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serie tv

(21 risultati)

Elena Ferrante / L’amica geniale stasera in TV

Finalmente stasera su RAI1 verranno trasmesse le prime due puntate della serie TV di L’amica geniale, fiction tratta dall’omonima tetralogia di cui Elena Ferrante è autrice. Dopo la proiezione in anteprima all’ultima Biennale del Cinema di Venezia e, a inizio ottobre, le tre giornate di proiezione nei cinema italiani, finalmente la genialità possiamo guardarla attraverso i volti delle due bambine prescelte a incarnare quello che fino ad adesso è stato invisibile.  Invisibile è tuttora Elena Ferrante, così come irresistibile è stata l’ossessione collettiva di svelarne l’identità, e ora con la fiction la seduzione di questa inafferrabilità è sotto gli occhi di tutti e coincide anche visivamente con tutte le antinomie di una Napoli femminea, in qualche modo latente e collaterale ma sfacciata e portatrice di un’essenza refrattaria a rivelarsi, nonostante oggi più che mai la città sia al centro di un’ondata di film, romanzi, serie TV.    È una seduzione tutta ferrantiana quella che stasera acquista visibilità attraverso le prime due puntate di una fiction, dell’ambientazione della quale sappiamo solo accidentalmente che si tratta di Napoli. Per stasera niente mare,...

Umano e post-umano / Singolarità tecnologica

Westworld e Humans sono solo due tra le più recenti serie televisive che mettono a tema il nostro rapporto con la singolarità tecnologica, cioè con il momento in cui si produrrà quel salto evolutivo caratterizzato dalla realizzazione di un’intelligenza di tipo superiore, artificiale. Se in Westworld i robot intelligenti sono oggetti di intrattenimento di un parco tematico per ricchi, in Humans sono parte della classe operaia che svolge quelle mansioni che gli umani non vogliono più svolgere, sono assistenti familiari con la funzione di domestici e badanti forniti dal servizio pubblico. Entrambe le serie ci mettono di fronte a questioni etiche e al bisogno di una morale capace di affrontare il rapporto con il post-umano ma soprattutto ipotizzano la singolarità, il momento in cui i robot acquisiscono consapevolezza e libero arbitrio, diventando una specie evolutivamente competitiva nei confronti dell’uomo.   In tal senso questi prodotti dell’immaginario non fanno altro che mettere a fuoco le inquietudini del nostro rapporto con le tecnologie intelligenti che, sottotraccia, cogliamo già in un presente prossimo con le auto che si guidano da sole o con gli assistenti intelligenti...

Androidi contro uomini in WestWorld / I crudeli diletti hanno crudeli conseguenze

Una giovane bellissima esce da uno spaccio nel Far West, carica la sporta sul suo cavallo, ma una scatoletta le sfugge di mano e rotola nella polvere sulla strada; un giovane si avvicina, gliela raccoglie da terra, è chiaro che è un galantuomo in un mondo ruvido e violento; gliela porge, e incontra i suoi occhioni stupendi, puri, buoni; lei sorride con dolcezza mentre il vento le alita gli splendidi capelli biondi; ringrazia, sale sul suo cavallo e parte, torna alla fattoria dove vive con il suo papà, contemplando la bellezza del paesaggio wild. Si chiama Dolores, e quel nome ci prepara al suo destino. Dolores è di una bellezza perfetta, sembra una bambola dotata di grazia e bontà. Dolores è il personaggio protagonista della serie tv HBO WestWorld, che è appena giunta alla fine della seconda serie, con un finale cervellotico che ci predispone alla prossima terza serie. La sigla musicale ha un drammatico respiro sinfonico: vediamo dei bracci robotici che tracciano creature umanoidi: il teschio, lo scheletro e poi dettagli sempre più perfetti: tendini, muscoli; poi vediamo cavalli in corsa, avvoltoi, infinite creature di un mondo robotico eppure indistinguibile dall’umano e dall’...

