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serie tv

(32 risultati)

COMPLEX TV / Euphoria di adolescenti

Sam Levinson è figlio d’arte, e ha esordito come attore ragazzino in Toys, diretto dal padre Barry nel 1992. Come sceneggiatore e regista oggi trentacinquenne ha messo in gioco se stesso e la sua percezione del nuovo millennio, nato per gli americani l’11 settembre del 2001 con il crollo delle Torri Gemelle interiorizzato come fine del sogno americano. I suoi adolescenti crescono dentro due paesaggi con rovine emotive: quello dell’attentato islamista e quello ormai lungamente disgregato della famiglia della classe media americana. Dopo i suoi film Another Happy Day e Assassination Nation, Sam Levinson affronta ora la complex tv, scrivendo e dirigendo gran parte delle otto ore della prima stagione di Euphoria. Lo storytelling è affidato alla protagonista Rue, che comincia a narrarsi sin dalla vita intrauterina, con puntuali ritorni in orbita di flashback del suo passato di bambina, di ragazzina e infine di ragazza maniaco-depressiva che slitta consapevolmente dagli psicofarmaci ai farmaci usati come droghe.   Verso i diciassette anni è ormai una drogata che si umilia davanti alla squallida porta del pusher per un po’ di pasticche, e che sfiora la morte quando un bastardo boss...

Dalla serie TV al film / Perché continueremo a sognare Downton Abbey

Aprile 1912. Siamo nello Yorkshire, nella tenuta edoardiana dove dimora, ai piani nobili, l’aristocratica famiglia Crawley: il Conte di Grantham (Hugh Bonneville), sua moglie (l’americana Lady Cora: Elizabeth McGroven), le tre figlie e un labrador; ai piani di sotto abitano i servitori. L’azione comincia con l’arrivo della notizia dell’inabissamento del transatlantico Titanic, il 15 aprile. La tragedia ha provocato la morte del cugino del Conte, James Crawley, e di suo figlio Patrick, erede legittimo di Downton Abbey e della dote della Contessa Cora. Il disastro del naufragio provoca una catastrofe “di classe” altrettanto epocale, perché il nuovo erede a questo punto sarà il giovane Matthew, cugino di terzo grado della famiglia e avvocato a Manchester. I Crawley e in particolare la Contessa Madre, Lady Violet (Maggie Smith), sono atterriti dall’ipotesi che il patrimonio a cui appartengono passi ad una persona middle class, vale a dire che lavora e che non intende conformarsi ai rituali della nobiltà. A quanto pare, infatti, non sarà più vero che chi è più nobile è anche chi è più ricco e più elegante. In perfetta coerenza con una mentalità aristocratica, la minaccia vissuta e...

Alla frivolezza di Scienze della Comunicazione / Made in Italy

La fotografia è notevole. Non il solito “smarmellamento” (ovvero l’anonima illuminazione a giorno) tipico delle sciatte serie italiane. D’altra parte, andando avanti, si nota un’aria di famiglia con alcuni prodotti di fiction molto amati. C’è Il diavolo veste Prada, un po’ di Good Girls Revolt, un tocco di Flashdance. Sulle prime, quindi, un’impressione di già visto, che, però, bisogna ammetterlo, piuttosto che scoraggiare, incuriosisce: cosa mai possono avere a che fare questi riferimenti con il contesto italiano? A confondere ancora di più le acque, c’è poi che la serie sbarca sul piccolo schermo, come anteprima, da un canale prestigioso, Amazon prime. Se non è una dichiarazione d’intenti, poco ci manca. È, infatti, vero che da un po’ di tempo si discute di come la televisione italiana stia progettando di intercettare il trend delle grandi serie tv americane. Made in Italy sembra essere un tentativo (non del tutto riuscito, sottolineiamolo con buona pace dei soliti criticoni) di risposta a questa evenienza. Dall’aria di famiglia pocanzi ricordata ci si libera, comunque, molto velocemente. Se è, infatti, vero che le vicende della serie girano intorno a una piccola rivista di moda...

