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serie tv

(57 risultati)

Complex TV / Loki eroico imbroglione

Nel 2011 Jason Mittell (professore di American Studies and Film and Media Culture al Middlebury College, Vermont, Usa) comincia a scrivere una serie di articoli accademici che per la prima volta cercano di comprendere la narrazione seriale televisiva da un punto di vista critico: Mittell ha poi raccolto gli articoli nel librone che Minimum Fax ha tradotto nel 2017: Complex Tv. Teoria e tecnica dello storytelling delle serie tv; l’autore scriveva nell’Introduzione: «Uno dei motivi per cui le caratteristiche formali delle serie tv sono sempre state ignorate è la convinzione che lo storytelling televisivo sia semplicistico.   I television studies si concentrano di solito sull’importanza dei generi narrativi, delle situazioni ripetitive, delle spiegazioni ridondanti e dei vincoli strutturali dettati dalle interruzioni pubblicitarie e da una rigida programmazione. Benché molti programmi di oggi seguano effettivamente questi parametri (anche se con maggior flessibilità rispetto a quella ammessa da certi critici), le innovazioni degli ultimi due decenni hanno portato alla diffusione di un modello di complessità narrativa che è specifico del mezzo televisivo e che deve essere...

Locale e globale / Netflix & C. verso il World Cinema

Quando ero piccola guardavo cartoni americani e cartoni giapponesi. I cartoni americani erano per lo più basati su vecchie favole europee, o note leggende dal mondo: dai miti greci alle Mille e una notte, dai fratelli Grimm alla leggenda di Fa Mulan. Ne esploravo le città: Parigi, New York, Londra, Pechino; vedevo la savana, le dune del deserto, la giungla e la campagna francese – li vedevo, questi luoghi, come l’America me li mostrava. I cartoni giapponesi invece erano tutti ambientati in Giappone, c’erano demoni e mostri e combattimenti e misteri, fiori di ciliegio, montagne innevate, malinconia. Questo è ciò che sapevo dei luoghi che avevo visto, basandomi su ciò che avevo visto: gli animali, quando non li guardiamo, sono umani. Guardarsi sempre e comunque dalle tigri. In ogni dove non ci sono madri, solo matrigne. In Giappone esiste ogni sorta di magia, i bambini sono adulti e vivono sempre con i nonni.    Crescendo, la televisione ha ristretto di molto il mio immaginario, piuttosto che ampliarlo. Le serie televisive, forse anche per questioni di budget, non viaggiavano con la fantasia – restavano sempre lì, nella lontana vicina America. Ho quindi scoperto che la...

Complex TV / Zero e le serie teen

Gli ultimi dati per contare quanti giovani di seconda generazione vivono oggi in Italia, sentendosi italiani e non sempre ottenendo cittadinanza italiana, sono quelli dello studio Istat "Identità e percorsi di integrazione delle seconde generazioni in Italia", del 2020: sono un milione e trecentosedicimila (1.316.000), un numero davvero rilevante, pari al 13% dei minorenni che hanno da 0 a 17 anni! Il 37,8%, di loro – come ha riportato un post su Instagram del team social del “Sole24Ore” AlleyOop –, si sente a tutti gli effetti italiano, mentre i restanti si sentono ancora “stranieri” oppure hanno identità incerta. Il 49,5% ricorda episodi di discriminazione soft o decisamente di bullismo vero e proprio, e, se devo dire la mia impressione, basandomi su una mia raccolta di interviste a diversi esponenti di questo mondo di quasi italiani, la stragrande maggioranza di loro, più al liceo che nella primaria o nella media, ha patito disagi dovuti soprattutto al colore scuro della loro pelle, e ai capelli crespi; tutti i musulmani, in particolare le ragazze che scelgono di indossare l’hijab alla raggiunta maturità sessuale, sono esposti a svariate forme di intimidazione, o curiosità...

