raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti

 

Categorie

Elenco articoli con tag:

romanzo

(104 risultati)

All’ombra di un’antonomasia / Vladimir Nabokov, Lolita

Abbiamo affidato ai nostri autori la lettura di un classico che non conoscevano, da leggere come se fosse fresco di stampa.   C’è Megera: l’invidiosa, Circe: l’ammaliatrice, Messalina: la dissoluta, Salomè: l’incantatrice fatale, Perpetua: la consigliera assillante, Madame Bovary: la velleitaria. Non sono molte di più le figure femminili che grazie a una fama leggendaria – di solito negativa – sono diventate antonomasie, vale a dire nomi propri usati come espressioni comuni per indicare un tipo, un insieme di qualità. Forse l’antonomasia che più di tutte ci attira a sé, come una sorta di piccolo idolo misterioso, arriva alla fine della lista, ed è “Lolita”, «l’adolescente precoce, che, anche per i suoi atteggiamenti maliziosi, già suscita desiderî sessuali», come spiega uno dei più importanti dizionari italiani, usando dei termini e una sintassi che possono far capire, oltre che un lemma, la persistenza ambigua e anacronistica dell’immaginario che ha riempito di senso comune quella parola: un mondo dove il desiderio sessuale nei confronti di una adolescente è stato percepito come «suscitato», articolato come risposta quasi conseguente «anche» a una «malizia».   P....

Il nuovo romanzo della scrittrice messicana / Guadalupe Nettel: Quando finisce l’inverno

Guadalupe Nettel è una scrittrice dell’anomalia. Se è vero, se cioè una definizione può mai riassumere un autore, lo è alla stessa maniera in cui lo è per quello che potrebbe essere considerato il suo lontano maestro, ovvero Julio Cortázar: nel mondo c’è qualcosa che non quadra, ed è proprio lì che comincia il racconto. Si potrebbe parlare di genere, e di genere fantastico, in particolare, ma sarebbe un modo per mettersi al sicuro: da un lato la realtà diurna, e dall’altra un ghigno sinistro, notturno, che mette in allarme. Basterebbe metterebbe la notte tra parentesi, per vivere bene. Ma quello che l’autore di Cronopios y Famas e di Rayuela ci ha insegnato una volta per tutte è che il ghigno non solo non si presenta dopo il tramonto, ma sta tutto il giorno dentro le cose, si annida negli oggetti, nei corpi. È l’anomalia che si presenta nella forma di una crepa. La partita, dal punto di vista della letteratura, si gioca tutta lì: ignorare la crepa, fare i conti senza l’oste, e giocarsela con il mondo statisitico, oppure tenerla dentro il racconto, lasciare che quella crepa ci guardi. Oltre quella crepa, c’è un vento inquietante che soffia: la morte. Il punto non è tanto guardare...

Classici in prima lettura / Memorie dal sottosuolo

Abbiamo affidato ai nostri autori la lettura di un classico che non conoscevano, da leggere come se fosse fresco di stampa.   In un saggio molto bello di Maryanne Wolf, Proust e il calamaro (Vita e Pensiero, 2009), si parla di capacità cognitive, di come il nostro cervello sia mutato nei secoli adattandosi ai vari tipi di scrittura, passando dai caratteri cuneiformi (Sumeri) all’alfabeto (Greci e Fenici); di come siano cambiate, come conseguenza, le nostre capacità di apprendimento. Secondo Wolf leggere un classico a vent’anni non è come leggerlo a quaranta, cinquanta o sessanta, diversa è la capacità di apprendimento e diverso è il nostro bagaglio esperienziale, a cinquant’anni avremo letto molti più libri e vissuto più a lungo; avremo molto probabilmente letto già altri libri dell’autore di quel classico che stiamo per affrontare. Troveremo differenze (per gli stessi motivi) quando leggeremo un romanzo, una seconda volta, a distanza di dieci o vent’anni. Sarà meglio averli letti con la freschezza e la curiosità dei vent’anni o con l’esperienza e maggior conoscenza dei quarant’anni? Wolf è una scienziata ma qui non dà risposta certa, perché risposta non può esserci. Proust e...

