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metropoli

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Cartoline / Censura e autocensura in Cina

Ho vissuto due anni e mezzo a Pechino. Ed ero affascinato, sì, dalle trasformazioni, dalla città che si espandeva all’esterno come una macchia d’olio costruendo quartieri moderni e fabbriche e dormitori per milioni di giovani immigrati dalle campagne, diventando loro operai da contadini poveri che erano, e tanti altri ceto medio in corsa verso nuove vite così simili alle nostre, oltre il terzo mondo e la subalternità all’occidente che durava da secoli. Il mondo multipolare, le nuove società, le grandi metropoli d’Oriente mi facevano gola, avevo voglia di vedere e di capire, di esserci. Ma da scrittore e editore che incontrava scrittori e editori in Cina non ho potuto fare a meno di incocciare la censura, la repressione furente delle idee, le lamentele di alcuni, la malinconia di chi lasciava le pagine scritte nel cassetto o era obbligato a cercare una pubblicazione all’estero, la frustrazione nel dover ammettere che sì, certi pensieri e sensazioni erano ormai espunti dalle proprie pagine. Nel 2014, quando arrivò la notizia della prima rivoluzione degli ombrelli a Hong Kong, i partecipanti a una riunione di artisti a Pechino autoconvocatisi per discuterne, erano stati arrestati a...

Immagini di pensiero / Walter Benjamin. La strada

Le strade sono le abitazioni del collettivo. Il collettivo è un essere sempre inquieto, sempre in movimento, che tra i muri dei palazzi vive, sperimenta, conosce e inventa tanto quanto gli individui al riparo delle quattro mura di casa loro. Per tale collettivo le scintillanti insegne smaltate delle ditte sono un ornamento pari e anche superiore al dipinto a olio in un salotto borghese e i muri con «défense d’afficher» sono il suo scrittoio, le edicole la biblioteca, le cassette delle lettere i bronzi, le panchine i mobili della camera da letto e le terrazze dei caffè il bow-window, da cui osserva la propria casa. Là dove gli stradini appendono alla grata la giacca, c’è il vestibolo, e la porta carraia che, dalla fuga dei cortili, conduce all’aria aperta, il lungo corridoio che spaventa il borghese è l’ingresso alle camere della città. Il passage è il loro salotto. In esso più che altrove, la strada si dà a conoscere come l’intérieur ammobiliato e vissuto dalle masse. (Da W. Benjamin, Charles Baudelaire. Un poeta lirico nell’età del capitalismo avanzato, Neri Pozza, Vicenza 2012, p. 227)   Questa fenomenologia della strada metropolitana è la risposta all’accanimento...

Metropoli

Le metropoli hanno cominciato a svilupparsi in Occidente in conseguenza di quell’assetto organizzativo che il sistema capitalistico si è dato a seguito dello sviluppo nell’Ottocento della seconda rivoluzione industriale. E nel Novecento hanno continuato il loro processo di sviluppo, estendendo progressivamente la loro espansione alle altre zone del Pianeta. Infatti, se nell’anno 1900 le città con oltre un milione di abitanti erano 11, oggi sono più di 400.   La crescente “metropolizzazione” della società ha innanzitutto comportato per gli individui un’esperienza di disorientamento. Già nell’Ottocento, infatti, si è presentato un aumento della mobilità geografica e sociale delle persone, in quanto larghi strati di popolazione rurale si sono recati per la prima volta a vivere nelle nascenti grandi città. Le quali si sono gonfiate così enormemente, creando in misura crescente un mondo di estranei. Un mondo inoltre dove i modelli di comportamento e di vita dei soggetti non erano più correlati ai ritmi umani e naturali dell’esistenza comunitaria, ma dovevano...

Scalarità metropolitane

Oltre l’ordine spaziale   Siamo soliti considerare i processi relativi alle dinamiche geografiche come processi lenti, espressione della lunga durata del mutamento storico incorporato nello spazio che diviene territorio concreto. Un mutamento che investe e produce materialmente quei contesti sociali pensati come sfere separate e distinte: città e campagna, urbano e rurale, borgo e contado e altre possibili “isole territoriali di relazioni sociali separate”, come direbbe Neil Brenner. Non solo: per mezzo di nozioni dal contenuto più astratto e ambiguo si è pensato di poter delineare una matrice spaziale unitaria, di ordinare il mondo in ‘centri’ e ‘periferie’, in dimensioni ‘locali’ e ‘regionali’, le prime contenute e dipendenti dalle seconde e, in ultimo, avviluppate da un ‘globale’ che - per definizione - contiene il tutto. In questa chiave le metropoli sono state a lungo osservate come forma spaziale suprema dell’occidente capitalistico, i centri esclusivi del dominio e del comando di uno spazio-mondo strutturato gerarchicamente e con una propria stabilità...

