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benessere quotidiano

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Strappi

«Nel corso della mia vita ho fatto in tempo ad assistere a tre fatti socialmente importanti: la decadenza della “villeggiatura”, un significativo calo nel consumo del vino e nello smercio di quel prodotto letterario che nei tempi moderni s'è chiamato romanzo». Era il 1949 quando Montale diagnosticava al mondo occidentale la patologia della fretta, indovinando, dalle sue prime avvisaglie, il terrorismo del tempo sulla vita umana. Per chiunque patisca con angoscia la religione della corsa e della produttività inesausta, la lettura è miraggio di salvezza e peccato mortale.   Chi si sognerebbe mai di infilare nelle liste minacciose attaccate al frigo, tra l'estetista e il commercialista, qualcosa come: “leggere finché non mi germoglino dentro un paio di domande giuste o perlomeno finché l'anima non sia sazia”? La tirannia del tempo vieta di posarsi, gestisce tutto con furia e distrazione, nega ogni possibilità di riflessione, di critica, anche di noia, il continuo rimescolamento impedisce la sedimentazione. Ed è anche per questo, forse, che il tempo della lettura è un tempo...

A teatro

Di sera il sonno cala inesorabile sui miei occhi. Ma quando si apre il sipario (che spesso non c’è), a teatro, quando sono proiettato con niente, qualche parola, suono, luce, immagine, in un altro mondo, i miei sensi volano. Non so, veramente, se gli occhi rimangano aperti: certo vedo mondi, sprofondo in paure, acchiappo un filo, risalgo, mi perdo nei filtri, negli sdoppiamenti, nelle fughe scatenate da maghi che alla luce del giorno sono poco più che ciarlatani. Ballo, ragiono, cammino seduto, provo paura e mi salvo, come nel sogno, con quel minimo di certezza che forse non rimarrò ferito o ucciso, o forse chissà. Occhi aperti o chiusi, non so: la seduzione è grande, della voce carica di esperienza, che culla o pungola, accarezza e schiaffeggia. Delle immagini, delle invenzioni. A casa, se lo spettacolo è bello, mi toglie il sonno: leggo, rileggo quelle voci, altre voci, ad alta voce, mi cullo e mentre mi addormento torno a viaggiare, a pensare, a ingrovigliare. Ti toglie e ti dà respiro questa finzione che entra a giudicare, a scardinare la realtà. La sera davanti alla televisione chiudo semplicemente gli occhi e mi...

Perdersi

Quando mi prendo cura di me mi perdo.   Mi perdo volentieri e dimentico quasi tutto, nei luoghi sospesi dal tempo, come le sale d’attesa, gli uffici postali e, preferibilmente, i treni. Per mia natura entro in ansia quando non ho il controllo del tempo.   Il mio ritardo, prima di quello degli altri, mi destabilizza. Nei luoghi che si nutrono di imprevisti e ritardi invece mi rilasso; mi concentro sulla lettura meglio che in qualsiasi altra condizione e posso essere distratta solo dalle vite altrui, da discorsi che mi sfiorano, che ascolto e, a volte, annoto. Oppure perché resto incantata da un volto, che vorrei dipingere, ma non è quello il luogo e neppure il momento. Allora mi limito a schizzarlo a matita senza un fine, solo per perdermi.     Segue disegno sporco, molto sporco.