Lettura d'autore / Vita e opinioni di Tristram Shandy di Laurence Sterne

Addentrarsi in Tristram Shandy è come addentrarsi in un labirinto almeno a quattro dimensioni. Dico subito che le mie saranno divagazioni shandyane su Tristram Shandy, esattamente quello che Carlo Levi, uno dei più grandi lettori e ammiratori di questo capolavoro, dichiarò di non voler fare. Per ingranare lentamente partirei dai lapsus, dai modi e tempi verbali che si trovano in punti chiave delle opere letterarie, spesso negli incipit, e che appaiono inadatti. Diversi dai passati remoti o dagli imperfetti narrativi a cui la letteratura ci ha abituati. Il primo è quello dello stesso Tristram: «Avrei desiderato che mio padre e mia madre avessero badato a quello che facevano, quando mi generarono». Il secondo è l’apertura del romanzo di Hašek, Le vicende del bravo soldato Švejk: «E così ci hanno ammazzato Ferdinando». Il terzo è quello con cui Proust apre la sua Recherche: «Per molto tempo, mi son coricato presto la sera». A chi si riferisce quel molto tempo, al narratore o all’autore? Frase che più ambigua non si può.  Poi i cinque versi, a mio parere, più belli e suggestivi della poesia occidentale:    Hìc tamen hànc mecùm | poteràs requièscere nòctem frònde supèr...

Insospettabili / Cinquanta sfumature di giallo

Il «giallo» e le sue tracce.    La tavolozza cromatica del «giallo» riserva continue sorprese.  I suoi confini, un tempo, erano considerati netti e rigidi, legati a una precisa epoca storica. Si parlava di un genere letterario sorto sulla scia dei feuilleton ottocenteschi, imperniato sul delitto e sulle indagini per rivelarne l'autore. La fede positivistica nella scienza conduceva a non avere dubbi sullo smascheramento del colpevole e nel ritenere inossidabili i collegamenti tra gli indizi perché essi non potevano che convergere nel successo dell'inchiesta. L'esigenza di sicurezza nel debellare la devianza criminosa, la vittoria dei buoni sui cattivi, la celebrazione di una società sana che subisce una ferita solo momentanea erano le ragioni, tra le molte, del suo successo.    E il successo era incalzante, appassionava gli studiosi e gli intellettuali che intervenivano dividendosi spesso su un nuovo genere letterario non sempre raffinato ma dilagante. Voci autorevoli, ad esempio raccolte nella preziosa ma smarrita antologia La trama del delitto, stimolavano discussioni sul suo inserimento nella letteratura di massa, nell'ambito di quella letteratura di...

Anders Breivik, una persona normale

Sto scrivendo la recensione momento per momento, mentre leggo, senza avere terminato, correggerò le mie impressioni man mano che il testo prosegue, mi è impossibile leggere senza scrivere. Oltre 600 pagine dedicate ad Anders Behring Breivik, supposto pronipote del fondatore dello stretto. Sottolineo, segno, tremo. Poi penso. Si presenta la madre Wenche, infermiera, e il padre, diplomatico che non ha rapporti col figlio. Madre sola, nessuna inclinazione alla socialità, iper-maltrattata da bambina. Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo, scrive Tolstoj.  Si scrive della dolcezza e della brutalità della madre verso il figlio, delle richieste di assistenza sociale e psichiatrica, delle valutazioni di rischio, tipiche dei servizi sanitari, della ricerca di una famiglia affidataria, che potrebbe diventare adottiva, della richiesta del padre, che ora sta in Francia, di avere l'affido del figlio, poi la sua ritrattazione. Molto rumore per nulla.   L'infanzia di Anders fa venire in mente il Franti di De Amicis. Però, crescendo, il giovane vive un'adolescenza che si potrebbe definire normale, tra hip hop e graffiti. Ma...

