raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti

 

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dialetti

(16 risultati)

(friulano) / Snait

Saperci fare, sapersi dare una mossa/scossa, anche in autonomia. Ma è anche, forse soprattutto qualcosa di fisico, legato al movimento, antagonista della pigrizia: esser agili, disinvolti. Nel Pirona, il dizionario della lingua friulana, si dice potrebbe derivare da die schneid di area sveva bavarese e corrispondente al tedesco letterario tatkraft: energia. Quando era piccolo, negli anni ‘70, gli adulti (pre-trentenni) associavano snait a noi bambini terribili, detti canae: ai vol snait, canae! Ci vuole snait, ragazzi, 

Inviateci le vostre parole / Sciarà

Da est a ovest e da sud a nord del nostro Paese: quali sono le parole dimenticate? Nel 2012, appena nati, avevamo chiesto ai nostri lettori di raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti, parole intraducibili in italiano.   In questi mesi di confini chiusi e paesi ritrovati ognuno di noi potrebbe averne riscoperta qualcuna. Riaprire i confini ci sembra allora voler dire riconoscere queste parole e farle viaggiare ovunque.  Raccontateci, in poche righe!, la vostra, il suo significato, la sua storia.   Aspettiamo i vostri brevi testi all'indirizzo mail redazione@doppiozero.com!

Progetto Jazzi / Gerhard Rohlfs. Il professore che amava camminare

Continua l’intervento di doppiozero a sostegno del Progetto Jazzi, un programma di valorizzazione e narrazione del patrimonio culturale e ambientale, materiale e immateriale, del Parco Nazionale del Cilento (SA). Pubblichiamo qui una serie di ritratti di camminatori e camminatrici, a partire da quello del linguista Gerhard Rohlfs; persone che hanno legato il proprio lavoro - più una passione che una professione - all'attività del camminare.   Gerhard Rohlfs, filologo, linguista e glottologo, nato a Berlino nel 1892, sviluppò le sue ricerche e organizzò il suo pensiero camminando, come lo scrittore Robert Walser. Insegnò filologia romanza nelle Università di Tubinga e di Monaco di Baviera. Ricevette l’incarico di studiare i dialetti del Sud Italia da Jakob Jud e Karl Jaberg, due romanisti svizzeri, e prese quindi parte alla realizzazione dell’AIS (Atlante linguistico ed etnografico dell’Italia e della Svizzera meridionale).   Ho appreso dal libro di Salvatore Gemelli, Gerhard Rohlfs. Una vita per l’Italia dei dialetti, che il filologo tedesco era figlio di un vivaista e che, durante la sua infanzia, si divertiva a imparare a memoria nomi di piante e animali. Era già, nei...

Dialetti e lingua italiana / Selfie, pocoinchiostro e transumanze

Nel film Notte prima degli esami, il prof. Martinelli (Giorgio Faletti) "fotografa" con una frase la aspettative di un suo studente di fronte a un amore deluso: "L'importante non è quello che trovi alla fine di una corsa. L'importante è quello che provi mentre corri". Perfetto viatico al cammino e all'esperienze di vita e non alle mete o ai risultati.   - Andemma o stemma? È un'espressione nel dialetto del mio paese, sull'Appennino Tosco-Emiliano: un modo di dire ancora comune, apparentemente banale ma che va oltre il significato immediato (andiamo o stiamo?). "Andemma o stemma...?" è infatti ancora oggi un modo per chiedere genericamente che fare ma attraverso due distinte condizioni, quasi due aut aut in cui evidentemente un tempo era possibile immaginarsi, concepirsi. Andare o stare per le comunità errabonde e nomadi dell'Appennino erano del resto i due estremi della loro condizione esistenziale, in cammino due volte all'anno su e giù per la montagna: i pastori certamente ma anche mulattieri, manovali, librai itineranti, saltimbanchi, contrabbandieri... in una diaspora stagionale dettata dai rigori invernali del clima.     Pocoinchiostro, storia dell'italiano...

Italiani per difetto / Non c’è italiano che non sia un provinciale

La maggioranza degli Italiani, anzi, a essere precisi, la totalità degli Italiani è fatta di minoranze. Proprio l’essere fatto di minoranze caratterizza l’intero che ne risulta e che qui sarà detto Italia: l’Italia (Italiani inclusi) come l’hanno fatta geografia e storia, con un lavorio appunto millenario. Si tratta di una compagine che va oltre la mera contingenza politica di quello stato unitario che, da meno di due secoli, prese la forma prima di un regno poi di una repubblica. Il valore più ampio ingloba naturalmente il meno ampio e non ne viene contraddetto. Ebbene, con tale valore, l’Italia è un intero interamente fatto di minoranze.   L’italiana non è del resto una nazione, come altre europee, ma un’ultra‑nazione. Il tratto è di lunga durata e fa ancora dell’Italia un’eccezione. Già a Dante la circostanza apparve chiara, come gli fu chiaro che la lingua del sì fosse la sua evidenza più lampante. Nelle sue forme che egli riconobbe come diverse e tutte particolari e in quella che, pur messa in uso, come egli appunto provò a fare, fu e resta sempre da costruire. D’altra parte, in modi mutevoli, la variazione è l’essenza degli Italiani, in quanto sì‑dicenti.   Durante...