2011 - 2021 / Game of Thrones: Machiavelli sul piccolo schermo

Per celebrare il decennale della messa in onda di Game of Thrones (17 aprile 2011), HBO, la rete americana che ha saputo trasformare una serie di romanzi fantasy (il ciclo, ancora incompiuto, di George R.R. Martin A Song of Ice and Fire) nel più grande successo planetario del nostro tempo, ha pensato bene di diffondere un video. Una sorta di recap degli eventi che hanno portato alla stagione conclusiva, l’ottava, andata in onda ormai due anni fa. Apriti cielo. Quella stagione, odiata con ferocia rara da milioni di fan dello show in particolare nelle sue ultime puntate, rappresenta una ferita ancora aperta. In migliaia hanno riesumato i gridi di battaglia con cui, nel 2019, si era assistito a una vera rivolta online: con gente che chiedeva, nientemeno, di rigirare tutta la final season, possibilmente impiccando Benioff e Weiss, i due sceneggiatori e showrunner passati dallo status di semi divinità a quello di nemici del popolo.      Si potrebbe discutere per ore di quella stagione fatale. O, cosa ancora più interessante, dell’evoluzione del rapporto tra pubblico e autori. O della capacità del fandom di assumere tratti quasi settari, religiosi, profondamente chiusi....

“Our dead bodies must tell the tale" / Ultimo parallelo di Filippo Tuena

Era il 2007 quando Rizzoli pubblicava Ultimo parallelo di Filippo Tuena, uno dei romanzi italiani più importanti degli anni Duemila. Oggi, il Saggiatore, che aveva già ristampato il libro nel 2013, lo riporta in libreria in una versione ‘accresciuta’, che affianca al testo originale una serie di frammenti inediti e una prefazione in cui Tuena spiega come ha lavorato, e soprattutto come ha gestito la «messe spaventosa di dati» accumulati nel tempo.   Per chi oggi lo prendesse in mano per la prima volta, Ultimo parallelo racconta una storia realmente accaduta, quella di Robert Falcon Scott e degli uomini che assieme a lui, fra 1911 e 1912, tentarono la conquista del Polo Sud. I dati storici sono a disposizione di chiunque li voglia consultare, per cui non si svela niente di decisivo aggiungendo che il tentativo fallirà. Scott e i suoi arriveranno sì al Polo, ma sulla strada del ritorno perderanno la vita. Non solo. Proprio a ridosso della meta scopriranno di essere stati preceduti da un’altra squadra, quella molto più preparata e ‘performante’ capitanata dal norvegese Roald Amundsen. Doppiamente sconfitti, insomma, e non solo nello spirito.   Appoggiandosi ai diari degli...

Diario clinico 7 / Il senso di abbandono

“Che dire, non sono concentrata, continuo a pensare all’andamento del virus, sono stufa di parlarne e di sentirne parlare, ma è la prima volta che sento di appartenere a una collettività. Ho paura di vaccinarmi, lo faccio per senso del dovere nei confronti degli altri”. Si parla del più e del meno, chissà se si potrà andare in vacanza, chissà se con il nuovo governo cambierà qualcosa. Sono conversazioni non analitiche, così le chiama Ogden, che partono da un film, uno spettacolo, un libro, la politica. Ricordo a Luisa un suo sogno recente: litigava con il padre che assumeva una posizione negazionista, una posizione che hanno anche diverse sue amiche. La tonalità cambia, la voce si abbassa, le associazioni aprono a un’altra dimensione, diventa un parlare come sognare.   Nell’ora d’analisi non si sa mai quale sarà l’argomento, nell’imprevedibilità sta la vitalità. Quel non sapere, non poter predire: quell’effetto sorpresa nel quale credono Bion e Fachinelli. Come negli adattamenti del setting imposti, quest’anno, da quanto sta avvenendo nel mondo esterno. I ruoli si sono spesso rovesciati. Il terapeuta si fa trovare puntuale davanti allo schermo, non è detto che il compagno d’...