Gli insopportabili newyorkesi di Noah Baumbach / Mistress America

Parla la nostra lingua, Mistress America, e c’è qualcosa nei suoi personaggi, nella loro goffa vacuità, che è un totale fallimento, e forse una mezza speranza. Noah Baumbach lo sa di essere terribilmente, insopportabilmente newyorchese, di girare film con personaggi insopportabili e newyorchesi, o forse insopportabili proprio perché newyorchesi. Lo sa perché li racconta e li mette in scena come figure ridicole, meccaniche, che più che discutere parlano con se stesse, che più che vivere assumono modelli di comportamento e provano a metterli in pratica, fallendo. Parla la nostra lingua, Mistress America, perché parla una lingua universale e contemporanea: la parola diretta e piatta della comunicazione tutto intorno a noi; la parola superficiale che insegue senza posa la profondità e l’autenticità del racconto, rispondendo al desiderio di trasformare ogni evento, anche il più banale, nel tassello di un mosaico, nella figura di una storia.   Non parla della realtà, Mistress America, ma di come la parola, oggi, agisca sulla realtà. I suoi personaggi si incontrano, conoscono e frequentano per diventare semplice materia da romanzo, tasselli di una continua, onnipresente operazione...

Astori, amanti torturati

Pagine e pagine sono state dedicate agli animali, dai più domestici ai più lontani dalle abitudini umane. I gatti di Colette, i cani di London, le balene di Melville, i pappagalli di Flaubert, i lupi di Hesse e magari di topi di Böll. Sarebbe infatti esercizio fin troppo facile associare ad ogni scrittore il suo animale, il suo correlativo oggettivo, il suo daimon come racconta Philip Pullman nella trilogia della Bussola d'oro. Un riferimento, non a caso, importante nell'immaginario di Helen Mcdonald, naturalista, storica e poetessa che nel 2014 ha pubblicato un libro decisamente eccentrico rispetto alla tradizione dove giocoforza andrebbe inserito. In Inghilterra è stato premiatissimo, adorato, forse perché altri autori come Richard Mabey, a cui si deve lo straordinario Natura come cura, hanno inaugurato la strada dell'osservazione naturale come possibile alternativa allo scandaglio dell'io. In Italia, purtroppo, questo è ancora al di là da venire, abituati come siamo a considerare lo stato di natura come eden primigenio a cui tornare. Abbiamo i nostri Tiziano Fratus o Mauro Corona, cantori di un tempo perduto, privi di qualsiasi nozione scientifica a riempire i vuoti, a...

Eco dopo Eco

“Se avesse voluto sostenere una tesi, l’autore avrebbe scritto un saggio (come tanti altri che ha scritto). Se ha scritto un romanzo, è perché ha scoperto, in età matura, che di ciò di cui non si può teorizzare, si deve narrare”. È il settembre del 1980, e quest’aforisma rovesciato chiude il risvolto di copertina della prima edizione del Nome della rosa, dove un Umberto Eco alla prima prova letteraria sembra quasi volersene giustificare agli occhi di un pubblico che lo conosce grazie a pietre miliari come Opera Aperta, Apocalittici e integrati o il Trattato di semiotica generale. Molti falsi amici la interpreteranno, con astuta superficialità, come una rinuncia alla dottrina semiotica, come la resa di una scienza nuova, fortemente vocata alla critica culturale, che nel giro di pochi decenni – riunendo Saussure e Peirce, Hjelmslev e Husserl, Morris e Jakobson – si stava imponendo con forza nel dibattito intellettuale del mondo intero, grazie anche a quelle opere lì. Ma oggi che, attoniti, proviamo maldestramente a rimuovere una cupa mancanza tirando giù a casaccio i suoi libri dallo scaffale, troviamo conferma di tutt’altro. Si tratta di un’affermazione forte, che va intesa...

Furio Jesi scrittore. A proposito de L'ultima notte

In un testo inedito, una “introduzione” ora in appendice ai Materiali mitologici (Einaudi 2001), Furio Jesi scrive di sé, in terza persona: L’operazione gnoseologica che si compie in queste pagine è dunque, nelle intenzioni dell’autore [...] di natura paradossale, scientifica e artistica. Alla domanda: Non le viene voglia di scrivere un romanzo? L’autore di questo libro può solo rispondere: Non smetto mai di scriverlo.   La filosofia della cultura di Jesi, critico letterario, storico delle idee e mitologo, assegna alla letteratura un ruolo cruciale: sua una «tecnica di conoscenza per composizione», mutuata da Benjamin, in cui diverse “citazioni” testuali sono schegge che reagiscono reciprocamente e mostrano in nuova o diversa luce il soggetto della scrittura. Tale metodo critico e de-costruttivo, in modo particolare negli scritti degli anni Settanta si mostra una felice risorsa nell'ambito dell'analisi dei materiali mitologici; implica sempre un momento creativo e ri-costruttivo, a partire dal fatto che il recupero di ciò che in ogni testo è morto e passato avviene da parte di...