Sconfiggere l'horror vacui / Serie-mondo

In modo sempre più decisivo la serialità televisiva sta condizionando lo sviluppo, la storia e le prospettive del mondo audiovisivo, tanto sotto il profilo industriale quanto sotto quello artistico. Nell’acceso dibattito sul tema della serialità, continuamente si sente parlare di un presunto superamento della sperequazione tra televisione e cinema, nel solco di un incrocio tra le grammatiche specifiche di ciascun linguaggio. Ciò da un lato condurrebbe la televisione, classicamente votata a una sintassi semplice e rassicurante, a sperimentare modalità di racconto nuove e più complesse; dall’altro il cinema a raccogliere le istanze del miglior racconto seriale (la coralità o l’arco di trasformazione dei protagonisti, per dirne alcune). Impossibile escludere questa comunicazione tra i due linguaggi, tant’è che uno dei più forti segnali che il cinema recente sembra aver recepito dalla televisione, in Italia almeno, è stato il “recupero” dei generi.   Tuttavia, per interrogarsi sullo specifico seriale contemporaneo, appare necessario sganciarsi dall’onnipresente paragone con il cinema. Ecco perché una possibile direzione di indagine per cogliere lo spazio verso cui si muovono i...

Stranger Things. Fuori dal blu e dentro al nero

Deve essere questo che intendiamo quando parliamo della persistenza del ricordo, questo o qualcosa di molto simile, qualcosa che si vede al momento giusto e dall'angolazione giusta, un'immagine che fa erompere un'emozione sconvolgente. Ti si presenta così nitida che tutto quello che è avvenuto nel frattempo scompare. Se il desiderio è l'anello che chiude il circolo fra il reale e l'agognato, allora il circolo si è chiuso. Stephen King, IT   Stranger Things, la serie tv disponibile su Netflix dal 15 luglio scorso, sembra essere diventata il nuovo fenomeno virale che promette di far parlare di sé ancora per molto tempo.  Se il lancio sulla piattaforma Netflix le ha garantito un'immediata notorietà, è stata la dinamica del “passaparola” tipica dei social network ad assicurarle un cospicuo numero di visioni durante i dieci giorni appena trascorsi. I dialoghi del chief Hopper e della sua segretaria, le biciclette lasciate nell'erba, i ragazzini con gli occhiali molto grandi e orrendi tagli di capelli sono già stati trasformati e ridotti in gif, meme e screenshots, assicurando a Stranger Things lo statuto di serie di culto al pari di Mad Men e Breaking Bad.   Nei giorni...

La cospirazione contro la razza umana / Ligotti. La filosofia di True Detective

Agli Stati Uniti il mondo della filosofia degli ultimi 35 anni è per lo più debitore di quella che, in gergo tecnico, viene chiamata “filosofia analitica”. Questa branca della filosofia, che ha visto la sua massima espansione negli ultimi 10 anni, e il cui successo si è imposto anche nel Vecchio Continente, fino ad arrivare a colonizzare molte cattedre di filosofia morale, logica e teoretica, si basa soprattutto su una rivoluzione di metodo, che molto avrebbe da dire agli storici della cultura quale espressione dell’american way of life. Una filosofia basata sulle questioni di metodo, che fa largamente uso della formalizzazione (quando non della matematizzazione) degli assiomi e altrettanto largamente a meno della storia, sia di quella tout court che di quella del pensiero.   Al contempo, però, si devono alla filosofia americana alcuni dei tentativi – che vanno esattamente nella direzione opposta – più interessanti di “fare” filosofia a partire dal vissuto esistenziale che siano stati prodotti negli ultimi anni. Si tratta di libri che vanno nella direzione di una filosofia che non sia un esercizio specialistico, o una ricostruzione storica per addetti ai lavori, bensì un modo...