Fauda, Baghdad Central, Tehran / Dolore e polvere

Fauda, in arabo, significa caos. In vocabolario Treccani, in senso figurato, significa grande disordine, confusione, di cose o anche d’idee, di sentimenti… in particolare disordine e grave turbamento nella vita sociale e politica. Nella primavera della cinematografia israeliana stanno pullulando produzioni di formidabile fattura: dopo il filone fortunatissimo dell’ortodossia ebraica (Unorthodox, o Shtisel di cui presto avremo la nuova stagione) ora c’è l’azione antiterrorismo, o spionistica. Di Fauda (Yes-Satellite Television, in onda su Netflix), scritta dal 2015 da Avi Issacharov e Lior Raz mi sono divorato in un binge watching psichedelico le prime tre stagioni, prodotte sino al 2020. Mio figlio era preoccupato, perché ha sentito per giorni urla in arabo e in ebraico, spari, motori in inseguimento, spari, urla, urla e spari, con la colonna sonora adrenalinica di Gilad Benamram, che aggiorna sulla bella scena della world music israeliana-palestinese questi giorni.   «Pa’, vedo che ti prende sta serie eh?» ogni tanto diceva mio figlio affacciandosi con la luce del giorno o della notte dallo spigolo: già, perché mi ha preso tanto? Perché, pur avendo studiato e studiando...

Dusi & Grignaffini, Capire le serie TV / To be continued

Stretta tra le mura domestiche, assillata dalle varie gradazioni di colore assunte dalla mia regione e dalle alterne – pur sempre modeste – possibilità di spostamento, dopo una conference call, una riunione su Teams e una dad su Meet, non mi resta che tuffarmi sul divano e farmi assorbire dai confortevoli mondi che Netflix & co. quotidianamente mi propongono. Trovando riparo tra una regina degli scacchi e una regina Elisabetta, tra uno stupefacente colpo alla zecca di stato e una aspirante comica americana di fine anni Cinquanta. Poi sollevo la cornetta – si fa per dire – e chiamo un amico, che, dopo aver commentato gli oscuri dati sul Covid e aver dunque assolto come tutti al ruolo di virologo improvvisato, mi comunica a gran voce che ha letto su internet che gireranno un’altra stagione di Dexter – hai sentito?! Sì, Dexter. Nel frattempo arriva un messaggio whattsapp da parte di un’altra series addicted, mi chiede se ho qualche nuovo titolo da consigliarle: è in astinenza e non sa che guardare. Allora cerco su Instagram quella pagina che seguivo (ma come si chiamava?) per farle uno screenshot di un post in cui sono riassunte le ultime novità. Subito dopo è la volta di mia...

Rosa strappa corsetto / Bridgerton, un rosa d.o.c.

Il rosso minaccioso che ha caratterizzato queste vacanze di Natale ha virato al rosa, almeno per alcune ore, per chi ha visto, o sta vedendo su Netflix, la sua serie di punta del momento: Bridgerton.  Si tratta, come ormai noto, di un period drama creato da Chris Van Dusen e prodotto da Shonda Rhimes. La prima stagione è ispirata al primo volume di una fortunata serie di romanzi in costume di Julia Quinn, quindi ci si aspetta che la saga abbia un lungo seguito anche se una seconda stagione non è stata ancora ufficialmente confermata. Le storie della viscontessa Bridgerton e della sua numerosa figliolanza sono ambientate all’epoca di re Giorgio III (1738-1820), in un’Inghilterra la cui nobiltà ha da sempre costituito una miniera d’oro narrativa. Si pensi, in anni recenti, al filologico e impeccabile Downton Abbey di Julian Fellowes o, più recentemente, a un’altra grande serie Netflix, The Crown, che nella sua quarta stagione ci ha appena mostrato il lato oscuro dell’essere una giovane donna aristocratica. Ma l’agonia psicologica e i disturbi alimentari di lady Diana Spencer, mostrati con crudo realismo nell’ultima stagione di The Crown, nulla hanno a che spartire con l’...