Manu Larcenet. Blast

Le grandi opere a fumetti scontano spesso un curioso destino. In molti casi, quando ci si trova di fronte a un lavoro fuori dal comune in grado di stagliarsi sopra la sterminata produzione annuale di tavole e baloon, si finisce per ricorrere a parallelismi con altre forme espressive di matrice letteraria, quasi che riconoscere la grandezza di un fumetto non possa che coincidere con una sorta di “promozione” all'alveo del romanzo. Questo curioso processo di nobilitazione rischia chiaramente di far venire meno il carattere unico di quei libri che sanno cristallizzare lo specifico della nona arte e del suo essere amalgama assolutamente peculiare in cui la narrazione è alchimia perfetta fra disegno e parola. BLAST (Dargaud 2009) di Manu Larcenet è da annoverare senza appello fra quei pochissimi libri che segnano in modo indelebile una vetta assoluta del fumetto contemporaneo, fuori da quella retorica figlia del marketing che vuol fare di ogni novità editoriale l'ennesimo e automatico capolavoro.     Dopo Lo scontro quotidiano, storia di stampo realista e autobiografico dedicata alle vicende di un fotografo in crisi d'identit...

In quel momento muore

Sono trascorsi trent’anni da quel 19 settembre del 1985 in cui Italo Calvino moriva improvvisamente all’età di 62 anni a Siena. La vita di Calvino non è stata poi così lunga, eppure ha scritto tanto e soprattutto ha attraversato da protagonista insieme ad altri (Pasolini, Sciascia, Morante, Volponi, Moravia, ecc.) la letteratura italiana del dopoguerra, dal 1947, anno del suo debutto con Il sentiero dei nidi di ragno, sino a quella fatidica metà degli anni Ottanta.   Trent’anni sono un tempo sufficiente per tracciare un bilancio della sua opera. C’è ora una nuova generazione di critici che si affaccia con intelligenza e crescente autorevolezza nel paesaggio letterario italiano. Sono quasi tutti nati negli anni Ottanta, ed erano ancora bambini quando Calvino ci ha lasciato. A loro abbiamo chiesto un bilancio dello scrittore Italo Calvino nella forma più diretta ed efficace: cosa è vivo e cosa è morto della sua opera? Cosa ci serve ancora oggi di Calvino, dei suoi libri, dei suoi saggi, dei suoi interventi giornalistici e anche politici? Cosa è invece diventato obsoleto o non serve pi...

Capitolo terzo

Massimo, così si presenta il renaiolo, tracima in una tiritera che ripercorre la storia cittadina. Scaltro, usa lo strumento ruffiano dei ponti che stiamo attraversando, o attraverseremo, come segnalibri. Ecco il Ponte Santa Trinita. E tira giù aneddoti dalle spallette. Fiorisce intanto ai lati il luccichio degli apparati elettronici. Una brigata così scomposta merita forse l’obbiettivo di qualcuno. Lui rispolvera la vita acquatica dei fiorentini d’antan. Intensa, coatta alle necessità. Da subito, nelle sue parole, i fiorentini si mascherano come da indù di un Gange per abluzioni da farsa ottocentesca. Molto adatto alla mia danese. Che bascula da una parte all’altra della barca, rischiando di rovesciare tutto. Mi volto verso il ponte. Noto lo svenire avventato degli studenti sul muricciolo, un bikini che si sporge cadaverico, un parasole metallizzato. Chi sta oggi fuori dai ponti non esiste, viene spazzato via dalla visuale. I palazzi, quelli, si alleggeriscono, la città: due fogli immobili al vento, che ci contengono, una possibilità. Traducimi, dai, mi fa Massimo, con sgarbo. Traducimi, per la bella signora...