Serie TV / Specchi distorti dell’io: “Mindhunter” e “The Boys”

Durante l’estate due serie mi hanno particolarmente colpito, due racconti molto cupi che, in modalità completamente diverse, hanno messo disinvoltamente in atto un ribaltamento di alcune logiche narrative e di genere. Si tratta della seconda stagione di Mindhunter e della prima di The Boys, due tra i prodotti di punta della collezione primavera/estate dei colossi SVOD, Netflix e Amazon Video. Uscite a poca distanza l’una dall’altra, sono entrambe, per certi versi, inquietanti specchi in cui si riflette in modo efficace e provocatorio uno spicchio consistente del tempo in cui viviamo, con molti punti in comune. I due titoli hanno inoltre vinto una sfida complessa, cioè quella di farsi notare all’interno di due panorami distinti ma parimenti affollati, quello delle serie crime e dei supereroi.     Mindhunter, il racconto firmato da Joe Penhall e prodotto (e in parte diretto) da David Fincher, dopo l’ottima prima stagione, ha reiterato con successo una modalità narrativa decisamente anomala. Avete presente l’arcinoto “show, don’t tell”, mantra di scrittori e sceneggiatori? È una formula che ricorda, soprattutto a questi ultimi, come la scrittura per il video abbia una...

La serie di Phoebe Waller-Bridge / “Fleabag”: un sacco di pulci agli Emmy Awards

Fleabag, in inglese, significa “sacco di pulci”. La drammaturga, sceneggiatrice, attrice inglese Phoebe Waller-Bridge ha intitolato così la sua formidabile serie tv prodotta da Amazon, di cui si sono potute vedere già due stagioni sulla piattaforma Prime Video. Dello storytelling di molte serie tv forse è opportuno riparlare, perché resta tignoso il pregiudizio che una narrazione non scritta non sia letteratura. Se io cedo alcune ore del mio tempo per leggere un saggio o un romanzo sono un intellettuale. Se vado a un festival di cinema per vedere un film d’autore che in sala non ci andrà mai perché nelle sale ci vanno soprattutto i blockbuster sono un intellettuale. Se leggo e guardo graphic novel sono un intellettuale. Ma se sullo stesso divano spendo 12, 20, 30 ore per una serie tv scritta, diretta e prodotta magistralmente, se seguo i miei personaggi per ore e ore sprofondando in uno stato modificato di coscienza durevole quanto la lettura di Guerra e pace sono un perdigiorno.      It’s an old story. Decenni di battaglia per i popular studies hanno portato nelle università inglesi e poi scandinave e poi americane le sottoculture, e di lì sono figliati gli studi...

Visioni e inquietudini da un futuro presente / Specchio nero

Diverse serie televisive degli ultimi anni si sono interrogate sulle più avanzate frontiere di cambiamento delle società contemporanee, ma è soprattutto la serie britannica Black Mirror a essere interessante da questo punto di vista. Creata nel 2011 per la casa di produzione Endemol dal giornalista, produttore e sceneggiatore Charlie Brooker, che si è ispirato alla serie fantascientifica statunitense degli anni Cinquanta e Sessanta Ai confini della realtà, è arrivata oggi alla quinta stagione e presenta la caratteristica di essere basata su una serie di episodi concepiti come storie totalmente autonome.  Uno schermo di un’apparecchiatura elettronica spento sembra uno specchio nero, un “black mirror”, e questo è il titolo scelto per una serie televisiva che vuole presentarsi come un vero e proprio specchio in cui vedere riflessa la nostra condizione attuale, vuole cioè mostrare come i media stanno rendendo sempre più problematico il nostro rapporto con la realtà.     Ad esempio, Ricordi pericolosi, l’ultimo episodio della prima stagione di Black Mirror, è incentrato su come i media modifichino radicalmente il nostro rapporto con il tempo in conseguenza del loro...

Fare fiction con la storia / Un’osservazione a partire da Chernobyl

Nella Poetica Aristotele scrive che nel dramma è preferibile un “impossibile credibile a un possibile incredibile” (Poetica, 1461b, 12). Questa osservazione lapidaria dice più di quanto il suo autore non avesse progettato. E mette nelle condizioni di impostare nuovamente un discorso sul significato della scrittura di finzione in rapporto agli eventi storici. Discuterne è urgente soprattutto in questo periodo, quando la serialità televisiva saccheggia l’universo delle tematiche narrative con una voracità finora sconosciuta, obbligando la storia a offrire il proprio contributo in termini di spunti e trame. Come accade in Chernobyl, miniserie televisiva marchiata HBO che ha fatto incetta di elogi tra critica e pubblico mettendo in scena, con esibita accuratezza, l’incidente nucleare del 1986. Proprio la fortuna della serie ideata da Craig Mazin, grazie alla sua fedeltà agli eventi, offre l’occasione forse più eclatante per ripensare il significato di un’operazione particolarmente delicata: fare fiction con la storia.   Non esistono molti modi per fare fiction con la storia, specie quando la vicenda scelta scarseggia di hegeliani individui cosmico-storici, come la Maria Stuart di...