Donald Presley / Trump come avatar di Elvis

NEW YORK - Stavo guardando un episodio della serie televisiva Vinyl, l'altra sera. Il personaggio principale, un italo-americano, tale Rick Finestra che cammina come John Travolta nella Febbre del Sabato Sera, dialogava con Elvis Presley in una stanza d’albergo di Las Vegas.  Vinyl è una serie tv sulla vita scombinata e brillante di una piccola casa discografica di New York negli anni 70 e ’80, una produzione di Martin Scorsese e Mick Jagger. Abbondano, di conseguenza, violenza, cocaina e rock'n'roll. Ma in quella scena specifica l'attore che interpretava Elvis coglieva molto bene i tic, la personalità e i cascami di quel cantante.   È lì che ho avuto un'epifania. Ho finalmente colto ciò che forse è già noto: la straordinaria somiglianza tra il re del rock e il candidato alle presidenziali americane Donald Trump.  I punti in comune sono tanti. Elvis nacque nel 1935, Donald nel 1946, solo 11 anni dopo. Possiamo immaginare il piccolo Donald a 10 anni dimenarsi in camera da letto, imitando il vero super-molleggiato, quello originale, l'uomo con i basettoni più famosi della storia della musica.  Sono già evidenti le somiglianze tra Trump e Berlusconi, raccolte nel...

Lasciateci guardare i serial TV / Nessuno diventa un assassino

C’è una scena in The Act of Killing – il documentario capolavoro del regista Joshua Oppenheimer sull’eccidio dei comunisti indonesiani da parte del regime al potere nel 1965-66 – in cui Anwar Kongo e Adi Zulkadry, i due protagonisti principali del film, rivelano alla telecamera come hanno ucciso i comunisti e raccontano che all’epoca si sentivano come i gangster e i cowboy dei film americani che vedevano nei cinema dell’epoca. I due assassini aggiungono che nell’uccidere le loro vittime imitavano le pose dei loro eroi cinematografici.    I film con Al Capone e i western americani prodotti a migliaia di chilometri di distanza dall’Indonesia sono quindi ignari responsabili degli omicidi di incolpevoli comunisti indonesiani? Un mio amico regista di documentari per alcuni anni ha cullato un progetto di un film poi mai realizzato, intitolato Chasing Montana. Doveva essere, nella sua idea, un pedinamento di un ragazzino cresciuto nel centro di Palermo, che portava sempre una maglietta con la faccia di Al Pacino che interpretava il gangster cubano Tony Montana in Scarface. Tony Montana era l’idolo di quel ragazzino. Anche Saviano in Gomorra (non la serie) raccontava dell’...

Hodor: come si diventa ciò che si è / The Game of Thrones: come funziona

L'articolo contiene informazioni sul finale della puntata trasmessa dalle reti italiane in prima visione il 30 maggio 2016.   Kill ’em all   The Game of Thrones, in italiano Il trono di spade (scompare quindi nel titolo tradotto il riferimento al gioco, presente nell’originale, e fondamentale per capire la machiavellica costruzione della narrazione), è una serie televisiva che ha introdotto un elemento del tutto nuovo nelle narrazioni popolari contemporanee. Se già serie come The Walking Dead, Breaking Bad e, forse in misura ancora maggiore, Sons of Anarchy avevano cominciato a utilizzare lo strumento della morte di un personaggio principale come effetto scenico scioccante e inaspettato, che crea una sensazione di insicurezza nello spettatore, di solito abituato a dare per scontata la presenza dei “suoi” protagonisti per l’intera durata dello show, The Game of Thrones eleva questo espediente a sistema. Viene presentata una serie lunga (e a tratti quasi stucchevole) di protagonisti, divisi geograficamente, per lignaggio, per ascendenza e per ruolo. Lo spettatore, all’inizio, è quasi confuso dal proliferare delle casate e delle ambientazioni, dai nomi altisonanti e dalle...

L’impatto delle Serie Tv sulle nostre vite / L'età della finzione

Ho appena finito di vedere la seconda serie di Fargo, prodotta dai fratelli Coen. L'ho macinata in tre giorni, a tappe notturne, drogato dal desiderio di sapere “cosa sarebbe successo dopo”. Ne sono rimasto orfano per qualche giorno, un po' come la botta di astinenza da Breaking Bad nei giorni successivi alla sua fine. Mi sono gingillato con i remix della figura di Heisenberg fatti circolare dai fan sui social network per ammorbidire l'assenza.  Credo di aver raccontato un'esperienza comune a molti dei lettori. Viviamo immersi negli intrecci delle storie di vita di personaggi fittizi, che abitano il nostro quotidiano e le nostre conversazioni.   Mi sono chiesto quanto tempo passiamo insieme ai contenuti televisivi, siano essi trasmessi in diretta dal televisore di casa, o recuperati su You Tube o Netflix on demand.  Fate lo sforzo di rimanere qui, mentre attraversate le seguenti statistiche:   Negli Stati Uniti le persone passano in media, ogni giorno, 282 minuti (4 ore e 42 minuti) in compagnia di un televisore acceso. È il paese col più alto tasso di consumo televisivo al mondo. L'Italia può dire, finalmente, di primeggiare almeno in una classifica mondiale:...

