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Il cuoio e il gesso / Lucio Mastronardi: Calzolaio e Maestro di Vigevano

«Fare soldi, per fare soldi, per fare soldi: se esistono altre prospettive, chiedo scusa, non le ho viste. Di abitanti, cinquantasettemila, di operai venticinquemila, di milionari a battaglioni affiancati, di librerie neanche una. Non volevo crederci. Poi mi hanno spiegato che ce n’era una in via del Popolo [...]. Chiusa per fallimento, da più di un anno. Diciamo che il leggere non si concilia con il correre e qui, sotto la nebbia che esala dal Ticino, è un correre continuo e affannoso». È questa la Vigevano descritta da Giorgio Bocca nel gennaio del 1962, quando su “Il Giorno” pubblica il reportage Mille fabbriche nessuna libreria. Non è la penna di Lucio Mastronardi, ma poco ci manca. Ci manca così poco che quella libreria fallita apparteneva al padre di quello scrittore che trovò nella città della Lomellina la sua più felice fonte di ispirazione: «Io – confessava a Italo Calvino – mi sono accorto di avere un vantaggio enorme [...]: una città tutta mia, da illustrare e, nei miei limiti, da interpretare». E pensare che l’altro principale referente einaudiano, Elio Vittorini, avrebbe potuto slegare da subito autore e città natale, quando – approntando Il calzolaio di Vigevano per...

Questa sera a Torino: Che cos’è un maestro? / Nuovi maestri

    Dopo l'intervento di Giusi Marchetta  e il dialogo tra Gianfranco Marrone e Paolo Fabbri pubblichiamo oggi il terzo intervento legato all’incontro Che cos’è un maestro? promosso dal progetto Hangar Piemonte e da da doppiozero: questa sera, a Torino, un’occasione di confronto e riflessione sulla figura dei maestri, sulla comunicazione oggi dei saperi pratici e teorici a partire dal racconto di alcune esperienze concrete dei partecipanti in realtà non istituzionali.   Dalle 18 alle 20, Gam, via Magenta 31, Torino: Davide Ferrario, Giusi Marchetta, Gianfranco Marrone, Marco Belpoliti. Partecipa Michelangelo Pistoletto.   Che ne è dei maestri cupi e pensosi del bel tempo andato, dispensatori di umanità prim’ancora che di conoscenza? Ci sono ancora allievi fedeli che ben sanno alternare voglia d’apprendere con riconoscenza verso l’auctoritas? Forse, si sa, non sono mai esistite figure così, né maestri tutti d’un pezzo né fiumane di allievi capaci e pazienti. Personaggi mitici come ogni cosa di un passato celebrato senza conoscerlo. Vero è che, comunque, la questione della trasmissione del sapere, dei cambiamenti epocali che tale pratica sta sicuramente...

Maestri, guru, ingegneri / Conversazione con Paolo Fabbri

  Dopo l'intervento di Giusi Marchetta pubblichiamo oggi il secondo intervento legato all’incontro Che cos’è un maestro? promosso dal progetto Hangar Piemonte e da da doppiozero: l’11 luglio, a Torino, un’occasione di confronto e riflessione sulla figura dei maestri, sulla comunicazione oggi dei saperi pratici e teorici a partire dal racconto di alcune esperienze concrete dei partecipanti in realtà non istituzionali.      Con Paolo Fabbri si parla bene di molte cose, dall’ultimo libro sul pensiero cinese antico al sorriso enigmatico dei suoi cani, dalle nuove edizioni degli scritti di Benveniste alle avventure di Tex, dagli Zombie a Pinocchio, passando per gli artisti contemporanei, la poesia sperimentale, i contorsionismi della comunicazione politica, le strategie militari vecchie e nuove, i terrorismi, i capricci della moda e, ossessione fondamentale, i destini della semiotica.   Paolo ha seguito le sorti della scienza dei segni sin dai suoi esordi, da quando a metà degli anni Sessanta teneva seminari su media televisione e pubblicità a Firenze, ma anche corsi sulla sociolinguistica nell’esordiente Centro studi semiotici di Urbino, seguendo a Parigi i...

