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bambini

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Il futuro in un dialogo

Introduzione di Tiziano Bonini   Non so quanti di voi siano stati a Larderello. Forse, se non avete fatto le elementari in Toscana, Larderello evoca solo vaghi ricordi di pagine di sussidiari dedicate all’energia geotermica in Italia. Io sono fra quest’ultimi. Di Larderello ricordo solo la maestra Marcella che ce la raccontava come un’utopia tecnologica ed ecologica. Poi finalmente ci sono stato.   Larderello è in Toscana, ma sembra la Springfield dei Simpson: il paesaggio è segnato da enormi torri di raffreddamento simili a quelle atomiche ma per niente pericolose. Qui si produce ancora il 10% dell’energia geotermica mondiale. Negli anni sessanta Larderello era una comunità-laboratorio al centro di grandi trasformazioni ed innovazioni. Si costruivano villaggi moderni per gli operai, l’architetto Giovanni Michelucci ne progettava lo sviluppo urbanistico, il lavoro aumentava.   Oggi Larderello porta i segni di un’utopia invecchiata, lacerata. Il lavoro è scomparso, i villaggi degli operai abbandonati, il turismo mai del tutto decollato. Qui un sound artist inglese, Mikhail Karikis, è...

Adelita Husni-Bey alla galleria Gasworks

Utopia, educazione, regole, micro-esperimenti sociali sono i temi più frequentati dalla giovane artista italo-libica Adelita Husni-Bey. Il suo lavoro è costituito da collaborazioni che coinvolgono diverse realtà sociali e artistiche, o da laboratori educativi.   Nel video proiettato in formato gigante nella sala d’ingresso della mostra Playing Truant, la prima personale di Husni-Bey a Londra (alla galleria Gasworks), un gruppo di bambini è intento a giocare a “la società utopica”. Corrono su e giù dal palco dell’auditorium della loro scuola, protestano contro un fantomatico re, discutono del bisogno o meno di istituzioni, si riuniscono in cerchio per decidere dell’organizzazione della loro comunità di bambini senza adulti, all’interno della quale, in assenza regole pre-stabilite, inventano nuove norme, più o meno speculari a quelle della società dei grandi. Postcard from a Desert Island somiglia a un esperimento antropologico. Filmato dall’artista in una scuola parigina auto-gestita nel 2010-2011, il video tiene insieme molti degli elementi a lei cari. Durante le tre...

L’atelier dell’errore

“Yona, what about beauty? Everything is beautiful, you have to have the eye.  (Dogs know this)” Yona Friedman       Da dieci anni, come artista visivo, ho dedicato un atelier ai bambini della Neuropsichiatria Infantile per l’AUSL di Reggio Emilia. Ho iniziato per caso, se mai il caso esistesse, e all’inizio mi sembrava proprio un errore stare lì pomeriggi interi, con loro. E questo è il primo motivo per cui noi siamo l’Atelier dell’Errore. Poi ho scoperto che loro si sentono quasi sempre errori, grazie a noinormali: a scuola, sull’autobus, alle feste di compleanno dove non vengono invitati, mai. E questo è il secondo motivo per cui noi siamo l’Atelier dell’Errore. Ma anche che sull’errore si può costruire un meraviglioso metodo di lavoro per riscattare la facoltà poetica di questi ragazzini. Facoltà sconosciuta a molti, a me per primo. E questo è il terzo motivo per cui noi siamo l’Atelier dell’Errore. Altri motivi ce ne saranno sicuro, ma non ho fretta. Mi hanno addestrato loro all’arte dell’attesa...