Ryan Murphy su Netflix / Il passo falso di The Prom

Spoiler: The Prom è un musical. Se dovete lamentarvi perché “si mettono a cantare ogni due minuti” o perché “ballano per strada”, lasciate stare. Spoiler numero due: The Prom è un film, in buona sostanza, bruttarello.   Facciamo un passo indietro. Atlanta, 2016: The Prom debutta a teatro. Libretto di Bob Martin (Elf: The Musical), testi di Chad Beguelin (Aladdin) e musiche di Matthew Sklar (compositore per Elf, ma già al lavoro come arrangiatore su classici come Miss Saigon, Nine, Oklahoma!, e Les Misérables); dopo due anni il musical arriva a Broadway. Nel 2019 riceve sette candidature ai Tony Awards, ma non ne vince nessuno (è stato l’anno di Hadestow, sul mito – aggiornato – di Orfeo e Euridice), in compenso si aggiudica il Drama Desk come Miglior musical.   Facciamo un altro passo indietro. Mississippi, 2010: a Constance McMillen, una studentessa lesbica, è negato l’accesso al ballo scolastico di fine anno (“prom”), nella cultura americana un vero e proprio rito di passaggio dall’adolescenza alla… post-adolescenza.  La studentessa – con l’aiuto dell’ACLU (American Civil Liberties Union) – cita in causa il distretto scolastico e in tutta risposta per lei viene...

Complex TV / The Queen’s Gambit: scacco al Maschio

Walter Tevis, l’autore del romanzo The Queen’s Gambit, da cui Netflix ha tratto la splendida serie in 7 episodi che ha spaccato tutti i record di ascolto nelle ultime settimane, pubblicò il suo primo romanzo nel 1959: si intitolava The Hustler, e da quello fu tratto un film nel 1961, con Paul Newman protagonista; un altro romanzo, The Man Who Fell to Earth (1963) divenne film con protagonista David Bowie. Il romanzo che ha per protagonista l’incantevole Beth Harmon uscì nel 1983, un solo anno prima della morte del suo autore per un tumore al fegato, e lo si può leggere in italiano nell’edizione minimum fax del 2007: «Alla Methuen Home di Mount Sterling, nel Kentucky, a Beth veniva dato un tranquillante due volte al giorno. A lei come a tutti gli altri bambini, per “regolare il loro umore”. L’umore di Beth era a posto, per quel che si poteva capire, ma lei era contenta di prendere quella pasticchina. Le rilassava lo stomaco e la aiutava ad allontanare col sonno le ore di tensione in orfanotrofio».   Tevis forse è stato influenzato da The Lužin Defence (1930, leggibile in traduzione Adelphi), in cui Vladimir Nabokov racconta l’autodistruzione di Curt von Bardeleben, un genio...

Pietropolli Charmet, Il motore del mondo / Sentimenti adolescenti

Un adolescente, oggi, credo si senta come se stesse viaggiando in una navicella sperduta nello spazio lanciata a velocità pazzesca, alla deriva, tutto avvolto da cinghie e cannule di alimentazione, tra continui colpi e strattoni, botte in testa e calci sui fianchi e sui denti, che tanto uno più uno meno, e la libertà che non c’è e la fame e il bisogno di tutto. I ragazzi (non solo quelli in difficoltà) si trovano così, in mezzo a mille complessità speciali e inedite che devono fronteggiare, per questo sono diventati una delle categorie sociali più esposte, per le sue dinamiche particolarmente delicate, alle sollecitazioni fortissime e contraddittorie della nostra epoca. C’è da tremare, a pensarci bene: che cosa c’è di più incerto e incognito del momento cruciale della crescita in un tempo come quello che stiamo attraversando? Una formidabile mise en abyme: l’instabile per definizione collocato in una realtà in totale rivolgimento.   Del resto, che ci fosse l’urgenza di riflettere sulle nuove adolescenze (usiamo pure il plurale data la variegazione delle modalità che i ragazzi imprimono alla loro lotta per la crescita) lo si avvertiva dando un’occhiata ai prodotti dello...

