non è l’unico in materia, avendo il lettore a disposizione un ampio ventaglio di offerte editoriali, ma si segnala per l’asciutto rigore. L’autore,...

Gli arabi, Israele e il terrorismo

Nella situazione di tensione che si è creata nel Mediterraneo, come percepisci tu il problema dei rapporti tra i paesi della sponda nord del Mediterraneo e i paesi della sponda sud, tra paesi come l’Italia e paesi di cultura islamica come la Libia, ma anche come l’Egitto, come la Tunisia, come l’Algeria e che cosa ti sembra che si debba fare, pensare, scrivere, per evitare che si creino tensioni senza uscita come quelle che qualche volta si sono create? Non c’è anche una mancanza di conoscenza da parte nostra?   La conoscenza è certamente una buona cosa e la conoscenza che noi abbiamo del mondo arabo è scarsa, obiettivamente. Ma direi che è scarsa in parte per colpa nostra e in parte anche per colpa loro, perché veramente da secoli, dal mondo arabo e dall’Islam più un generale, è uscito pochissimo di buono. Sono utenti della civiltà tecnologica a cui non hanno contribuito, sono utenti del marxismo senza averlo rinnovato, insomma stanno in qualche modo ai margini della civiltà occidentale e di quella comunista. La mia impressione è piuttosto negativa, non mi fiderei di...

L'antisemitismo storico di Dieudonné

Che la quenelle vada intesa come un gesto scurrile, una provocazione anti-establishment o un’allusione al saluto nazista sarebbe una questione di scarsissimo rilievo se nelle ultime settimane i media internazionali non l’avessero eletta a materia di dibattito, contribuendo a viralizzarla e a circonfonderla di un alone di sinistro richiamo. La filologia del gesto non ha alcuna importanza: d’ora in avanti chi lo riproduce è tenuto a sapere che sta giocando con (cioè nella stessa squadra di) un antisemita dichiarato.   Il significato sta nell’uso, e lo scandalo mediatico crea il contesto, motivo per cui ogni nuova occorrenza della quenelle si carica di tutti i sensi che nel frattempo le sono stati attribuiti. Così funziona la macchina mitologica di cui Dieudonné è un abile manovratore, e tutti gli altri – chi lo condanna come chi lo acclama – i manovali più o meno consapevoli. Anche queste righe, purtroppo, contribuiscono a far girare l’ingranaggio, il quale potrà essere disinnescato solo quando l’attenzione pubblica si sarà spostata altrove.   Supponiamo che ci...

Nir Baram. Brave persone

La domanda è nota, se la sono posta in molti, Primo Levi, Hannah Arendt, Jean Améry e più recentemente Christopher Browning, Daniel Goldhagen: chi erano i carnefici? Uomini o demoni? E quanti erano? Un’élite del male che si è impossessata del potere nella Germania degli anni Trenta e nella Russia sovietica o una massa di anonimi e diligenti servitori dello Stato – padri di famiglia, bravi ragazzi volenterosi, giovani in carriera, nonni amorevoli, intellettuali colti e raffinati – tutti vittime di un sentimento di paranoia collettiva, che individuava senza tentennamenti il nemico da abbattere, il male da estirpare alla radice, le idee da distruggere, le cospirazioni da sedare?   Anche le risposte sono note, le ricerche storiche lo hanno documentato: alla distruzione dell’Europa hanno partecipato in molti, la macchina per funzionare aveva bisogno di una rete estesa di collaborazioni, di una minuta divisione del lavoro. La distruzione degli ebrei d’Europa non ha solo placato gli appetti ideologici dell’antisemitismo diffuso ma ha procurato vantaggi economici cospicui a molti cittadini tedeschi...

Tutti profughi

Giovedì pomeriggio 15 dicembre, autostrada Bergamo-Milano, poi tangenziale est per immettermi sulla Milano-Genova: sono diretto a Pavia, dove si proietta “Piazza Garibaldi”. Ascolto Fahrenheit, come faccio sempre quando sono in macchina, e cerco di capire meglio quello che è successo fra sabato 10 a Torino, il pogrom della Cascina Continassa, alle Vallette, e martedì 13 a Firenze, nei pressi del mercato di San Lorenzo, dove Gianluca Casseri ha ucciso Samb Modou e Diop Mor. C’è Marco Revelli alla radio, è stato lui il primo a usare la parola pogrom sul Manifesto: nella sua voce, oltre l’amarezza e l’indignazione, avverto qualcosa di nuovo, un tono quasi spaventato, o forse smarrito, quello di chi ha speso anni per avvertirci dei rischi d’incendio, con tutta quella benzina distribuita dagli “imprenditori della paura”, e vede ormai alzarsi le fiamme fra le pareti di casa, la nostra.  Devo ammettere di aver sentito un brivido scendere dalla nuca e fermarsi fra le scapole, per qualche secondo, come in cerca del suo posto.   Quel pomeriggio a Pavia, un mezzo disastro: pessima la...