La spirale discendente dell’inumano / Antonio Lucci - True Detective. Una filosofia del negativo

I am the bullet in the gun I am the truth from which you run I am the silencing machine I am the end of all your dreams   Nine Inch Nails, Mr. Self Destruct (The Downward Spiral, 1994)   I filosofi si occupano sempre più di serie televisive, e dietro questo interesse crescente si manifesta l’esigenza di riflettere sullo statuto della propria disciplina. Non si tratta di un bisogno contingente: da sempre la filosofia si interroga sul proprio rapporto con la cultura e la vita pubblica, ma anche con le nuove forme espressive offerte dalla tecnologia. Alla base di questa riflessione c’è la consapevolezza che se non vuole essere un discorso astratto sul mondo, la filosofia non può prendere in prestito una forma dall’esterno, ma deve produrla da sé, nell’atto vivente del pensiero e dunque nel confronto diretto con il proprio tempo.  Partire da questo problema è il modo migliore per apprezzare il plesso di questioni alla base dell’ultimo libro di Antonio Lucci, intitolato True detective. Una filosofia del negativo e pubblicato da Il Melangolo. Pur avendo come oggetto esplicito una fortunata serie tv americana, infatti, il libro di Lucci prende le mosse da una riflessione...

La scomparsa di Camilleri / Memoria ed eredità di un narratore seriale

“La memoria” è il nome della collezione editoriale dove Andrea Camilleri ha pubblicato la maggior parte dei suoi libri, certamente tutti quelli ‘vigatesi’ (montalbaneschi e no) ma non solo. Battezzata così da Leonardo Sciascia per l’editore Sellerio di Palermo. E adesso che non è più con noi, il dovere e la necessità della memoria si impongono più che mai. Leggerlo e rileggerlo ancora, senza dubbio. Non foss’altro che per allontanarci il più lucidamente possibile dalle passioni forti che la sua immensa opera ha regolarmente provocato, nei lettori entusiasti come nei critici accigliati. Passando così da una prima impressione allungata per oltre trent’anni – che in queste ore la rete in generale e i social in particolare stanno intensificando al massimo grado – a una seconda opinione, si spera, un po’ più meditata. Camilleri, si sa, ha diviso il pubblico, senz’altro con un po’ troppa di improvvisazione. Ora è fatalmente arrivato il momento di cambiare marcia, e sperabilmente direzione.    Provo a tirar giù dagli scaffali qualche suo libro, fra i cento possibili, in modo da trovare spunti o far emergere ulteriori ricordi. Sono troppi, molto diversi, tutti ricchissimi. Li...

Chernobyl, l’eterno ritorno

Chissà se, come si legge in questi giorni, i russi realizzeranno davvero una contro-Chernobyl, la serie televisiva che sta andando in onda su Sky, nella quale racconteranno che l’incidente nucleare è colpa della CIA. Se lo faranno, non credo sarà peggio di questa produzione HBO, scritta e diretta da Craig Mazin, almeno a giudicare da quello che si è visto nelle prime due puntate. Personalmente, non condivido i peana di critici e pubblico. Chernobyl mi sembra un prodotto di assoluta medietà, più vicino all’ispirazione di certi film americani anni ’50 che non all’originalità a cui ci hanno abituato molte serie di questi anni. Un esempio per tutti: il tecnico che muore colpito dalle radiazioni la notte dell’incidente e che al collega che lo soccorre non trova di meglio che chiedere un’ultima sigaretta non sembra uscito dai film sui marines con John Wayne degli anni ’50? E la caratterizzazione dei personaggi appare veramente programmatica: ci sono i buoni, i cattivi, e quelli che abbiamo capito saranno l’“elemento umano” sballottato dalla furia degli eventi. Insomma, il tipico approccio degli americani quando si impadroniscono di una storia fuori dalla loro cultura: un metodo...