Alle donne piaccio soltanto quando sono in scena

Il suicidio è inammissibile lì dove solo lo Stato ha licenza di eliminare i propri sudditi. Equivale a disubbidienza, ammutinamento, diserzione. Serena Vitale, Il defunto odiava i pettegolezzi   Il 24 maggio 2015 a San Pietroburgo si è formata una coda di persone che sono rimaste in fila, come ai vecchi tempi sovietici, fino a sei ore prima di raggiungere la destinazione. La meta non erano le arance appena consegnate da chissà dove o le scarpe polacche, né le camicie cecoslovacche arrivate nella notte. La meta era la “stanza e mezza” in cui il poeta Iosif Brodskij aveva vissuto con i genitori prima che le vicende legate al suo “parassitismo” lo portassero, negli anni Sessanta, al noto processo, al confino e poi all’esilio. Fino al premio Nobel. In occasione di quello che sarebbe stato il suo settantacinquesimo compleanno, la camera dell’appartamento in coabitazione che egli stesso evocò in Fuga da Bisanzio è stata aperta per una sola giornata al pubblico. E Pietroburgo si è messa in fila, non ha dimenticato né dissipato il suo poeta e lo ha celebrato rendendo omaggio a...

Silvana Gandolfi. Giochi pericolosi

Sul potere ambiguo e sulla sottile seduzione che esercitano i romanzi sulle lettrici sì è scritto tanto a cominciare da Flaubert per finire nel saggio di Francesca Serra Le brave ragazze non leggono romanzi (Bollati Boringhieri 2001), dove la carrellata dei classici dell’Ottocento è analizzata attraverso la lente delle ripercussioni morali che la loro lettura compulsiva ha causato nelle schiere delle ingenue lettrici. Il romanzo di Silvana Gandolfi (I più deserti luoghi, Ponte alle Grazie, Milano 2015), in modo del tutto imprevisto e imprevedibile, modula questo tema sempre assai discusso e ricchissimo di implicazioni sociologiche, antropologiche e di genere. Da grande raccontatrice di storie per ragazzi, qui si cimenta con il romanzo “tout court”, imbastendo una vicenda dolente che via via acquista l’orrore del noir, proprio per cercare di capire quanto la lettura in una condizione di isolamento emotivo possa produrre mondi non sempre così abitabili.   Olga è una donna estremamente solitaria che è stata costretta ad abbandonare ogni possibilità di costruirsi una vita indipendente perché...

Il controllo meditato della ferocia

Giallo per alcuni, per altri noir, ma pure un «fenomeno» di cui «anche la televisione si è accorta». Insomma un romanzo, che in due mesi e qualche giorno ha raggiunto la quinta edizione suscitando grande attenzione da parte della critica oltre che del pubblico.   In un’intervista all’autore, Giuseppe Zucco ha giustamente visto «aggirarsi» ne La ferocia (Einaudi, 420 pagine, € 19,50) «il fantasma» di George Trakl, poeta morto suicida a ventisette anni il 3 novembre 1914. Che il riferimento è per niente casuale lo si comprende ricordando la relazione incestuosa, d’amore, dell’austriaco con la sorella Grete (anche lei suicida), che si ripete in quella dei due protagonisti, Michele e Clara (sorellastra da parte di padre), la cui misteriosa, seducente morte apre il romanzo. Una conferma esterna arriva dall’articolo che Lagioia ha pubblicato sul sito di Internazionale a cento anni dalla scomparsa del poeta: «Il momento più alto della poesia di Trakl», scrive commentando un paesaggio falsamente idilliaco, «è farci sentire […] la sensazione che...

Jennifer Egan. La fortezza

Di fronte alle prime pagine de La fortezza di Jennifer Egan, pubblicato originariamente nel 2006 con il titolo The Keep e ora tradotto in italiano da minimum fax, si ha l'impressione fortissima di fare un salto indietro nel tempo, quando il principale intento di uno scrittore postmoderno era quello di riflettere sul proprio ruolo di scrittore postmoderno: il primo nome che viene in mente è John Barth e la sua raccolta di racconti metanarrativi Lost in the Funhouse (1968). La situazione che apre il romanzo è infatti letteraria e antirealistica nella sua essenza: un trentacinquenne newyorkese si trova nel cuore della notte alle porte di un castello, da qualche parte nell'Europa centrale, e porta con sé soltanto uno zaino, un paio di «stivaletti da hipster» e un'antenna parabolica. Il castello si staglia nero e scuro su un paese senza nome, è mezzo diroccato, le sue mura antiche sembrano sprovviste di un'entrata. Siamo evidentemente da qualche parte tra la citazione esplicita di Kafka e suggestioni alla Gormentghast, riferimenti europei che suonano ancora più letterari perché vengono da una penna statunitense...