Complex TV / Murphy factory: finzione su finzione

Ryan Murphy entra sulla scena internazionale della complex tv nel 2009, come showrunner di Glee; nel 2011 è la volta della bomba: American Horror Story; nel 2017 è già una casa di produzione, un marchio di fabbrica, più precisamente, e la sua Ryan Murphy Productions viene querelata dalla centounenne diva Olivia de Havilland, risentita per come un cameo l’aveva ritratta in Feud. C’è un Ryan Murphy touch? Possiamo dire di sì, sicuramente a partire da American Horror Story: nella superfortunata serie i writers di Murphy curvavano oltre ogni limite l’efferatezza tollerabile su piccolo schermo, sofisticando la crudeltà inaudita dei personaggi, e confondevano senza pudore lo storytelling costringendo a seguire ogni episodio nella speranza di capirci qualcosa. La fotografia era sontuosa, coloratissima, i set lussuosi, i costumi originalissimi; personalmente ho mollato AHS dopo una stagione, perché non reggevo il compiacimento sessuale, sanguinario e sadico, certo meno necessario nel plot del pulp tarantiniano.   Queste modalità della factory ritornano declinate in modo grazioso e tenero in Hollywood, miniserie Netflix in sette episodi che si chiude con una chiara opzione per una...

Anniversari / I cento anni di Poirot e la crisi del detective

Poirot compie cento anni, e se la passa benissimo. Più popolare che mai, con all’attivo diverse recenti miniserie; ristampe sempre in corso; e un nuovo adattamento di Assassinio sul Nilo in uscita nei prossimi mesi, nuovamente con Kenneth Branagh a dirigere e interpretare il celebre investigatore belga dopo il successo di Assassinio sull’Orient Express (2017). Non altrettanto bene, però, sta oggi la figura del detective classico: quando non ripete schemi consolidati, o appunto non si dà al remake di storie vecchie di decenni, appare sempre più sfocata. Messa in crisi dall’influenza della postmodernità sulla complex tv. Sostituita, in esempi molto rilevanti della cultura pop del nostro tempo, da poliziotti che non possono limitarsi a indagare un crimine: devono indagare se stessi, e persino il mondo di cui sono parte. Finendo inevitabilmente per perdersi.     Per arrivare a inquadrare questa crisi, però, è bene partire dal principio. E cioè appunto dall’anniversario. Il personaggio di Hercule Poirot nasce esattamente un secolo fa. Poirot a Styles Court (The Mysterious Affair at Styles) è il primo romanzo poliziesco di Agatha Christie, scritto nel 1916, durante la...

Complex TV / L’ambigua lama della Storia

Durante il lockdown, per tirarmi su, ho cominciato a cercare “maratone/sbornia” che mi scuotessero il morale, che mi portassero in un altro tempo, e ho trovato The Marvelous Mrs Maisel (Amazon Prime): è una stand-up comedy ambientata nell’Upper East Side di New York a partire dal 1958. I colori della fotografia sono stupendi, i costumi meravigliosi, gli attori straordinari, e il ritmo che l’autrice e regista Amy Sherman-Paladino ha imposto alle sue quattro stagioni è quello frenetico, brillante, euforico di un musical. I Weissman sono una famiglia ebraica benestante e colta: il babbo insegna Matematica alla Columbia University, è domesticamente inetto e amabilmente burbero nel suo studio; la mamma è una bella donna, chic, amante del gusto parigino, altera e ironica, casalinga al comando della governante di origini est-europee. Midge nella prima stagione (2017) si è appena sposata con un giovanotto del suo ambiente ebraico interamente laicizzato nell’America opulenta e frizzante del secondo dopoguerra; Joel è figlio dei Maisel, una coppia di genitori un po’ grezzi ma pieni di mazzette di dollari nascoste sotto mattonelle e in fondo a cassetti, nel loro appartamento come nel loro...