Oggetti d’infanzia | Figurine

Si era partiti, se non ricordo male, con il massimo rispetto per le convenzioni sociali e le divisioni di genere: una femmina, dunque figurine per femmine, quelle con gli animali della giungla in sagome tondeggianti che andavano staccate dal supporto rettangolare sul quale rimaneva una parte consistente del disegno, residuo da buttare via quando il rinoceronte o lo scimpanzé avevano trovato posto lungo il corso d’acqua o tra le felci disegnate sulle pagine dell’album a colori. Quando dal pacchetto comprato in edicola la domenica mattina saltava fuori una doppia (identico rinoceronte, identico scimpanzé) questa andava ad alimentare il mazzo per gli scambi, tenuto stretto con un elastico, venerato come il santo Graal, riposto in un luogo sicuro della cartella o nelle tasche del paltò, sciorinato sotto gli occhi delle compagne di scuola al suono dell’intervallo, quando uno scambio preparato da un’adeguata trattativa poteva fruttare anche sette, dieci nuove acquisizioni in un colpo solo.   Ma poi la cosa deve aver finito col perdere d’interesse: c’era sempre, in ogni classe, la bambina esagerata, quella che suo padre era andato a Roma con l’aereo e al ritorno le aveva portato...

La sabbia come cura

Sono oggetti minuscoli, rappresentano animali e uomini, personaggi letterari come Peter Pan e Corto Maltese, fantastici come i protagonisti dei film di Walt Disney, figure mitologiche di culture differenti, la dea cretese dei serpenti, la statuetta votiva etrusca che pare una scultura di Giacometti, simboli religiosi, il presepe e il pope ortodosso, il derviscio turbinante e la divinità indiana Ganesh. Ci sono pietre e foglie, rami e conchiglie, la flora e la fauna di più ambienti. Residui d’infanzia, acquistati nei negozi delle stazioni e dei musei, trovati sulle bancarelle, raccolti per caso e per piacere, creano un insieme polimorfo e kitsch.     C’è davvero qualcosa di tutto nel mondo in miniatura che occupa gli scaffali della stanza d’analisi dove si può giocare. Il terapeuta lo propone al compagno d’analisi che costruisce con gli oggetti a disposizione e la sabbiera, che sta lì accanto, è pronta ad accogliere la scena di chi, in quel momento, è un Gulliver tra i lillipuziani. Di fronte alla sabbiera siamo di nuovo i nostri arcaici, esseri in attesa di un presagio, nell’...

Reality Inequilibrio

Nessun commento. Nessuna emozione. Solo la realtà. I fatti. Nudi. Accumulati in una vita: le visite non annunciate e quelle previste, i regali ricevuti e quelli donati, le telefonate, le colazioni, i pranzi, le cene, le offerte elargite durante la messa, i film visti, i libri letti... Annotati per 57 anni, fino all’11 novembre del 2000, quando Janina Turek, una donna di Cracovia, muore d’infarto per la strada.   Ha raccontato la storia dei suoi meticolosi diari il giornalista Marius Szczygiel in un libro pubblicato da Gransasso Nottetempo intitolato Reality. Gli hanno dedicato uno spettacolo di rara temperatura emotiva, proprio perché giocato sul baratro di una fredda oggettività che nasconde il precipizio del vuoto dei giorni, degli anni, della vita, Daria Deflorian, intensa indimenticabile protagonista del caso teatrale della stagione, L’origine del mondo di Lucia Calamaro, e Antonio Tagliarini, performer dall’ironia affilata. Lo spettacolo è cresciuto a tappe: dopo una prima presentazione al festival romano Short Theatre nel settembre scorso, ha viaggiato tra un centro anziani dalle parti di Porretta Terme e varie...

Futile

Please allow me to introduce myself I’m a man of wealth and taste … Pleased to meet you Hope you guessed my name, But what’s puzzling you Is the nature of my game … Rolling Stones, Sympathy for the Devil   Certo non inventava niente Walter Siti nel teorizzare, e ampiamente praticare, un “io sperimentale” quale narratore, punto di vista focalizzante e protagonista indiscusso dei suoi primi romanzi. Si ricorderà come già Italo Svevo, a proposito del suo Zeno, scrivesse a un ammirato Montale: “pensi ch’è un’autobiografia e non la mia”. Ma, se si avvicina al vero quanto sostiene (esagerando) il Daniele Giglioli di Senza trauma (Quodlibet 2011) – che proprio quella che è invalso definire autofiction, insieme al noir “politico”, sia il genere egemone della narrativa italiana degli ultimi anni – ciò si deve principalmente a lui. All’esemplarità cioè che – presso i narratori più giovani, unico termometro fededegno d’autorevolezza quando i media guardano solo alle classifiche di vendita – s’...