Do It Yourself / Il comune senso dello youtuber

YouTube nasce nel 2005 come sharing site, un contenitore su cui chiunque poteva (più o meno) liberamente caricare contenuti audio/video. La piattaforma prevedeva poi la possibilità di organizzarli e indicizzarli secondo criteri editoriali, per renderli accessibili al pubblico. Nella fase iniziale si trattava per la maggior parte di prodotti già noti e di duplicati: spezzoni di musica, film o tv. La tag-line iniziale recitava “Your Digital Video Repository”, per poi diventare, dopo l’acquisto da parte di Google, “Broadcast Yourself”.       La vera e propria rivoluzione culturale di YouTube riguarda il suo impiego come piattaforma di contenuti mediali inediti, realizzati da utenti, anche se l’esplicito scopo finale aziendale è in realtà tentare di mettersi in concorrenza con Netflix e con tutti gli altri fornitori di contenuti pronti di qui a breve ad entrare sul mercato. È sulla scia di altre modalità già in uso da parte di gruppi di giovani utenti della Rete (si pensi alle micro-celebrità descritte nel libro Camgirls di Theresa M. Senft del 2008) che nasce lo youtuber: un signorino/signorina Nessuno che con una webcam e un microfono produce entertainment. Attira...

Elena Ferrante / L’amica geniale stasera in TV

Finalmente stasera su RAI1 verranno trasmesse le prime due puntate della serie TV di L’amica geniale, fiction tratta dall’omonima tetralogia di cui Elena Ferrante è autrice. Dopo la proiezione in anteprima all’ultima Biennale del Cinema di Venezia e, a inizio ottobre, le tre giornate di proiezione nei cinema italiani, finalmente la genialità possiamo guardarla attraverso i volti delle due bambine prescelte a incarnare quello che fino ad adesso è stato invisibile.  Invisibile è tuttora Elena Ferrante, così come irresistibile è stata l’ossessione collettiva di svelarne l’identità, e ora con la fiction la seduzione di questa inafferrabilità è sotto gli occhi di tutti e coincide anche visivamente con tutte le antinomie di una Napoli femminea, in qualche modo latente e collaterale ma sfacciata e portatrice di un’essenza refrattaria a rivelarsi, nonostante oggi più che mai la città sia al centro di un’ondata di film, romanzi, serie TV.    È una seduzione tutta ferrantiana quella che stasera acquista visibilità attraverso le prime due puntate di una fiction, dell’ambientazione della quale sappiamo solo accidentalmente che si tratta di Napoli. Per stasera niente mare,...

Umano e post-umano / Singolarità tecnologica

Westworld e Humans sono solo due tra le più recenti serie televisive che mettono a tema il nostro rapporto con la singolarità tecnologica, cioè con il momento in cui si produrrà quel salto evolutivo caratterizzato dalla realizzazione di un’intelligenza di tipo superiore, artificiale. Se in Westworld i robot intelligenti sono oggetti di intrattenimento di un parco tematico per ricchi, in Humans sono parte della classe operaia che svolge quelle mansioni che gli umani non vogliono più svolgere, sono assistenti familiari con la funzione di domestici e badanti forniti dal servizio pubblico. Entrambe le serie ci mettono di fronte a questioni etiche e al bisogno di una morale capace di affrontare il rapporto con il post-umano ma soprattutto ipotizzano la singolarità, il momento in cui i robot acquisiscono consapevolezza e libero arbitrio, diventando una specie evolutivamente competitiva nei confronti dell’uomo.   In tal senso questi prodotti dell’immaginario non fanno altro che mettere a fuoco le inquietudini del nostro rapporto con le tecnologie intelligenti che, sottotraccia, cogliamo già in un presente prossimo con le auto che si guidano da sole o con gli assistenti intelligenti...

Androidi contro uomini in WestWorld / I crudeli diletti hanno crudeli conseguenze

Una giovane bellissima esce da uno spaccio nel Far West, carica la sporta sul suo cavallo, ma una scatoletta le sfugge di mano e rotola nella polvere sulla strada; un giovane si avvicina, gliela raccoglie da terra, è chiaro che è un galantuomo in un mondo ruvido e violento; gliela porge, e incontra i suoi occhioni stupendi, puri, buoni; lei sorride con dolcezza mentre il vento le alita gli splendidi capelli biondi; ringrazia, sale sul suo cavallo e parte, torna alla fattoria dove vive con il suo papà, contemplando la bellezza del paesaggio wild. Si chiama Dolores, e quel nome ci prepara al suo destino. Dolores è di una bellezza perfetta, sembra una bambola dotata di grazia e bontà. Dolores è il personaggio protagonista della serie tv HBO WestWorld, che è appena giunta alla fine della seconda serie, con un finale cervellotico che ci predispone alla prossima terza serie. La sigla musicale ha un drammatico respiro sinfonico: vediamo dei bracci robotici che tracciano creature umanoidi: il teschio, lo scheletro e poi dettagli sempre più perfetti: tendini, muscoli; poi vediamo cavalli in corsa, avvoltoi, infinite creature di un mondo robotico eppure indistinguibile dall’umano e dall’...