Serie TV / Loop. Cronache terrestri

Una piccola cittadina americana circondata da immensi campi dove i personaggi scompaiono e riappaiono, eventi misteriosi che si dipanano tra le maglie dello spazio-tempo, un laboratorio sotterraneo in cui si svolgono esperimenti oltre i limiti della fisica conosciuta.  A parole suona familiare, anche troppo. Potrebbe sembrare il tentativo di Amazon Prime di replicare formule di successo seriale come quelle di Stranger Things o (peggio ancora) Dark, di casa Netflix. Niente di più sbagliato.      Loop (Tales from the Loop), la nuova serie di fantascienza lanciata lo scorso 3 aprile da Prime Video, è stata creata da Nathaniel Halpern a partire dalle illustrazioni dell'artista svedese Simon Stålenhag, che ha raggiunto il successo grazie ai suoi paesaggi dove straordinario e banale, natura e tecnologia, uomini e macchine si incontrano sospesi in un tempo sconfinato e meditabondo.  Nelle tavole di Stålenhag una quieta tranquillità pastorale avvolge misteriosi elementi fantascientifici; due i volumi illustrati che raccolgono questi paesaggi visionari e malinconici: Loop (2017, già segnalato su doppiozero) ed Electric State (2020), editi in Italia da Mondadori....

La serie di Ricky Gervais / Andare avanti: After Life

Non fatevi distogliere dai contenuti delle sinossi; non abbiate paura di guardare.  After Life, la serie tv Netflix scritta diretta e interpretata da uno dei comici più bravi al mondo, Ricky Gervais, racconta la storia d’amore più bella che una serie tv sia mai riuscita a farci vedere. Il primo episodio della prima stagione comincia con il primo piano di una donna che ci interpella dallo schermo di un computer portatile. La sua testa è coperta, come quella dei pazienti che in chemioterapia hanno perduto i capelli. Ci sorride con gli occhi, guardandoci intensamente. Si sta rivolgendo al suo compagno, il controcampo adesso lo mostra. L’uomo la guarda, insonnolito e commosso, da un letto domestico disfatto, dove sembra che siano state combattute chissà quante notti senza dormire. Come se trovare la forza di rimettersi in piedi fosse impossibile, Tony indugia sul computer, ascolta le parole di Lisa, la sua richiesta di aver cura della loro casa, del loro cane, che entra in campo chiamando il padrone, e simbolicamente vale come il figlio da accudire. L’uomo poi si alza, va in bagno, dove ancora si trovano due spazzolini, e si muove per una casa invasa dall’incuria dove, ormai lo...

Complex Tv / The Outsider, sul lato della paura

Outsider è chi sta fuori dal lato: immobile, o in movimento. Dal febbraio 2020 siamo quasi tutti usciti dai nostri lati di ordinaria percezione, chiudendoci nel vuoto delle nostre case: c’è qualcosa, là fuori. Non aprire quella porta. Siamo nel mood dello storytelling horror, non c’è dubbio; siamo nella paura, più che nell’angoscia, perché ora sappiamo addirittura come è fatto, il nostro piccolissimo killer, sappiamo delle sue puntarelle che si incastrano ben bene nelle nostre cellule e le accoppano. Nella timeline del romanzo The Outsider (2018, tradotto da Luca Briasco per Sperling & Kupfer) si comincia precisamente dallo sbalordimento, dal contrasto irrazionale provocato dalla contemporanea presenza in location lontane dello stesso individuo: questo innesco, che paralizza le indagini di polizia su un orrendo omicidio di un bambino ritrovato sbranato in un parco suburbano, fa accedere a un secondo stadio, quello dello smarrimento. Come è possibile che questo sia accaduto? Come è possibile che videoregistrazioni stradali, DNA, impronte digitali corrispondano? Che due diversi drappelli di testimoni giurino di aver visto lo stesso uomo in due luoghi distanti? Dallo smarrimento...

