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A 40 anni dalla morte / Bob Marley, una canzone è un segno

Quando fu coniata l’espressione world music, Bob Marley era morto da più di un lustro. Era il 1987, e un gruppo di discografici inglesi, preoccupati di come promuovere il crescente numero di dischi di musica africana e genericamente altra che s’andava accumulando sugli scaffali dei negozi, s’inventò l’etichetta musica dal (o del) mondo. Non era rock, non era classica, non era jazz, non era folk, e i negozianti che nel frattempo avevano già adibito un angolo di negozio all’esposizione di una collana reggae – forse discosta, ma coloratissima – pensarono che la musica genericamente altra dal rock e dal pop di stampo anglosassone la si potesse assegnare a una voce tanto vaga quanto suscettibile di rappresentare il resto del mondo.    L’anno prima, nel 1986, Paul Simon aveva pubblicato il disco Graceland, altra fondamentale tappa di avvicinamento della musica di consumo alle musiche genericamente altre. L’ex Genesis Peter Gabriel, da par suo, in collaborazione con il festival World of Music, Arts and Dance (WOMAD) nel 1989 avrebbe fondato la casa discografica Real World, con l’intento di promuovere artisti provenienti dai quattro angoli del globo. La prima edizione del WOMAD...

Un libro di Carlo Boccadoro / Bach e Prince: vite parallele

  Il libro inizia con un’avvertenza che mette in guardia il lettore dai dualismi, dalle consorterie, dalle fazioni, ossia da quel sistema di contrapposizioni attraverso cui spesso il mercato alimenta se stesso. Il cuore di un dualismo è l’opposizione: l’uno dev’essere il contrario dell’altro, meglio ancora se l’uno è una reazione all’altro. La semiologia ha mutuato dal latino il termine versus (abbreviato in vs) per indicare i due principi di un’opposizione.   Se questo libro rispondesse a tali logiche si intitolerebbe Bach vs Prince, e il sottotitolo sarebbe Vite contro. Ma il libro di Carlo Boccadoro – musicologo, compositore e direttore d’orchestra – pubblicato da Einaudi Stile Libero nella collana di saggistica battezzata, appunto, VS, risponde invece a un’altra logica, e il suo titolo è Bach e Prince, Vite parallele, laddove la congiunzione “e” e l’aggettivo “parallele” ne tracciano subito il senso incipiente. D’altra parte come fare, anche volendo, a mettere contro due vite così distanti, per geografia, tempo, e contesto, come quelle di Johann Sebastian Bach e di Prince Rogers Nelson, più noto semplicemente come Prince? Sarebbe un’impresa difficile. Non...

A cinquant’anni dalla morte / Stravinskij, un’eredità che resta

I tempi non sono propizi agli anniversari musicali come occasioni di ascolto. In molti casi non è difficile farsene una ragione, perché troppe volte il ricorso alle date di nascita, di morte o di eventi più o meno speciali appare come una scorciatoia (e una stampella) per programmazioni a corto di visione o semplicemente di creatività. Ci sono però anniversari che offrono l’opportunità di riflettere, di fare il punto su di un autore, di rivedere giudizi o di ampliare le prospettive storiche e musicali. E perderli è un peccato. Una di queste occasioni era il cinquantenario della morte di Igor’ Stravinskij, avvenuta a New York il 6 aprile 1971. Se idee e proposte esecutive erano in cantiere, purtroppo l’effetto virus le ha ridotte notevolmente: finora qualche concerto, piccole rappresentazioni sparse non impegnative, con Venezia in primo piano, per consolidati legami storici. Inevitabilmente, poco o nulla di annunciato per i prossimi mesi.   Del resto, a ben vedere non è che il compositore russo abbia goduto negli ultimi anni di una particolare attenzione, almeno in Italia: in fondo, solo le tre grandi pagine orchestrali nate come balletti all’inizio del Novecento (L’uccello di...

A cento anni dalla nascita / Astor Piazzolla, lo sradicato del tango

Da giovane, a Buenos Aires, lo chiamavano El Yoni, traslitterazione argentina di Johnny, perché era cresciuto negli Stati Uniti. Più John Wayne che Carlos Gardel. A New York, quando gli parlavano in spagnolo, rispondeva in inglese e confessava di essere italiano, per timore di essere confuso con un portoricano. Quanto al lunfardo, gergo popolare bonaerense, argot della malavita che spesso affiora nei testi di tango, gli era non solo estraneo, ma con ogni probabilità l’avrebbe rifiutato in quanto cifra della Buenos Aires malfamata e viziosa che aborriva.   Astor Piazzolla (Astòr dall’italiano Astorre; la dinastia degli Astor anglo-americani non c’entra), propugnatore del nuevo tango, il musicista argentino più importante del Ventesimo Secolo, colui che trasferì il tango dalle sale da ballo di Buenos Aires ai teatri e le sale da concerto più prestigiose del mondo, di sé diceva: “io non ho niente a che vedere con il tango. La musica che faccio è quella della Buenos Aires di oggi. Qui non ci sono gauchos e neanche struzzi, né tanto meno furfanti a ogni angolo di strada”. Appunto. Niente furfanti, niente giocatori d’azzardo o donne di facili costumi, niente lame di coltello che...