Oggetti d’infanzia | Il grembiule

I miei ricordi d’infanzia sono quasi tutti tristi, non ho ricordi felici. I miei ricordi sono pochi oltre che tristi, e riguardano quasi tutti la mia scuola e la mia maestra. Alle elementari la mia maestra si chiamava Domenica Inglese. Domenica Inglese, nonostante fosse molto vecchia, aveva i capelli e gli occhi nerissimi e pensava che io fossi molto stupida. Io sapevo di non essere stupida, ma purtroppo non avevo strumenti per farle capire che si sbagliava. E siccome pensava che ero stupida, non mi faceva mai leggere né andare alla lavagna a fare gli esercizi di grammatica e di matematica. Ecco perché a scuola io mi annoiavo moltissimo: perché sapevo che non ero stupida, e glielo dicevo anche, ma lei non mi credeva, faceva sempre recitare gli altri, esercitare gli altri, mentre nel frattempo io mi dondolavo sulla sedia e mi infilavo i capelli in bocca.   La maestra Domenica Inglese ci obbligava tutti a portare il grembiule blu, e io odiavo il grembiule blu. Durante il pomeriggio non facevo altro che pensare al grembiule blu, e passavo il tempo a inventare scuse per non metterlo assolutamente mai. Non volevo portarlo innanzitutto perch...

La scuola come rete di giochi linguistici e iniziatici

Un recente scambio su queste pagine a proposito delle ‘tesine’ di maturità, sorto dall’intervento di Giorgio Mastrorocco, mi ha suggerito le riflessioni che seguono. Uno dei problemi della nostra scuola, evidenziato dagli argomenti scelti dai candidati, è il confrontarsi con contenuti stereotipati (all’interno di un canone da ridiscutere), in fin dei conti quasi sempre deludenti per chi li valuta e per gli studenti che ad essi si dedicano, spesso senza adeguate motivazione e strumentazione.   Il filosofo Ludwig Wittgenstein, nella fase matura della sua riflessione, dopo un periodo di insegnamento come maestro di scuola elementare e di lunga osservazione dei bambini, era giunto a formulare una teoria del linguaggio come utensile legato all’uso all’interno di un contesto: in tal senso ci muoviamo in una costellazione digiochi linguistici, sistemi chiusi e autoreferenziali all’interno dei quali, diverse forme di vita istituiscono e scambiano significati secondo regole e codici tendenzialmente predeterminati.   L’insegnamento praticato a scuola non è diverso. Quello che facciamo è insegnare...

Elie Wiesel. Rashi

“Perché Rashi? E perché io?”, si chiede Elie Wiesel nella prefazione al suo ultimo libro, Rashi, in uscita presso la casa editrice Giuntina e del quale proponiamo la lettura di alcune pagine in anteprima. La risposta alla prima domanda è che Rabbi Shlomo ben Yitzchak, Rashi appunto, fu il più grande commentatore del Talmud di Babilonia (la raccolta delle tradizioni rabbiniche, di cui esistono due versioni, quella detta di Gerusalemme e quella chiamata Babilonese, redatte tra il V e il VI sec d.c.). La risposta alla seconda, è che Elie Wiesel ama profondamente Rashi, gli è grato per molte ragioni - che spiega nel libro- e, soprattutto, ne ha nostalgia. Wiesel inizia ricordando l’influenza di Rashi nella sua vita, e parla del legame profondo, intenso, vissuto sempre al presente, che unisce maestro e allievo, anche quando sono separati da secoli, nella tradizione ebraica. Passa poi a dare qualche esempio del metodo interpretativo rabbinico, la cui creatività può sfociare in una complessità disperante. Nel Talmud si dice che la Torah fu data a Mosè come fuoco bianco inciso con fuoco nero: il fuoco nero sono le lettere, il fuoco bianco è lo spazio tra le lettere, lasciato vuoto da Dio...