Sconfiggere l'horror vacui / Serie-mondo

In modo sempre più decisivo la serialità televisiva sta condizionando lo sviluppo, la storia e le prospettive del mondo audiovisivo, tanto sotto il profilo industriale quanto sotto quello artistico. Nell’acceso dibattito sul tema della serialità, continuamente si sente parlare di un presunto superamento della sperequazione tra televisione e cinema, nel solco di un incrocio tra le grammatiche specifiche di ciascun linguaggio. Ciò da un lato condurrebbe la televisione, classicamente votata a una sintassi semplice e rassicurante, a sperimentare modalità di racconto nuove e più complesse; dall’altro il cinema a raccogliere le istanze del miglior racconto seriale (la coralità o l’arco di trasformazione dei protagonisti, per dirne alcune). Impossibile escludere questa comunicazione tra i due linguaggi, tant’è che uno dei più forti segnali che il cinema recente sembra aver recepito dalla televisione, in Italia almeno, è stato il “recupero” dei generi.   Tuttavia, per interrogarsi sullo specifico seriale contemporaneo, appare necessario sganciarsi dall’onnipresente paragone con il cinema. Ecco perché una possibile direzione di indagine per cogliere lo spazio verso cui si muovono i...

Stranger Things. Fuori dal blu e dentro al nero

Deve essere questo che intendiamo quando parliamo della persistenza del ricordo, questo o qualcosa di molto simile, qualcosa che si vede al momento giusto e dall'angolazione giusta, un'immagine che fa erompere un'emozione sconvolgente. Ti si presenta così nitida che tutto quello che è avvenuto nel frattempo scompare. Se il desiderio è l'anello che chiude il circolo fra il reale e l'agognato, allora il circolo si è chiuso. Stephen King, IT   Stranger Things, la serie tv disponibile su Netflix dal 15 luglio scorso, sembra essere diventata il nuovo fenomeno virale che promette di far parlare di sé ancora per molto tempo.  Se il lancio sulla piattaforma Netflix le ha garantito un'immediata notorietà, è stata la dinamica del “passaparola” tipica dei social network ad assicurarle un cospicuo numero di visioni durante i dieci giorni appena trascorsi. I dialoghi del chief Hopper e della sua segretaria, le biciclette lasciate nell'erba, i ragazzini con gli occhiali molto grandi e orrendi tagli di capelli sono già stati trasformati e ridotti in gif, meme e screenshots, assicurando a Stranger Things lo statuto di serie di culto al pari di Mad Men e Breaking Bad.   Nei giorni...

La cospirazione contro la razza umana / Ligotti. La filosofia di True Detective

Agli Stati Uniti il mondo della filosofia degli ultimi 35 anni è per lo più debitore di quella che, in gergo tecnico, viene chiamata “filosofia analitica”. Questa branca della filosofia, che ha visto la sua massima espansione negli ultimi 10 anni, e il cui successo si è imposto anche nel Vecchio Continente, fino ad arrivare a colonizzare molte cattedre di filosofia morale, logica e teoretica, si basa soprattutto su una rivoluzione di metodo, che molto avrebbe da dire agli storici della cultura quale espressione dell’american way of life. Una filosofia basata sulle questioni di metodo, che fa largamente uso della formalizzazione (quando non della matematizzazione) degli assiomi e altrettanto largamente a meno della storia, sia di quella tout court che di quella del pensiero.   Al contempo, però, si devono alla filosofia americana alcuni dei tentativi – che vanno esattamente nella direzione opposta – più interessanti di “fare” filosofia a partire dal vissuto esistenziale che siano stati prodotti negli ultimi anni. Si tratta di libri che vanno nella direzione di una filosofia che non sia un esercizio specialistico, o una ricostruzione storica per addetti ai lavori, bensì un modo...

