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Professioni digitali

Non è un mistero che l’avvento delle tecnologie digitali abbia generato una serie di cambiamenti di ampia portata in numerosi settori produttivi. Cambiamenti che sono conseguenza diretta della trasformazione che ha reso la nostra cultura una cultura pienamente digitale. L’editoria è uno dei settori maggiormente investiti da questa temperie, anche in relazione al fatto che il settore, ben prima della diffusione delle tecnologie digitali, stava attraversando una fase di crisi, ridimensionamento e trasformazione piuttosto importante.   In questo articolo vorrei usare il termine editoria per indicare tutti quei soggetti che sono attivi nella produzione di contenuti: dalle case editrici ai giornali, fino alle aziende, che stanno scoprendo proprio in questi anni quanto il content marketing sia diventato un elemento imprescindibile in ogni strategia di comunicazione. Lo so, si dovrebbe tener conto delle differenze di ogni situazione, ma in questo caso vorrei fare un’eccezione.   La democratizzazione dell’accesso agli strumenti di produzione resa possibile dalle tecnologie digitali ha determinato un consistente abbassamento dei costi...

Il caso Prometheus e il cinema in rete

Nel mondo del cinema che viaggia su internet, quello degli appassionati che gestiscono blog indipendenti e anche senza Megaupload sanno come rintracciare qualsiasi film rintracciabile, da qualche settimana è scoppiato il caso Prometheus. Il nuovo film di fantascienza di Ridley Scott, che dicono essere la risposta ad Avatar e che nelle intenzioni degli autori va all’origine della saga di Alien e forse della vita stessa, il filmone dell’anno di cui Roger Ebert ha parlato benissimo e qualche altro un po’ meno, uscito nelle scorse settimane negli Stati Uniti e nel resto del mondo, in Italia, ormai lo sanno anche i sassi, arriverà solamente il 19 ottobre. Se uno guarda su Imbd la lista dei paesi in cui il film verrà proiettato, siamo all’ultimo posto con la Svizzera italiana: nemmeno nella classifica Onu sulla libertà di stampa!   E allora è partita la polemica più o meno ovunque, e soprattutto su Twitter e Facebook, con la pagina della Fox Italia, distributrice del film, invasa da messaggi che invocano un’uscita adeguata al resto del mondo. Ma niente da fare: a meno di improvvisi cambiamenti o di...

Steve McQueen. Hunger

Nel 2008 l’artista inglese Steve McQueen, classe 1969, esordiva come cineasta presentando a Cannes nella sezione Un Certain Regard il film Hunger. Esordio fulminante: dal giorno della prima proiezione sulla Croisette non si parlò d’altro. Hunger, fame, è la mise-en-scène in tre atti dello sciopero della fame che condusse alla morte l’attivista nordirlandese Bobby Sands nel 1981. Il 5 maggio per l’esattezza Sands spirava dopo sessantasei giorni di fame, denutrizione, privazione, rinuncia, lotta testarda e suicida. Ce ne vollero altri sei, di morti, perché l’Irlanda vedesse riconosciuti ai detenuti politici alcuni fondamentali diritti, pur negando loro sempre e comunque lo statuto di prigioniero politico, riconoscimento che stava alla base della lotta di Sands e compagni. Sessantasei giorni di fame possono dire tutto su un paese, una fede, una lotta, una convinzione, possono dire tutto su un uomo. E lo fanno, magistralmente, in questo film davvero unico ed eccezionale, costruito come una passione religiosa, in questo esordio dei più travolgenti da diversi anni a questa parte che, tra l’altro, ha il pregio...

Socialismo, perchè no?

L’interrogativo di questo titolo è lo stesso di un breve saggio di Gerald A. Cohen (pubblicato da Ponte alle Grazie nel 2010) e, come voleva il filosofo canadese morto nel 2009, non ha alcuna connotazione retorica. Oggi forse come non mai, dopo due o tre crisi mondiali determinate dalla finanza e dal mercato, ha senso interrogarsi sull’attualità del socialismo, sulla sua desiderabilità e sua attuabilità. Nella sua argomentazione Cohen prende spunto da un esempio concreto di socialismo attuato oggi in Occidente, un esempio apparentemente assurdo come il campeggio libero: in effetti in un campeggio, dove la finalità comune è il divertimento e il relax, sarebbe impossibile una convivenza mediata dal denaro e dall’utilizzo di oggetti e tempi mercantizzati. In un campeggio esiste, infatti, un accordo non scritto tra i campeggiatori sull’uso collettivo e gratuito degli oggetti, sulla divisione di compiti e sull’organizzazione razionale senza la finalità del guadagno.   La teoria sul campeggio di Cohen è stata ispiratrice, come altri libri e riflessioni, di un numero speciale, dal titolo Semi...

Martina Parenti e Massimo D’Anolfi. Il castello

L’attività critica non dovrebbe limitarsi alla considerazione dei film che escono in sala, assecondando un sistema che sembra ormai fare a meno della sua funzione o inglobarla nelle proprie strategie comunicative; a volte dovrebbe impegnarsi a costruire uno spazio di visibilità alternativo, che metta a fuoco ciò che è sfuggito alla miopia della distribuzione. Per questo la recensione di Odeon questa settimana è dedicata a un film che molti purtroppo non potranno vedere, dato che per ora esce eccezionalmente in un’unica sala a Milano, ma che proprio in ragione di questa eccezionalità ci è sembrato importante segnalare.   Il castello è il titolo programmaticamente kafkiano che Martina Parenti e Massimo D’Anolfi hanno dato al loro documentario sullo scalo internazionale di Malpensa, nel quale esplorano la soglia di visibilità di un potere pervasivo e sfuggente come quello che tiene sospeso l’agrimensore K. L’aeroporto come frontiera cruciale della contemporaneità, diaframma vitreo e impersonale che accoglie e respinge, si riempie e si svuota, attraversato da flussi anonimi...