Musica senza passione

3 Aprile 2012

È ormai risaputo che la musica richiede passione. È appunto la “passione”, non l’entusiasmo, la professionalità, la dedizione, la serietà o l’ostinazione ad essere sempre più abitualmente associata con quanto riguarda la musica in generale, sia nella forma di fruizione/ascolto che in quella della sua realizzazione (nell’immaginario di massa è sempre più difficile concepire che si possa comporre musica senza anche suonarla o almeno dirigerla).

 

Ma perché proprio la passione? Perché non è invece alla noia, alla pazzia o anche solo alla superficialità d’animo che il solito ex compagno di liceo, il ritrovato amico d’infanzia o il lontano parente si sentono costretti a ricorrere per spiegare un’attività tanto astrusa come quella del musicista?

Conosco musicisti che, per bilanciare (o sbilanciare definitivamente) l’imbarazzo che li coglie quando devono svelare la propria professione a chi ne è così distante, preferiscono rispondere a chi gli chiede: “che lavoro fai?”: “Il ladro”.

 

In effetti la “passione” riassume tutto, dalla momentanea e folle cecità che porta al delitto passionale, alle personalissime e inspiegabili ossessioni per oggetti che sono indifferenti ai più (“la mia passione è collezionare tappi di bottiglia”), alla fede per un idolo, una squadra, un dio che richiede, come a Cristo nella sua Passione, anche di sopportare e di soffrire.

La passione è dedizione insensata e contraria a ogni buonsenso, un desiderio febbrile, quasi una malattia da curare a suon di ceffoni, un “grillo per la testa”, un’allucinazione.

Però al folle che sa seguire fino in fondo la propria passione viene promessa una ricompensa. Sempre che ne sia degno. Il duro lavoro di tirare dritto nonostante l’evidenza del mondo apre la possibilità di uscire da questo mondo e di entrare nell’Olimpo, sia esso in forma di presenza televisiva o alla peggio nell’iscrizione in un albo, enciclopedia, catalogo che ne testimoni la presenza eterna (si fa per dire) anche dopo la morte.

 

Questo è la musica: ad un tempo qualcosa da disprezzare perché inutile (specie in un momento di crisi economica), accessorio, frivolo, irresponsabile quasi, roba da “fannulloni” come già qualche (fortunatamente) ex ministro ci ha voluto ricordare a testimonianza della sua adesione all’immaginario di massa. Ecco lo sguardo di rimprovero, magari mascherato da indifferenza, che accompagna la famigerata frase “Certo, ci vuole passione...” alla scoperta che c’è chi si occupa di musica a tempo pieno e non soltanto per hobby.

D’altro canto a volte la risposta che si incontra è il rammarico e l’invidia, spesso simulati, di chi dice: “Beato te, l’avrei voluto fare anch’io ma ho dovuto mettermi a lavorare”.

Perché certo, l’attività del musicista non è lavoro, ma vita (in una contrapposizione tristemente diffusa). È il sogno delle corse sui prati, di un contatto più profondo con se stessi e le proprie volizioni, senza dover mediare con il traffico delle otto di mattina, il collega antipatico o le code in Posta (anche se, beh, quelle toccano a tutti). Tutto ciò purtroppo reso inaccessibile ai più dalla richiesta di un impegno nella pratica musicale così intenso da richiedere una vocazione, ma che (con una buona dose di contraddizione) appare allo stesso tempo divertente.

 

Insomma la figura del musicista risulta essere a un tempo disprezzata e invidiata dai più. Questo duplice connotato sociale non è certo una novità per chi si occupa di musica, tanto che come sottolinea l’etnomusicologo Marius Schneider, il musicista occupa anche in molte culture extra-occidentali un posto quasi fuori-casta, dunque ai margini della società (M. Schneider, Il significato della musica, 1970). Nella nostra cultura di massa la dignità sociale del musicista viene ulteriormente messa in discussione perché, una volta eliminati gli elementi del sacro e del curativo della musica, essa viene riferita essenzialmente al ruolo del musicista come intrattenitore, come buffone il cui scopo è essenzialmente quello di divertire il pubblico e fargli dimenticare la fatica di portare avanti la società.

 

Ma perché la “passione” è vista come una prerogativa dei musicisti (e degli artisti in genere), mentre i “lavoratori” sono “costretti” a vivere una vita alienata, svogliata, a condurre cioè l’opposto della vita: il lavoro?

Se la “passione” è un po’ l’opposto dell’“odio” ed è quindi sempre legata a un valore da seguire in cui nessuno crede tranne l’appassionato, non è che il “lavoratore” sia una persona senza valori. Anzi. Il lavoratore crede, in contrapposizione al musicista, nella spietata utilità dei soldi (i musicisti sono in gran parte poveri, nell’immaginario comune, a parte quei pochissimi che “ce la fanno”) e in quelli della famiglia (ai gossip e ai film il compito di insegnarci come sia difficile per un musicista mettere su famiglia); crede insomma nei valori condivisi della società e al sacrificio per essi, nel sacrificio, cioè, di una vita “appassionata”. Un sacrificio che può però essere lenito durante il tempo libero attraverso una devozione non totalizzante o che quanto meno non interferisca con il lavoro.

 

Subito ci appare un vasto campionario di oggetti e strumenti di devozione pronti per l’uso e che cercano di adattarsi a un ventaglio di possibili personalizzazioni.

Uno degli strumenti migliori di sempre è l’arena. E cosa c’è di meglio che rivolgere i nostri entusiasmi verso chi ha osato e “ce l’ha fatta” e ora brilla nello star system, o nell’osservare attraverso i media, da scienziati guardoni, chi lotta per la propria “passione”, chi cade nel tentativo e chi invece raggiunge il traguardo e ci dimostra che è possibile vivere con “passione”, vivere cioè una vita più vera e che noi lavoriamo anche perché loro ce la possano fare e possiamo quindi condividerne un po’ il successo e immedesimarci in loro, nei nostri “sogni nel cassetto”, nelle “passioni” che non possiamo permetterci.

 

Ma tutto ciò non ha nulla a che fare con la realtà del musicista e “passione” è soltanto un altro strumento di marketing che ci vende una vita “in scatola” in cui la musica, e l’arte in genere, hanno semplicemente la funzione di tappa-buchi della coscienza, come il profumo che ci mettiamo o il colore della cravatta che indossiamo.

E il musicista, quello vero, è anche lui un lavoratore come tutti gli altri. Anche lui lotta con la passione, questa volta senza virgolette, che come in qualsiasi attività ripetitiva tende a svanire con il tempo, e con una società che cerca di imporgli un ruolo in cui magari lui non si riconosce o, come in tanti casi, che accetta con rassegnazione. Un ruolo in cui gli viene chiesto di lottare per diventare famoso, uno che “ce l’ha fatta”, o di cadere nel tentativo e uscire dalla porticina secondaria, salvo poi essere inseriti in una nuova arena di “meteore” o di “nominati”, e poi ancora in un’altra e in un’altra in modo che il pubblico possa ridere e piangere e sognare una vita diversa, senza buchi da riempire.

 

Oppure il musicista decide di sparire, di uscire dall’arena e si mette finalmente a fare musica. Senza “passione”, ma con la cura che si riserva a un’attività fondamentale e inevitabile della vita.

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