1990-2020 / Trent’anni di Twin Peaks

L’8 aprile 1990, esattamente 30 anni fa, la rete televisiva americana ABC mandò in onda la prima puntata di Twin Peaks. Fu una rivoluzione, almeno parzialmente involontaria, nondimeno radicale: è ragionevole dire che nella storia del piccolo schermo esiste un prima e un dopo Twin Peaks. Sono molti i modi in cui si potrebbe raccontare lo show di David Lynch e Mark Frost, scandagliando le ragioni di un’influenza rintracciabile ancora oggi nella produzione televisiva più avanzata. Qui ne propongo uno quasi visivo, che organizza la materia attorno a quattro episodi iconici delle due stagioni storiche. Quattro quadri (o, se si preferisce, quattro mini puntate!) grazie a cui illustrare altrettante tesi sulla rilevanza storica di questa serie e sui modi in cui ha cambiato per sempre il panorama del piccolo schermo. Le tesi: la tv poteva essere complessa; poteva cessare di essere rassicurante; poteva forzare i limiti espressivi e tematici del piccolo schermo, avvicinandolo al cinema; poteva ambire ad essere un medium pienamente artistico.      Benvenuti nella “complex tv”: Northwest Passage (episodio pilota)   Un’alba brumosa. Un pescatore, sulla riva del...

Negantropocene / Il virus è il messaggio della società automatica

La potenza comunicativa di questo virus, di certo il più mediatico della storia, va ben oltre la sua capacità di tenere in ostaggio le routine produttive dei media. Esso modifica progressivamente la percezione dello spazio-tempo, creando un effetto di sospensione in cui tutto può accadere e difatti tutto accade. Un processo in cui persino le categorie fondamentali di spazio/tempo si modificano all'avanzare dell'infezione. Da ciò deriva l’oscillazione inaudita dell’essere dinnanzi alla sua avanzata, quell’apriamo tutto o chiudiamo tutto che ha caratterizzato il punto di vista della politica e del cittadino comune, alle prese con un insostenibile e continuo riadattamento cognitivo. Questa capacità del virus di plasmare e riplasmare l'intera sostanza del sociale, lo avvicina a ciò che M. McLuhan considerava come un mezzo puro. In quel caso era la velocità della luce elettrica, che rappresenta un medium senza messaggio, informazione allo stato puro, in questo caso anche il virus si presenta come un mezzo senza messaggio.   Del resto il virus produce una percezione quasi relativistica del tempo, cosicché ciò che vediamo oggi – come gli effetti del lockdown...

Attenzione / Travolti dallo tsunami dello streaming

Queste settimane di reclusione forzata verranno ricordate anche per la riscoperta di internet, nella sua versione “streaming”. Le piattaforme digitali negli ultimi anni sono state attaccate duramente, perché violano la nostra privacy, si arricchiscono con i nostri dati, creano filter bubble e polarizzione politica, facilitano la diffusione di fake news e hate speech, ma in questi giorni abbiamo riscoperto l’utilità di Twitter e Facebook nel tenerci in connessione con gli altri lontani da noi. La socialità persa nel mondo reale è stata ri-mediata online, in qualche forma. Tutta una serie di attività sociali non mediate da tecnologie, come riunioni, aperitivi, lezioni frontali e chiacchiere tra amici, hanno traslocato online, piazzandoci per ore davanti agli schermi. La socialità perduta è “rinata” in streaming. Non contenti di ciò, finita la giornata di lavoro online, abbiamo continuato a stare online, guardando contenuti audiovisivi in streaming. Un articolo di Jaime d’Alessandro su Repubblica ci dice che alle nove di sera in Italia il traffico dati è aumentato del 40% rispetto a due mesi fa. La metà della banda utilizzata dagli italiani per connettersi ad internet è utilizzata...