Donald Presley / Trump come avatar di Elvis

NEW YORK - Stavo guardando un episodio della serie televisiva Vinyl, l'altra sera. Il personaggio principale, un italo-americano, tale Rick Finestra che cammina come John Travolta nella Febbre del Sabato Sera, dialogava con Elvis Presley in una stanza d’albergo di Las Vegas.  Vinyl è una serie tv sulla vita scombinata e brillante di una piccola casa discografica di New York negli anni 70 e ’80, una produzione di Martin Scorsese e Mick Jagger. Abbondano, di conseguenza, violenza, cocaina e rock'n'roll. Ma in quella scena specifica l'attore che interpretava Elvis coglieva molto bene i tic, la personalità e i cascami di quel cantante.   È lì che ho avuto un'epifania. Ho finalmente colto ciò che forse è già noto: la straordinaria somiglianza tra il re del rock e il candidato alle presidenziali americane Donald Trump.  I punti in comune sono tanti. Elvis nacque nel 1935, Donald nel 1946, solo 11 anni dopo. Possiamo immaginare il piccolo Donald a 10 anni dimenarsi in camera da letto, imitando il vero super-molleggiato, quello originale, l'uomo con i basettoni più famosi della storia della musica.  Sono già evidenti le somiglianze tra Trump e Berlusconi, raccolte nel...

Lasciateci guardare i serial TV / Nessuno diventa un assassino

C’è una scena in The Act of Killing – il documentario capolavoro del regista Joshua Oppenheimer sull’eccidio dei comunisti indonesiani da parte del regime al potere nel 1965-66 – in cui Anwar Kongo e Adi Zulkadry, i due protagonisti principali del film, rivelano alla telecamera come hanno ucciso i comunisti e raccontano che all’epoca si sentivano come i gangster e i cowboy dei film americani che vedevano nei cinema dell’epoca. I due assassini aggiungono che nell’uccidere le loro vittime imitavano le pose dei loro eroi cinematografici.    I film con Al Capone e i western americani prodotti a migliaia di chilometri di distanza dall’Indonesia sono quindi ignari responsabili degli omicidi di incolpevoli comunisti indonesiani? Un mio amico regista di documentari per alcuni anni ha cullato un progetto di un film poi mai realizzato, intitolato Chasing Montana. Doveva essere, nella sua idea, un pedinamento di un ragazzino cresciuto nel centro di Palermo, che portava sempre una maglietta con la faccia di Al Pacino che interpretava il gangster cubano Tony Montana in Scarface. Tony Montana era l’idolo di quel ragazzino. Anche Saviano in Gomorra (non la serie) raccontava dell’...

Hodor: come si diventa ciò che si è / The Game of Thrones: come funziona

L'articolo contiene informazioni sul finale della puntata trasmessa dalle reti italiane in prima visione il 30 maggio 2016.   Kill ’em all   The Game of Thrones, in italiano Il trono di spade (scompare quindi nel titolo tradotto il riferimento al gioco, presente nell’originale, e fondamentale per capire la machiavellica costruzione della narrazione), è una serie televisiva che ha introdotto un elemento del tutto nuovo nelle narrazioni popolari contemporanee. Se già serie come The Walking Dead, Breaking Bad e, forse in misura ancora maggiore, Sons of Anarchy avevano cominciato a utilizzare lo strumento della morte di un personaggio principale come effetto scenico scioccante e inaspettato, che crea una sensazione di insicurezza nello spettatore, di solito abituato a dare per scontata la presenza dei “suoi” protagonisti per l’intera durata dello show, The Game of Thrones eleva questo espediente a sistema. Viene presentata una serie lunga (e a tratti quasi stucchevole) di protagonisti, divisi geograficamente, per lignaggio, per ascendenza e per ruolo. Lo spettatore, all’inizio, è quasi confuso dal proliferare delle casate e delle ambientazioni, dai nomi altisonanti e dalle...