Carola Susani. Eravamo bambini abbastanza

Ci sono immagini che retroagiscono sulla nostra conoscenza delle cose, dei libri, delle persone. Appena sento il nome di Carola le immagini che si formano immediatamente nella mia testa sono due. Una è lei circondata dalle sue bambine; sono sedute per terra, in una galleria d’arte, in una giornata primaverile a Roma e giocano, incuranti della gente attorno. Sono facili, sciolte, contente; potrebbe esserci chiunque attorno, loro sono chiuse nel loro cerchio magico e se ne fregano. L’altra è Carola da piccola in mezzo alle rovine del Belìce: i suoi genitori sono architetti veneti e nel ‘68 l’hanno portata lì perché volevano collaborare alla ricostruzione. Trascorsero in baracca diversi anni: anni di lotta politica, ma anche di leggerezza e di gioco in mezzo all’immenso parco giochi delle rovine (chissà perché bambini e rovine vanno così bene insieme, forse perché in mezzo alle rovine ci puoi trovare qualsiasi cosa: è spazio per l’immaginazione).   Il disastro, dice Blanchot, si prende cura di tutto, e forse non è un caso che Manuel, il bambino protagonista dell...

Marco Missiroli. Il senso dell’elefante

La scrittura di Marco Missiroli è elegante, equilibrata e raffinata. Ho letto Il senso dell’elefante (Guanda, 2011) in una notte: si tratta di un libro che trattiene e che coinvolge, non tanto per la favola amara che si ricostruisce via via che la narrazione procede, o per il desiderio di stringere i fili in un unico nodo, quanto per l’atmosfera; conquistata dal desiderio di rimanere tra quegli odori. Certo, sin da principio il lettore intuisce di avere qualcosa da scoprire: dei tasselli vanno messi a posto e l’indugiare dell’autore nella descrizione di alcuni particolari è teso a indirizzare la nostra attenzione, tradendo intenzionalmente l’esistenza di un mistero. Abbiamo bisogno dei dettagli, e li conquistiamo pagina dopo pagina, mescolando il dipanarsi della vicenda presente e le memorie del passato. Ma in fondo della suspence faremmo anche a meno, e non è un caso se l’autore ci lascia intuire molte cose prima che siano esplicitate.   È la nostalgia a sedurci, il fuori tempo, l’altrove di questa favola che tuttavia ci riguarda. Rimini e il mare quando al mare non si va, perché fa freddo...

Palermo / Paesi e città

Nel 1995 andare allo ZEN era per noi giovani palermitani di buona famiglia, pericoloso e sconsigliato. Lì si spacciava la droga e ci portavano i motorini rubati per essere smembrati e rivenduti. Pare che li smontassero in una notte, in uno dei tanti labirintici magazzini male illuminati; sapevamo che se ti “rubbavano il motore” e lo portavano allo ZEN, non avevi nessuna possibilità di ritrovarlo e in quel periodo ne sparivano tanti.     Il suono della parola ZEN era stato per noi ragazzini delle scuole medie e superiori uno spauracchio; la fama negativa che gli si attribuiva, si alimentava col racconto delle storie che capitavano ad amici e agli amici di amici che avevano avuto a che fare con i nostri coetanei che vivevano lì e che il sabato pomeriggio venivano in centro. La cronaca dei giornali, per i motivi più gravi, faceva il resto. ZEN a Palermo è l’acronimo di Zona Espansione Nord, un quartiere ghettizzato e abbandonato dalle autorità comunali.     Blocchi di case popolari di pessima fattura, costruiti alla fine degli anni ‘60, appena fuori dal tessuto urbano. Divenuto...