La disperata leggerezza di Trasciatti tra Delfini e Walser

Il dottor Pistelli. Una vita in ritardo (Garfagnana Editrice) è un romanzo strano ma per niente sperimentale, fatto di racconti autonomi ma affacciati l’uno sull’altro, pieno di guizzi ma scritto in una lingua piana, che aderisce dolcemente alle cose e agli stati di cose. Lo ha scritto Alessandro Trasciatti, francesista ma postino, e prima ancora archivista; quindi, tra 2008 e 2011, pure editore dei «Libratti», collana economica di letteratura illustrata nata dall’esperienza di un blog (in linea con quell’idea, ognuno dei dodici capitoli del «Pistelli» è illustrato dal tratto beffardo di Nazareno Giusti).   Ma, ma e ma: il tanto insistere sulla congiunzione avversativa non è casuale. Questo Pistelli è sempre un passo indietro rispetto a dove dovrebbe essere. O un passo oltre. Si fa chiamare «dottor» e non si è ancora laureato; fa l’archivista poi diventa un sovversivo; gli va male con le donne eppure, appena l’amore si presenta, lui non gli dà credito, oppure lo insegue quando è già tardi – e gli esempi potrebbero proseguire. Si sarà...

Sebastiano Vassalli. Terre Selvagge

Mi si perdoni la metafora, ma se dovessi pensare al nocciolo dell’ultimo libro di Sebastiano Vassalli, il corpo dentro al corpo narrativo che più di tutto il resto è destinato a rimanere, per germogliare e sopravvivere, penserei a un brano che si trova alla pagina duecentodiciassette di questo Terre selvagge, che Rizzoli ha pubblicato nell'aprile scorso: «dopo avere riferito ciò che è stato scritto sulla battaglia dei Campi Raudii e sulla fine dei Cimbri, è tempo ormai che cerchiamo di rappresentarci quegli avvenimenti come già nell’antichità faceva Omero: chiedendo aiuto alla dea della poesia epica cioè alla nostra immaginazione».   La citazione è tratta dal finale di un capitolo che si intitola «La battaglia secondo gli antichi», e anticipa il capitolo successivo: «La battaglia secondo noi». Quale sia la battaglia, è stato detto. Quali siano gli avversari dei Cimbri, è ovvio, ma non nuoce esplicitarlo: i Romani. Nel mezzo c’è il popolo dei Galli Cisalpini, entro il quale si sviluppa uno dei due fili che intrecciano il romanzo: la...

Dario Fo. La figlia del papa

Che si ricordi, nessun premio Nobel per la letteratura aveva mai esordito nella narrativa a 88 anni. Ci voleva Dario Fo, che esordisce nel genere con una biografia romanzata di Lucrezia Borgia (La figlia del papa, Milano, Chiarelettere, 2014. Pagg. 190, 13,90 euro).   In una fra le mille e mille interviste concesse durante il lancio dell’opera, il drammaturgo luinese ha confessato: “Quando ho iniziato a scrivere, non pensavo a Franca Rame. Pagina dopo pagina, però, mi sono accorto che Franca era lì accanto. Allora, sì, la mia Lucrezia è anche Franca. Le due donne hanno in comune la discrezione e il pudore con cui hanno combattuto tante battaglie al fianco dei più deboli”.   Nella ricostruzione di Dario Fo, Lucrezia Borgia è proprio questa. Non già l’avvelenatrice impietosa, la donna dissoluta, quella che, secondo l’autore, è protagonista del secentesco Tis pity she’s a whore, di John Ford. No, qui si racconta di una donna ricca e sfortunata, moglie sì di più mariti, è vero, e tuttavia dedita a opere di bene, capace di opporsi alla corruzione e propriamente...