Dialetto e lingua scritta nella letteratura

Babel 2015 (Bellinzona, 17-20 settembre) Le letterature della Svizzera   Nel 2015 il festival Babel è svizzero: dieci anni di viaggio attraverso le lingue e le letterature mondiali ci portano sulla soglia di casa e, come dopo ogni viaggio, quella soglia è diversa. Entriamo. C’è una forte tensione tra le lingue, tra lingua e dialetti, tra oralità e scrittura, che sta dando risultati letterari senza precedenti. Perché la lingua della Svizzera è la traduzione, e per essere viva deve ascoltare e farsi interprete delle voci della sua confederazione di culture: il tedesco e i suoi dialetti svizzeri, l’italiano e il francese, il romancio e le lingue dell’immigrazione, le varie ibridazioni del parlato – tutte chiavi per accedere, scrivendo, alla propria parola partendo dalle lingue date.   Come anticipazione di alcune tematiche del Festival, Babel ha raccolto e commissionato per doppiozero una serie di testi che si confrontano con la dimensione dialettale e vernacolare, ma anche più generalmente orale e colloquiale: a livello di scrittura creativa, il rapporto con il dialetto non è che il caso...

Letteratura e vita provinciale

Queste sono o vorrebbero essere le riflessioni di uno scrittore di provincia circa le relazioni che intercorrono tra il luogo in cui si vive e ciò che si scrive, detto in maniera più pomposa: riflessioni sul nesso tra geografia e letteratura.   Sarà bene chiarire che io, io che scrivo, sono un provinciale a tutti gli effetti. Vivo in provincia di Bolzano, una provincia autonoma, e sono, in quanto insegnante, anche un dipendente provinciale. Inoltre mi sento proprio provinciale nella particolare accezione del termine che ricordava Walter Barberis in un suo bell’articolo su “la Stampa” del 6 agosto, e cioè “attardato culturalmente” e “periferico”. Mi sento davvero così. Non ci posso fare niente. Soffro del tipico complesso del provinciale. Ed è anche per ricostruire la genealogia di tale complesso, per tracciarne l’archeologia, in certo senso, che sto vergando queste note. Esse quindi non hanno tanto una valenza conoscitiva, quanto piuttosto esistenziale.   Non so poi se le mie riflessioni estemporanee possano avere o meno a che fare con l’attuale dibattito sull’...

Petàra

Dialetto di Roverbella (Mantova). Termine che indica il cavallo basso dei pantaloni.   Marta Turina

Ubbiccàn

Dialetto campano, precisamente del Sannio beneventano (il paese dove si usa è Durazzano). È un avverbio di luogo che si declina al singolare e al plurale. Ubbiccàn significa: eccoli qua. Il suo singolare è Uiccàn: eccolo qua. Si hanno poi le forme:  Uillòc: eccolo Uillàn: eccolo là Ubbillàn: eccoli là Ubbillòc: eccoli qua   Enza Iadevaia

Accusì

Dialetto di Fondi. Credo che in poche lingue - forse in nessuna - si declinino gli avverbi. In fondano l’avverbio di modo “così” è usato in tre forme. Accusì se la cosa cui si riferisce è vicina a chi parla, assusì se è vicina a chi ascolta, allussì se è lontana da entrambi. Qualcuno conosce esempi simili?   Gerardo Fiorillo

Plitz / Pliz

Dialetto altopolesano (ferrarese con influenze mantovane e francofone). Aggettivo che descrive il ravanello, in particolare bianco e un po’ avanti nella maturazione, quando diventa tenero al tatto e non più croccante. Viene usato anche per i cetrioli quando questi, se tagliati, presentano cavità al centro. Ha un contrario, sfragul, che letteralmente significa ‘croccante’ e anche ‘succulento’ e si usa, ad esempio, per le angurie ben mature. Claudio Munari

Zio custu’ / Zia custuna

Dialetto bresciano. Persona chiamata zio/a ma con cui non si ha in realtà alcun legame di sangue.   Giuliana Desenzani

Boiasa

Dialetto bresciano. Grande escremento di mucche, che si trova regolarmente nei prati dove pascolano e che è meglio non calpestare..   Giuliana Desenzani

Tascio

Tascio, [ta·scìo] agg. Si dice di soluzione estetica ricercata e spesso appariscente che dimostra un gusto dubbio: la giacca che aveva al matrimonio era di un tessuto leggermente lucido, tascio che non ti dico... A prevalere, tuttavia, non è il gusto ma la volontà di farsi notare: Da dove proviene questa musica così ad alto volume? Sono i tasci che passano con l'automobile e la radio a tutto volume; Lo so, è un poco tascio, ma mi piace. Anche di persona sboccata, o dalle movenze poco educate: Ma guarda che tascio quello! La categoria estetica cui fa riferimento, insomma, è quella dell’eccesso, come d’altronde il concetto di sublime. Non a caso gran parte del Romanticismo, soprattutto in pittura, finisce per essere un poco tascio.   Dario Mangano

Bessagalena

  Bessagalena, una fantastica parola dal dialetto romagnolo. Vuol dire tartaruga, ma letteralmente si traduce Bisciagallina.   Luca Rondoni

L’identità in cucina

Massimo Montanari mette in rilievo nel suo breve libro L’identità italiana in cucina (Laterza 2010) che l’Italia esisteva già prima della sua unità nelle pratiche quotidiane, nei modi di vita, negli atteggiamenti mentali, ovvero che la cultura definisce il nostro Paese ben più dell’unità politica. Prima dell’Italia unita sotto il regno dei Savoia, diventato Regno d’Italia proprio in quel 1861, esiste il “Paese Italia”, come l’aveva definito lo storico Ruggiero Romano, ideatore della Storia d’Italia di Einaudi. Nel suo saggio Montanari sostiene che la koinè alimentare italiana si è formata attraverso l’incontro tra romani e “barbari” (termine romano). Si trattò di un incontro-scontro tra la cultura del pane, del vino e dell’olio (civiltà agricola romana) e la cultura della carne, del latte e del burro (civiltà dei “barbari”), legata più alla foresta che all’agricoltura stanziale.   Lo studioso dell’alimentazione riprende un’immagine attuale per proiettarla sul passato: l’Italia come...