Nuovi sguardi per un teatro dell’infanzia

Baby Don’t Cry di Babilonia Teatri è uno spettacolo per l’infanzia duro e lieve, mai sdolcinato. Comincia nel buio, con un pianto inconsolabile, sotto una luce gialla intermittente di soccorso, fra una carrozzina con lucine da luminaria di festa e un albero di natale. Una voce ripete, in incalzante litania: “Non piangere. Non serve a niente. Non vedi che non posso, non posso… Il papà, cosa ti ha detto!… Dai un bacino al tato… alla tata… Questo è pericoloso. Poi piangi, piangi… Io ti devo curare, io ti devo amare… Io…Io… Io…”. Inscena le ipocrisie, le viltà, la distrazione degli adulti, i ricatti esercitati dai bambini e i conseguenti sensi di colpa dei genitori. Racconta, per salti analogici, per suggestioni, un rapporto difficile, quello tra padri sempre più distratti e figli coccolati, e abbandonati soli, mettendo a confronto, ferocemente, contendenti entrambi troppo concentrati su di sé. Narra di bambini delle nostre società opulente e di altri che hanno pianto posando per la prima volta i piedi sul nostro suolo, pensando che non avrebbero...

La cuij

Dialetto di Fondi.  È l’atteggiamento tipico dei bambini che atteggiano la bocca all'ingiù quando stanno sul punto di piangere per aver ricevuto un richiamo. Staij a fà la cuij è usato con tono di rimprovero benevolo. Gerardo Fiorillo

I giocattoli di Arvind Gupta

Il giocattolo come oggetto non ha una semplice funzione, anzi ha la funzione della finzione. Caricato dell’immaginario del bambino, il giocattolo prende vita, diventa in un certo senso utile: la bambola una principessa, i mattoncini dei Lego una metropoli. Ed è sempre il bambino che trasforma un aspirapolvere giocattolo in uno vero, trasformando se stesso in un adulto. Tuttavia crescendo questa capacità di immaginare spesso si perde, alla fantasia molti sostituiscono le nevrosi e faticano anche solo a pensare se stessi in un’altra città, con un altro lavoro, con un altro compagno.   Qualcuno invece questa immaginazione non la perde e in alcuni casi diventa un visionario, così è stato definito ad esempio Steve Jobs: un uomo capace di immaginare degli oggetti e di intuirne l’utilità per la società riuscendo anche a migliorarla un po’. Anche Arvind Gupta a suo modo è un visionario, non ha inventato oggetti tecnologici, non ha rivoluzionato il nostro modo di vivere, ma sta aiutando migliaia di bambini indiani ad immaginare il loro futuro e lo fa partendo da tutto quello che il mondo occidentale...

I draghi verdi

Eccomi qui alla soglia della vecchiaia e prossima alla pensione, come una bisnonna con parlantina accesa, vorrei dire la mia prima di lasciare la città, perché mi è giunta voce che vogliono sbarazzarsi di me o vendermi a chissà quale offerente. Sono nata dopo la guerra in data incerta e ho sempre vissuto a Milano nei giardinetti di via Pallavicino, dove risiedo tutt’ora. È una bella zona con tanto verde intorno anche se molte cose da allora sono cambiate, ah quanti ricordi, quante mani e bocche si sono avvicinate a me! All’epoca non c’erano le bottigliette di plastica ed era assurdo che i bambini andassero a bere nei bar, figurarsi! I piccoli viaggiavano in lussuosi passeggini accompagnati dalle tate e i grandi (e per grandi intendo quelli delle elementari, una volta venivano responsabilizzati prima) giravano già nel quartiere in piccole bande, ovviamente senza soldi in tasca, altro che Coca cola! Ero io al centro della loro attenzione. Stavo lì bella e possente con la mia acqua fresca che sgorgava... Una fontanella verde tutta in ghisa con un bellissimo drago d’ottone come rubinetto, allora ero...