Che razza di destra

“Quella stessa nave che risaliva il Nilo verso Abu Simbel, e che avrebbe potuto benissimo suscitare miti egizi di navi sulle acque dell’al di là, era di fatto ancora una delle navi sopravvissute che erano servite a portare le truppe inglesi a reprimere la ribellione del Sudan. Se di mito si doveva parlare, in quell’occasione c’erano molti miti del potere che si affollavano verso i confini nubiani, sotto le costellazioni”.   Questa pagina, tra le più belle di Furio Jesi (germanista, storico delle idee, antropologo culturale, morto a soli 39 anni di enfisema polmonare), riassume bene il rapporto con il mito di una delle intelligenze più sottili, eclettiche e inquiete del dopoguerra. L’improvvisa associazione fra remoto e presente, fra numi egizi e colonialismo, illumina i due lati di Jesi che “nel mito vede un richiamo simbolico al profondo, a una struttura originaria carica di senso e di destino” (Gianni Vattimo) e al tempo stesso coglie le mistificazioni e i giochi di potere di cui il mito nella storia delle civiltà antiche e moderne è stato strumento. È un passo, quello sul Nilo,...

I maestri della destra

“Ma come, davvero esistono ancora la destra e la sinistra? Non era stato tutto archiviato, passato in giudicato, chiuso e sepolto?”. La voce di Massimo Cacciari tradisce uno stupore genuino. Sembra passato un secolo da quando, ed era soltanto una decina d’anni fa, i suoi interventi ai convegni della “nuova destra” accendevano discussioni furibonde tra gli intellettuali di sinistra. Eppure è bastato che Garzanti riproponesse a quattordici anni di distanza un testo come Cultura di destra dello scomparso germanista Furio Jesi per suscitare una reazione furibonda tra gli esponenti italiani di quell’area un tempo definita appunto “nuova destra”. Si tratta di una bieca “operazione commerciale”, tuona dalle colonne dell’Italia settimanale Gianfranco de Turris, un tentativo dei “residui dell’intellighenzia marxista di mettere ancora alla sbarra gli antichi nemici” e di “far compiere alla cultura italiana un balzo indietro di tre lustri, ricreando un clima di caccia alle streghe”. Insomma, una vera e propria demonizzazione, attuata “nonostante crolli e controcrolli” e...

Il culto politico della morte

Pubblichiamo per gentile concessione dell’autore un estratto da un lavoro di prossima pubblicazione sul tema del culto della morte nella cultura di destra.     Per entrare nel merito della nostra analisi è il caso di rilevare che, al contrario della sinistra, che – compresa la sua componente rivoluzionaria – si è sempre considerata un’articolazione della modernità, stabilendo con quest’ultima un rapporto positivo, tanto da immaginare la nuova società come il necessario prolungamento storico e logico del capitalismo, la destra, in particolare quella estrema e antipluralista, ha sempre vissuto un rapporto sofferto con la modernità.   Questa sofferenza l’ha condotta a interrogarsi sul destino dell’uomo, e dunque sulla morte. Che senso aveva la morte, se la vita dell’individuo era un confronto sofferto con la modernità? Esisteva un rapporto fra questa sofferenza del vivere e l’approdo biologico e naturale della vita umana? Che senso aveva la morte, se la vita era esperita in un panorama storico contrassegnato dal materialismo e dall’edonismo...

Religioni della morte. I volti della Cultura di destra in Furio Jesi

Dopo quasi venti anni dalla seconda edizione torna nelle librerie Cultura di destra di Furio Jesi, mitologo, critico letterario, germanista e allo stesso tempo molto più di questo. Uscito per la prima volta nel 1979, l’anno precedente alla tragica scomparsa dello studioso torinese, il libro è uno dei suoi testi più profondi, luminosi e incandescenti, prova di una scienza della cultura situata al crocevia tra storia delle idee, antropologia, semiotica e narratologia e, per le polemiche che porta con sé a ogni pubblicazione, cartina di tornasole del dibattito sulla cultura di destra in Italia. La nuova edizione di Nottetempo, curata da Andrea Cavalletti, regala ulteriori elementi del cantiere jesiano presentando alcuni inediti di grande interesse, su tutti lo splendido Il cattivo selvaggio, un breve saggio sulle logiche implicite del razzismo, più che mai attuale.   Ma il punto è questo: che cos’è ‘cultura di destra’? Alla domanda postagli da «L’espresso» nel 1979 Jesi rispondeva: «la cultura entro la quale il passato è una sorta di pappa omogeneizzata che si pu...

Preferisco di no

Patria? “Preferisco di no”. Neppure nella versione attenuata, ragionevole e gentile di Primo Levi, che vede nel  “morire in patria” un “modo di morire per la patria”.Qui, mi pare, è il nucleo centrale del suo ragionamento. Ma attenzione: il pacato ragionare di Levi si potrebbe increspare fino a prendere una insospettata tonalità radicale. Cominciamo col dire che quotidianità e sacrificio si corrispondono: se ognuno di noi riesce a “morire in patria”, e cioè a resistere nei suoi soffocanti confini, a galleggiare quotidianamente nelle sue acque fetide, se riusciamo in questo minimo e pur difficile intento, che è comune, ordinario, e al tempo stesso eroico, cioè non scappare, allora saremo capaci di “morire per la patria”. Andiamo appena un po’ più avanti lungo la linea tracciata dalle parole di Levi. C’è un’ulteriore conseguenza che probabilmente Primo Levi non avrebbe mai tratto, ma noi, estenuati dalle reiterate esecuzioni del nostro inno nazionale, dalle mani sul cuore, persino dalle “patriottiche” apparizioni del grande Roberto...