Fin qui. Il buco di Parigi

Toccare la fine di Parigi   Per chi vive in una grande città è difficile immaginarne i confini, il fatto che finisca da qualche parte. Le periferie hanno eroso ogni marcatura dell’agglomerato urbano, una distesa senza soluzione di continuità. Per questo non si danno strade che esauriscono la città. Così almeno credevo fino ad alcuni anni fa quando, gironzolando indolente un sabato mattina, ebbi l’impressione di toccare con un dito la fine di Parigi. Come se al di là di quella strada il tessuto urbano si sfaldasse e Parigi non fosse più Parigi ma un’entità che non saprei nominare.       Zone urbane sensibili   Per molti parigini è difficile credere che ci sia qualcosa – che qualcosa sia – al di fuori delle mura della città. Si fa un gran parlare del progetto Grand Paris, della città eco-sostenibile allargata al di là della Petite couronne e pienamente dispiegata nel 2030. Ma fuori dalle mura dell’urbe non resta altro che Parigi senza Parigi. La Parigi centralista e giacobina, con la sua estensione immutata sin dal 1860, non...

Su un’allucinazione di Wittgenstein

Immaginiamo che le città siano costruite come il linguaggio. Che vi sia una corrispondenza perfetta tra lo spazio urbano e il mondo dei segni, tra l’architettura metropolitana e la struttura del linguaggio. Una corrispondenza tra strade, palazzi e piazze da una parte ed elementi fonologici, sintattici e semantici dall’altra. Questo parallelo è suggerito da Ludwig Wittgenstein nelle Osservazioni filosofiche (§18): “(E quante case o strade ci vogliono perché una città cominci ad essere città?) Il nostro linguaggio può essere considerato come una vecchia città: Un dedalo di stradine e piazze, di case vecchie e nuove, e di case con parti aggiunte in tempi diversi; e il tutto circondato da una rete di nuovi sobborghi con strade diritte e regolari, e case uniformi” (su queste righe ragiona tra l’altro Hubert Damisch in Skyline. La città Narciso). Sembra l’inizio di Blowin in the Wind di Bob Dylan. Perché una città cominci ad essere città: dov’è che Wittgenstein ha elaborato quest’idea affascinante? A Vienna o a Cambridge dove insegnava? O altrove...

La specificità dei GAP

  Tra le varie narrazioni partigiane vorrei prendere in esame in particolare quelle sui Gap in quanto mi pare siano la massima espressione della forma che stiamo descrivendo. Si tratta in primo luogo di un teatro di guerra, la metropoli, del tutto nuovo. E forse ignota è la crudezza con cui sono definiti i luoghi e gli obiettivi: “G. A. P. Vuol dire: Gruppo Azione Patriottica, vuol dire uccidere i fascisti”. I protagonisti viareggini del romanzo di Tobino, Il clandestino,sono molto impressionati da questa realtà metropolitana e chiedono di poter studiare un’azione da importare eventualmente in provincia. Dopo aver assistito con una certa ammirazione subentrano però i dubbi: “Ma quali erano mai le doti per l’azione di gap? Per uccidere? Si doveva essere freddi, spietati, criminali? O essere invece credenti, soldati votati al bene? Avere la violenta passione, un’infuocata speranza?”. Una risposta, che unisce la vocazione idealista con la brutale concretezza, la potrebbe fornire la gappista romana Musu:   Forse, a voler essere sincera fino in fondo, una certa propensione per il rischio, questa s...

Paolo Sorrentino. This must be the place

Il cinema di Sorrentino si confronta da sempre con la solitudine dell’individuo di fronte all’impenetrabile palcoscenico della realtà. Come un soggetto impazzito, va continuamente alla ricerca dell’immagine artefatta, del movimento perfetto, dell’espressione consapevole di uno sguardo che basta a se stesso, che straborda da se stesso, affidandosi ad un eccesso visivo che vanifica quasi del tutto la parola. Ogni film di Sorrentino è mosso da un bisogno ineluttabile, forse capriccioso, di colmare un vuoto, di coprire una distanza data per irrecuperabile che separa i personaggi dal mondo dal quale si sono esiliati.   L’ex rock star Cheyenne protagonista di This Must Be the Place è il suo ennesimo eroe impassibile che assiste allo spettacolo del mondo senza decifrarne il movimento. Come la scenografia del numero live di David Byrne, il momento di maggior consapevolezza del film, se non dell’intero cinema del regista, la realtà per Sorrentino segue percorsi imprevisti e indipendenti dai suoi protagonisti, cantanti, eroi, freak che restano soli al centro della scena come punti di riferimento squilibrati in un...