Rihani. Il libro di Khalid

È raro che un libro ripescato dal passato sia così incisivo sul presente, e forse, sul futuro come Il libro di Khalid di Ameen Rihani (Mesogea, 2014). L'autore era un siro-libanese che fece la spola tra patria mediorientale e Stati Uniti; il libro, tra i primi romanzi arabi e primo scritto in lingua inglese, fu pubblicato a New York nel 1911. In buona parte autobiografico il protagonista emigra con l'amico Shakib in cerca di fortuna e di esperienze nel nuovo mondo.   Stabilitosi nell'allora fiorente Little Syria sarà ambulante, bohémien, carcerato formando se stesso nel confronto con l'occidente, tema oggi scottante su cui il romanzo offre interessanti spunti. L'impatto a Ellis Island non è di certo dei più felici (“Proprio perché siamo nella patria dei pari diritti e della libertà, saremmo legittimati a pretendere dagli altri la cortesia e la decenza che noi, invece, non siamo tenuti a mostrare, o non conosciamo affatto”), cosicché i dubbi assilleranno costantemente Khalid (“Sei sicuro che viviamo meglio qui?”).   Non si trovano tuttavia preclusioni identitarie...

Michele Mari. Roderick Duddle

Ce lo ripete ormai da anni che l'ossessione è il nucleo dell'ispirazione dello scrittore e che la letteratura non può essere considerata un tentativo di addomesticare i demoni, essendo al contrario una resa incondizionata, il lasciarsi assediare e possedere fino a diventare lo stesso corpo inerme dei mostri che ci seguono fin dall'infanzia come i più fedeli animali da compagnia.   Ci eravamo abituati a pensare che in Michele Mari il veleno scorresse come linfa vitale nella scrittura e che le sue ossessioni dovessero necessariamente incarnarsi nelle affettazioni di una maniera intrisa di aurei arcaismi e rabbiosi anatemi, di altissimi lemmi inusitati e infime espressioni gergali, di gelidi spasmi e furenti sintassi – insomma di quella lingua e di quella prosa che avevano reso memorabili racconti come I giornalini o L'orrore dei giardinetti.   E invece Roderick Duddle (Einaudi, 2014) romanzo d'avventura e d'intrigo stilisticamente piuttosto piano, sembra voler far credere tutt'altro, almeno in prima battuta: che a quelle ossessioni – imbrigliate, ammansite e costrette a recitare un'antica parte saputa a...

Alessandro Bertante. Estate crudele

Via Crespi a Milano è un taglio, una delle mille strade di una città che non è più Milano, ma piuttosto il crogiuolo di un’inedita comunità di solitari, ognuno avulso dagli altri per lingua, ambizioni e cultura.   E parte dalla strada Alessandro Bertante, dai suoi odori e dai suoi codici misteriosi quanto plateali, per raccontarci di un uomo solo e in perenne combattimento che attraversa le miserie di un inferno dal fuoco spento, senza nemmeno più la compagnia di un passato rimosso e accatastato nel fondo di un’esistenza cinica e malinconicamente battuta e persa.   Estate crudele si apre con un omicidio o meglio una sfida a duello, preludio di un duello permanente fatto di occhi straziati e di stanche legioni di rumorosi e strascicanti miserabili. La solitudine amara e cinica è pur tuttavia il cuore dell’unico sentimento a disposizione, che Bertante usa abilmente come lente rifrangente capace di analizzare e dare corpo a quello che troppo facilmente viene dimenticato essere bene o male un popolo, l’unico vero popolo che abita e vive le metropoli contemporanee.   Milano come slum,...

Alessandro Raveggi. Nella vasca dei terribili piranha

Ci vuole un po’ per entrare nel cuore del romanzo di Alessandro Raveggi, Nella vasca dei terribili piranha, (Effigie Edizioni, pp. 211, 19€), per capire che quello che si incontra nel primo capitolo, la “cosa” che il bagnino Marinatos scova impigliata in una rete di plastica tra gli scogli della costa di Fuerteventura, è l’oggetto misterioso, salvifico e apocalittico attorno al quale ruotano, come magnetizzati, i personaggi della storia. L’elemento entro cui tale attrazione si propaga è l’acqua, l’oceano, gli abissi, dai quali l’origine anfibia di ogni umano è richiamata in vita, in una nostalgia antica che ha in sé qualcosa di irresistibile e fatale. Ma questo è ciò che si comprende alla fine, solo dopo aver coordinato i pezzi di storia e i personaggi attorno a questa X escatologica, alla creatura ibrida che congiunge uomo e pesce, che non si lascia mai afferrare ma promette la redenzione dell’umanità degli anni ‘10 che sta franando inesorabile verso la catastrofe. L’andamento narrativo è pertanto a gradazione ascendente, esponenziale, la trama si...