Pianoforte e orchestra / Beethoven sfida il “mercato”

Oltre le narrazioni fantasiose, manca la prova che nell’aprile del 1787 a Vienna l’allora trentunenne Mozart abbia incontrato e magari ascoltato suonare un promettente ragazzotto tedesco appena sedicenne, di nome Beethoven. Questo fa sì che il più significativo collegamento “pratico” fra i due sommi musicisti – un grado di separazione, adottando la nota teoria sociologica – sia costituito da una bottega di fabbricanti di pianoforti. Il titolare si chiamava Johann Andreas Stein e aveva sede ad Augusta quando Mozart, in viaggio per Parigi nell’autunno del 1777, conobbe i suoi fortepiano, restandone folgorato. In una celebre lettera al padre si coglie nitidamente la sua esaltazione di fronte alla scoperta: «Posso toccare i tasti come voglio, il suono sarà sempre uguale. Non strascica, non è troppo forte né troppo debole e non è mai assente; in una parola, va sempre bene». La grande novità era il meccanismo chiamato in gergo “scappamento”, che lo stesso Amadeus descriveva come meglio non si potrebbe: «Quando si toccano i tasti, i martelletti ricadono indietro subito dopo aver toccato le corde, sia che si tengano premuti, sia che li si rilasci».   Gli strumenti di Stein – da...

Musica e idee / Beethoven, la Sinfonia come universo

A 250 anni dalla nascita – fu battezzato il 17 dicembre 1770 – Beethoven rimane, oltre le mode e i mutamenti negli stili e nel gusto, una delle figure più carismatiche, non solo della musica, ma in generale della cultura occidentale. Questo artista nato nell’età dei Lumi (appena 14 anni dopo Mozart) e vissuto nell’epoca della Rivoluzione francese, delle campagne napoleoniche, del Congresso di Vienna e della Restaurazione; questo contemporaneo di Hölderlin e di Hegel, come lui venuti al mondo nel portentoso 1770; questo figlio, com’è stato scritto, della filosofia – e soprattutto della morale – di Kant, gode oggi di una “riconoscibilità” che è il segnale più chiaro della sua universalità. Una condizione che è diventata quasi una mitologia, variamente ma non casualmente riconosciuta anche in numerose correnti “pop” e postmoderne del panorama non solo musicale contemporaneo. In questa mitologia le nove Sinfonie hanno guadagnato molto presto una posizione centrale, da ormai un secolo confermata e sostenuta non solo dal repertorio concertistico, dove hanno stabile preminenza, ma anche dal mercato prima discografico e ora digitale. Esse costituiscono, sia pure con diversa popolarità all...

Montagne esili e modernità / Giovanni Lindo Ferretti, Non invano

“Non è questa la vera copertina, in realtà sarebbe dovuta essere quest’altra”, dice Giovanni mentre con pudore e lieve imbarazzo, mi porge una copia del libro autografata; sul retro compare una sua foto in primo piano, mentre sotto, la copertina rigida ritrae il campanile della chiesa di Valbona.   Il pudore delle parole e dei gesti – ma anche il loro ardire – è cultura montanara, ereditata come la normalità di camminare all’alba in salita tra faggi e pietre corrose di antichi ghiacciai. Un pudore che ben conosco per averlo respirato da bambino, in involontari percorsi educativi e intere estati. Quella del peso della parola era poi sensibilità che i montanari avevano spiccata: tra adulti la parola rara, suggello dei pensieri. Ma anche lasciando la storia, la memoria, le sue suggestioni e venendo ai nostri giorni, il peso della parola qui è ancora ben presente, deve essere così quando il paese è fatto di 60 anime tra le quali le parole necessariamente sono rade se non rare. Così, leggendo le pagine del libro (Giovanni Lindo Ferretti, Non Invano, Mondadori 2020) ma anche camminando per le strade del paese a fine estate, la sensazione è in fondo la stessa, si avverte il filo...