L’Entomologo. Un racconto di Ivano Porpora

Questa rubrica raccoglie una serie di interventi che esplorano il tema delle forme, della bellezza/bruttezza, da punti di vista molto diversi fra di loro. Ne parleranno storici dell’arte, scrittori, critici, scienziati, musicisti, filosofi, esperti di paesaggio.     Ivano Porpora nasce a Viadana (MN) nel 1976. Ha vissuto a Viadana, Siena, Bologna e di nuovo Viadana; ha lavorato come area manager, postino, direttore commerciale, contafusti, cameriere. Attualmente è account di un’agenzia multimediale e maestro di narrazione presso una scuola primaria. Nel 2012 uscirà il suo primo romanzo per Einaudi Stile Libero.     Si dice fosse stato un veterinario, e in effetti ne aveva ancora gli attestati alle pareti; si dice – ma di questo non ho alcuna prova se non la testimonianza dei miei genitori – che lasciò la professione in media età perché d’improvviso si era accorto di mal sopportare qualsiasi forma animale viva, al punto da sviluppare una allergia acutissima nei confronti del pelo di gatto. Da lì si chiuse nel suo appartamento, assieme alla moglie, con vecchi cimeli – la...

Le ragioni sociali della patologia contemporanea

Giorgia. Giorgia, impiegata in azienda privata, Claudio, maestro elementare in una scuola dell’amena cittadina di Mediocrate Bza, Giuliano, giovane gay disoccupato. Giorgia è iscritta al sindacato. Finché ha lavorato nella casa madre della compagnia di computer, nessun problema. La casa madre smantella alcuni reparti e Giorgia si trova trasferita nella sede di una ditta estera. Il direttore la chiama, non la fa sedere, si alza e comincia a girarle intorno come in un interrogatorio, le chiede come mai è iscritta al sindacato, e intanto gira intorno a Giorgia sbattendo i tacchi. Giorgia ha davanti l’immagine di un racconto del padre, morto a sessantacinque anni, catturato a venti dalle SS. Sviene. Poi, quando reagisce rivolgendosi a un avvocato, comincia a sognare il padre che la conforta, le tiene la mano sulla testa durante il sonno.     Claudio. Claudio va in classe per fare lezione, il direttore lo aspetta in classe, come nel Maestro di Vigevano, per controllare la sua lezione. La lezione di Claudio è sulle streghe, legge ai bambini alcuni passi di Carlo Ginzburg, belli, facili da comprendere. Sono incantati. Dopo...

I giocattoli di Arvind Gupta

Il giocattolo come oggetto non ha una semplice funzione, anzi ha la funzione della finzione. Caricato dell’immaginario del bambino, il giocattolo prende vita, diventa in un certo senso utile: la bambola una principessa, i mattoncini dei Lego una metropoli. Ed è sempre il bambino che trasforma un aspirapolvere giocattolo in uno vero, trasformando se stesso in un adulto. Tuttavia crescendo questa capacità di immaginare spesso si perde, alla fantasia molti sostituiscono le nevrosi e faticano anche solo a pensare se stessi in un’altra città, con un altro lavoro, con un altro compagno.   Qualcuno invece questa immaginazione non la perde e in alcuni casi diventa un visionario, così è stato definito ad esempio Steve Jobs: un uomo capace di immaginare degli oggetti e di intuirne l’utilità per la società riuscendo anche a migliorarla un po’. Anche Arvind Gupta a suo modo è un visionario, non ha inventato oggetti tecnologici, non ha rivoluzionato il nostro modo di vivere, ma sta aiutando migliaia di bambini indiani ad immaginare il loro futuro e lo fa partendo da tutto quello che il mondo occidentale...