Serie Tv / Sex Education, lezioni di metodo

Parlare di sesso è ancora imbarazzante. Lo è tra padre e figlio, madre e figlia. Lo è un po’ meno tra adolescenti, ma se provi in classe a chiamare con il loro nome riproduzione, violenza sessuale, affetto, amore, i ragazzi dagli 11 ai 13 anni immediatamente si alterano e ridono, o si scandalizzano, o pensano che il prof sia un po’ strano, eccessivo, anormale. Se in una classe vado avanti, e avvio un dialogo, vedo che i ragazzini sono imbottiti di luoghi comuni, di poche informazioni “laiche”, di pochissimi attrezzi di comprensione e autonomia; le ragazze hanno già avuto le prime mestruazioni (menarca), i ragazzi le prime polluzioni e masturbazioni (spermarca), ma parlarne è tabù, una cosa insieme imbarazzante e sporca. Io comincio sempre dicendo che il sesso è del tutto naturale, perché tutti i presenti sono nati da un rapporto sessuale, da due persone molto o poco innamorate, ma veniamo tutti da lì. Questo nuovo rallentamento nella libertà sessuale è uno degli effetti collaterali dell’immigrazione da aree del mondo molto diverse. In un Paese a base ipocritamente cattolica più che autenticamente cristiana è arrivata una generazione di genitori dell’Est Europa, di nordafricani o...

Virus, fine del mondo e sensi di colpa / Pandemie in tv e al cinema

Quando la nave di Nosferatu, spettrale e ormai senza più un’anima a bordo, giunge a Wismar, città tedesca sul Baltico, trasporta due cose: un oscuro potere e la peste. Il vampiro caccia la propria preda, i topi diffondono il contagio, finché la città appare più morta che viva. In ogni momento una cosa è chiara allo spettatore: il mostro e la sua pestilenza sono il male, venuto a tormentarci. Contro quel male si lotta: per resistergli, o vincerlo. O a quel male si soccombe, vinti. Neppure per un attimo ci sfiora l’idea che quel flagello sia una punizione; tantomeno una punizione che ci siamo meritati. Un secolo dopo (il primo Nosferatu, di Murnau, è del 1922) continuiamo a raccontare il contagio, spesso e con entusiasmo e non solo nelle settimane del Coronavirus. Ma lo facciamo, sempre di più, all’ombra di un malcelato e crescente sentimento di colpa.     Max Schreck in “Nosferatu il vampiro” (F.W. Murnau, 1922). Veniamo ai giorni nostri. E contempliamo in primis lo schermo che oggi più capillarmente, trasversalmente, profondamente racchiude e racconta paure e desideri, pulsioni e tensioni della nostra epoca: quello televisivo. Segnatamente quello delle serie tv,...

Salmon Calling / Clash, dopo lo storytelling

Tre figure in velocità. Velocità, ma non solo velocità. Accelerazione, sincronia, sospensione, differimento, immediatezza, instabilità, collisione... È difficile che un discorso sulla comunicazione politica contemporanea non implichi riferimenti a quell'orizzonte che dopo Paul Virilio possiamo chiamare "dromologico". L'Ère du Clash di Christian Salmon individua almeno tre figure perfettamente dromologiche, prima di giungere a quella che dà titolo al libro (la traduzione italiana di Luca Falaschi per Laterza però si intitola Fake. Come la politica mondiale ha divorato sé stessa). La prima figura è l'accelerazione, quindi l'incremento della velocità di spostamento. Se la velocità è il valore che considera spostamenti e intervalli di tempo in funzione reciproca, nell'accelerazione è la velocità stessa che si sposta. È perfettamente di senso comune, e quindi banale, osservare quanto siano accelerate le dinamiche della vita contemporanea. Accelerano i cambiamenti, accelera la vita stessa, nello stesso intervallo di tempo riusciamo a comprimere molte più attività, per esempio comunicative. Non altrettanto comune è però la coscienza dell'entità di tale accelerazione.    Eric...