Categorie

Elenco articoli con tag:

blues

(4 risultati)

Non c’è scienza che dia conto del tuo esistente / Pensione blues

Eri lì che vivevi, certo avevi cominciato a pensarci da un po’, impaziente in certi momenti, ma poco cosciente. Poi, a un certo punto, la pensione ti è esplosa tra le mani. Ecco, delle note sfumate, dei quasi semitoni che danno il mood alla tua giornata: questa è la musica della pensione. Le note spezzate che piano piano si insinuano nella tua vita, quei semitoni storti che ti creano agitazione mista a una certa meraviglia per la loro stranezza, per la loro novità; sono sottili imprecisioni, sfrangiature, contorni che sfumano e non sai perché, non capisci che cosa hai fatto di sbagliato per avere queste novelle imperfezioni. Non che prima andasse tutto a meraviglia, dio sa se ce n’erano di imperfezioni e magagne, ma queste non le hai mai viste e ti agitano, sono misteriose incongruenze che ti mettono paura. E il bello è che hai tutto il tempo per stare a osservarle queste brutte novità. Uno pensa alla salute, certo, quella si fa sentire con una chiara significazione, ma non è quello il punto: queste sono onde emozionali mai vissute, che vengono da te e che gli altri ti ribadiscono: come si sta in pensione, ti chiedono.  E quella è la ratifica del tuo nuovo stare, una domanda...

Pino Daniele: el duende

Cantautore. Sono passati più di sessant’anni dalla coniazione di questo scialbo, petulante, italianissimo mot-valise, e ancora non siamo riusciti a liberarcene. Abbiamo archiviato matusa, valletta, maggiorata, capellone, ma del termine escogitato nei primi anni ’60 negli uffici della Rca di Roma ancora oggi ci serviamo. Così, Pino Daniele, disgraziatamente mancato a soli 59 anni per un infarto il 4 gennaio 2015, passa bruscamente alla storia con questa bislacca qualifica.     È stato un cantautore, Pino Daniele? Per massmediatica comodità dobbiamo accettarlo, e raccontarcelo pubblicamente. A me, che ho attraversato gli anni in cui nel nostro Paese questo bollino assumeva un senso quasi sacrale, riesce difficile chiudere il povero, grande Pino nella gloriosa, banalissima etichetta. Se penso ai suoi esordi, lo ricordo soprattutto come un talentuosissimo chitarrista e cantante blues, segnalatosi tra la seconda metà degli anni ’70 e i primi anni ‘80, la stagione della cosiddetta “scuola napoletana”, quella di Napoli Centrale (gruppo di cui ha fatto parte), Toni Esposito, Edoardo Bennato, la Nuova...

Gli ottant’anni di Leonard Cohen

Per Popular Problems, il disco con il quale Leonard Cohen ha celebrato i suoi ottant’anni, Kitty Empire sull’“Observer” ha parlato di una voce come una metropolitana che passa a molti metri sotto il suolo. In parecchie delle nove canzoni (non più di trentasei minuti, ma ognuna da assaporare) la musica è ridotta al pulsare di una tastiera elettronica punteggiato da voci femminili che intervengono per quanto è possibile a sollevare la melodia fino alla superficie.   La produzione di Patrick Leonard, già collaboratore di Madonna e qui coautore di buona parte delle musiche, non è nemmeno minimalismo, è proprio scarnificazione. Gli elementi basilari del blues, rhythm and blues, e qualche sapore country sono tutto quello che serve perché ci si possa stagliare sopra, come un soffio di vento scuro, La Voce di Leonard Cohen. Non sbaglia una parola (e quando mai?) nemmeno nelle canzoni più umili come “Did I Ever Love You”, ma soprattutto non sbaglia un’inflessione. Il modo in cui intona “My, Oh My” nella canzone omonima riscatta integralmente la sonnolenta pigrizia del...

Sotterranei di velluto. Per Lou Reed

Con la celebre banana di Andy Warhol in copertina, vera icona dell’arte del consumo e del consumo come arte (niente dura così poco sugli scaffali come le banane), nel 1995 uscì Peel Slowly and See, “Pela piano e guarda”, il cofanetto “definitivo” dei Velvet Underground. Oltre ai quattro album in studio conteneva numerosi demo, outtakes e registrazioni dal vivo. E quando si ascolta la prima versione di Venus in Furs, cantata dal solo John Cale con accompagnamento di chitarra, si rimane sbalorditi.     Possibile che quella gentilissima ballata inglese—dalle parole un po’ singolari, sì, e dove un certo Severin non vede l’ora di sottomettersi alla sua spietata dominatrix come nel romanzo di Sacher-Masoch, ma che suona pur sempre come una canzone “folk”— sia la stessa che ascoltiamo in The Velvet Underground & Nico? La versione definitiva è forse la song più “viziosa” mai concepita, ancora più di Vicious che Reed avrebbe scritto pochi anni dopo (“Sei vizioso, mi colpisci con un fiore, lo fai a tutte l’ore”; l’idea,...