Una storia di immigrazione / Il suonatore del Bangladesh

Camminando nel centro di Ravenna, in via Corrado Ricci, da anni si può vedere un musicista del Bangladesh, seduto sotto i portici, intento a suonare un armonium. Io da lì ci passo molto spesso anche se, a dire il vero, non ho mai trovato il tempo per fermarmi. La sua musica, però, quella sì che mi è rimasta molto impressa: non avevo mai sentito così distintamente il suono di questo strano strumento in legno, che assomiglia un po’ a una fisarmonica. Il musicista è un uomo sui cinquant’anni, i capelli grigi e il viso sorridente, se ne sta seduto sempre nello stesso posto sotto quei portici di origine fascista, davanti alla piccolissima Chiesa di Santa Maddalena, non lontano dalla tomba di Dante Alighieri, che a Ravenna trovò asilo e poi vi morì. Una mattina decido di fermarmi a scambiare due chiacchiere e ad ascoltare meglio il musicista. E poi mi piacerebbe scrivere qualcosa su di lui. Io mi presento, lui mi dice che si chiama Cesar, è molto gentile e sorridente e alla mia richiesta di poterlo intervistare risponde subito di sì, senza chiedere altro. Così ci scambiamo i numeri di telefono.     È il primo febbraio, un sabato mattina, c’è il sole, io e il fotografo Marco...

Un ricordo a 90 anni dalla nascita / Barbara, l’amore assoluto

L’entrata in scena era la parte più difficile. I francesi lo chiamano le trac, la paura del palcoscenico. Quei pochi metri prima di raggiungere il pianoforte. A una giovane attrice che sosteneva di non aver mai provato paura in scena, si dice che Sarah Bernhardt abbia risposto: non si preoccupi, arriverà col talento. L’amore che Barbara sentiva per il pubblico, meritava quella paura. Un concerto, per lei, era l’equivalente di un rendez-vous al chiaro di luna. E chi diamine si presenta a un appuntamento senza che gli tremino almeno un po’ le gambe?   Una volta seduta al pianoforte le cose s’aggiustavano. L’applauso si smorzava e spettava a lei domare il pubblico. La paura si trasformava in controllo. In silenzio, in sussurri. Come ci riusciva? Verrebbe da dire: intingendo la penna nel calamaio o, per meglio dire, ponendosi al pianoforte con le stesse intenzioni di chi, seduto allo scrittoio, s’accinge ad aprire il cuore a un amico o all’amata. Molte delle più belle canzoni di Barbara sono confidenze da separè, e molte di queste si presentano sotto forma di lettera. Per funzionare non devono soltanto colpire l’ascoltatore nell’intimo, ma metterlo nella condizione di sentirsi l’...

La casa natale pesarese / La Fame di Rossini

La famiglia abita due stanzette che devono essere state modestissime anche nella Pesaro papalina dell’epoca. Il padre musicista nella banda cittadina e fervente rivoluzionario, la madre cantante: sono già presagi sufficienti di una vita che è preceduta dalla sua ombra. Restano queste due stanze spoglie, per pavimento una specie di selciato. Sono contornate da altre, ben organizzate e ricche di materiali, che raccontano del successo del piccolo Gioacchino. Sembra però che nemmeno il museo abbia avuto il potere di dissipare quell’ombra: l’ombra della povertà, delle ristrettezze, degli ingaggi promessi ma non ottenuti oppure sì, ottenuti ma non pagati, se non forse dopo mille insistenze. Anche incastonate dentro la cura del museo, quelle stanze emanano ancora oggi un grigiore invincibile, una nudità che non reca altra traccia del passato se non la sua stessa nudità.      Da qui la difficoltà in cui ci troviamo con la fotografa che mi accompagna: come fotografare la povertà? Come fotografare una miseria che non è più, ma i cui segni sono in un certo senso ancora qui, tangibili perché incancellabili? Eppure non sono visibili: la loro presenza è data unicamente dal fatto...

Musica senza passione

È ormai risaputo che la musica richiede passione. È appunto la “passione”, non l’entusiasmo, la professionalità, la dedizione, la serietà o l’ostinazione ad essere sempre più abitualmente associata con quanto riguarda la musica in generale, sia nella forma di fruizione/ascolto che in quella della sua realizzazione (nell’immaginario di massa è sempre più difficile concepire che si possa comporre musica senza anche suonarla o almeno dirigerla).   Ma perché proprio la passione? Perché non è invece alla noia, alla pazzia o anche solo alla superficialità d’animo che il solito ex compagno di liceo, il ritrovato amico d’infanzia o il lontano parente si sentono costretti a ricorrere per spiegare un’attività tanto astrusa come quella del musicista? Conosco musicisti che, per bilanciare (o sbilanciare definitivamente) l’imbarazzo che li coglie quando devono svelare la propria professione a chi ne è così distante, preferiscono rispondere a chi gli chiede: “che lavoro fai?”: “Il ladro”.   In...