L’impatto delle Serie Tv sulle nostre vite / L'età della finzione

Ho appena finito di vedere la seconda serie di Fargo, prodotta dai fratelli Coen. L'ho macinata in tre giorni, a tappe notturne, drogato dal desiderio di sapere “cosa sarebbe successo dopo”. Ne sono rimasto orfano per qualche giorno, un po' come la botta di astinenza da Breaking Bad nei giorni successivi alla sua fine. Mi sono gingillato con i remix della figura di Heisenberg fatti circolare dai fan sui social network per ammorbidire l'assenza.  Credo di aver raccontato un'esperienza comune a molti dei lettori. Viviamo immersi negli intrecci delle storie di vita di personaggi fittizi, che abitano il nostro quotidiano e le nostre conversazioni.   Mi sono chiesto quanto tempo passiamo insieme ai contenuti televisivi, siano essi trasmessi in diretta dal televisore di casa, o recuperati su You Tube o Netflix on demand.  Fate lo sforzo di rimanere qui, mentre attraversate le seguenti statistiche:   Negli Stati Uniti le persone passano in media, ogni giorno, 282 minuti (4 ore e 42 minuti) in compagnia di un televisore acceso. È il paese col più alto tasso di consumo televisivo al mondo. L'Italia può dire, finalmente, di primeggiare almeno in una classifica mondiale:...

Un film né capolavoro né fallimento / Vinyl, Città in fiamme e Giorni di fuoco

È molto probabile che Vinyl non sia il capolavoro che tutti aspettavano. Al tempo stesso, è altrettanto probabile che non sia nemmeno quel fallimento da molti decretato dopo il pilot dello scorso 15 febbraio. In generale, poi, è forse ancora più probabile che la grande stagione delle serie tv, come ormai va di moda dire, sia in via di appiattimento su standard medi, e che, ancora, la serialità televisiva abbia in qualche modo tradito la speranza di diventare la nuova forma romanzesca dei nostro tempi. Tutto probabile. E forse ancora da dimostrare. Di certo, in questi primi mesi del 2016 si sono viste e lette alcune cose che, al di là delle riflessioni giuste e inevitabili sull’evoluzione di forme narrative popolari e mutevoli, confermano come la cultura americana sia da tempo ripiegata su due argomenti precisi: il passato e la città. Il passato: gli anni ’70 soprattutto, ma in certi caso anche decenni più vicini, come ad esempio i ’90. La città: New York, ovviamente. Ma anche Los Angeles, vista la sedimentazione di storia, immagini, parole e racconti che definisce le due metropoli.  Il passato...

Apocalisse. The Walking Dead & affini

Il mito dell’apocalisse, lo spettacolo della fine della civiltà a seguito di un misterioso quanto virulento contagio è un grande tema che ha attraversato la letteratura, il cinema e, da un po’ di tempo, anche il racconto televisivo. Curioso come la fine del mondo rappresenti nella serialità americana contemporanea un vero e proprio filone di gusto, un espediente narrativo che spesso si contamina con elementi “di genere” (l’horror su tutti) per metaforizzare paure e inquietudini concrete della società, dallo spreco delle risorse al maltrattamento ambientale del pianeta, dalle guerre globali alle grandi epidemie, ultima quella di Ebola.   Non è un caso che il collasso della civiltà come la conosciamo sia al centro di The Walking Dead, una delle serie più importanti degli ultimi anni, che ha garantito ascolti da record a un canale via cavo, Amc, che tradizionalmente può contare su un bacino di pubblico più ristretto e di nicchia. Quando Frank Darabont, già regista di film come Il miglio verde e Le ali della libertà, si è inventato la trasposizione televisiva dell...

Mad Men. The Other Side of the America Dream

Lo scorso maggio si è chiusa Mad Men, serie televisiva tra le più belle e influenti della recente storia televisiva americana: ideata da Matthew Weiner e prodotta dal canale AMC, è andata in onda per sette stagioni e otto anni (l’ultima stagione è stata infatti suddivisa in due parti), a partire dalla prima puntata del 19 luglio 2007. E ora che è finita, dovendo elaborare il lutto, abbiamo pensato di ripercorrerla individuando sette momenti, e altrettante inquadrature, in ciascuna stagione: non necessariamente i momenti più importanti o belli della serie, ma quelli che hanno lasciato un segno nella memoria, quelli che hanno delineato più a fondo il carattere del suo protagonista (il pubblicitario Don Draper) o definito il rapporto che la serie instaura con la storia americana tra il 1960 e l’inizio degli anni ’70, con la città di New York e, in generale, con i miti, le derive e le genialità della società dei consumi.   Mad Men, stagione 1, ep. 13: The Wheel (La ruota del destino)   È quasi scontato partire da qui, ma nell’ultima puntata della prima stagione Mad Men...