Un film né capolavoro né fallimento / Vinyl, Città in fiamme e Giorni di fuoco

È molto probabile che Vinyl non sia il capolavoro che tutti aspettavano. Al tempo stesso, è altrettanto probabile che non sia nemmeno quel fallimento da molti decretato dopo il pilot dello scorso 15 febbraio. In generale, poi, è forse ancora più probabile che la grande stagione delle serie tv, come ormai va di moda dire, sia in via di appiattimento su standard medi, e che, ancora, la serialità televisiva abbia in qualche modo tradito la speranza di diventare la nuova forma romanzesca dei nostro tempi. Tutto probabile. E forse ancora da dimostrare. Di certo, in questi primi mesi del 2016 si sono viste e lette alcune cose che, al di là delle riflessioni giuste e inevitabili sull’evoluzione di forme narrative popolari e mutevoli, confermano come la cultura americana sia da tempo ripiegata su due argomenti precisi: il passato e la città. Il passato: gli anni ’70 soprattutto, ma in certi caso anche decenni più vicini, come ad esempio i ’90. La città: New York, ovviamente. Ma anche Los Angeles, vista la sedimentazione di storia, immagini, parole e racconti che definisce le due metropoli.  Il passato...

Apocalisse. The Walking Dead & affini

Il mito dell’apocalisse, lo spettacolo della fine della civiltà a seguito di un misterioso quanto virulento contagio è un grande tema che ha attraversato la letteratura, il cinema e, da un po’ di tempo, anche il racconto televisivo. Curioso come la fine del mondo rappresenti nella serialità americana contemporanea un vero e proprio filone di gusto, un espediente narrativo che spesso si contamina con elementi “di genere” (l’horror su tutti) per metaforizzare paure e inquietudini concrete della società, dallo spreco delle risorse al maltrattamento ambientale del pianeta, dalle guerre globali alle grandi epidemie, ultima quella di Ebola.   Non è un caso che il collasso della civiltà come la conosciamo sia al centro di The Walking Dead, una delle serie più importanti degli ultimi anni, che ha garantito ascolti da record a un canale via cavo, Amc, che tradizionalmente può contare su un bacino di pubblico più ristretto e di nicchia. Quando Frank Darabont, già regista di film come Il miglio verde e Le ali della libertà, si è inventato la trasposizione televisiva dell...

Mad Men. The Other Side of the America Dream

Lo scorso maggio si è chiusa Mad Men, serie televisiva tra le più belle e influenti della recente storia televisiva americana: ideata da Matthew Weiner e prodotta dal canale AMC, è andata in onda per sette stagioni e otto anni (l’ultima stagione è stata infatti suddivisa in due parti), a partire dalla prima puntata del 19 luglio 2007. E ora che è finita, dovendo elaborare il lutto, abbiamo pensato di ripercorrerla individuando sette momenti, e altrettante inquadrature, in ciascuna stagione: non necessariamente i momenti più importanti o belli della serie, ma quelli che hanno lasciato un segno nella memoria, quelli che hanno delineato più a fondo il carattere del suo protagonista (il pubblicitario Don Draper) o definito il rapporto che la serie instaura con la storia americana tra il 1960 e l’inizio degli anni ’70, con la città di New York e, in generale, con i miti, le derive e le genialità della società dei consumi.   Mad Men, stagione 1, ep. 13: The Wheel (La ruota del destino)   È quasi scontato partire da qui, ma nell’ultima puntata della prima stagione Mad Men...

Effetti di serie

I sintomi si confondono con quelli della depressione. Apatia, malinconia del presente, alienazione, insoddisfazione, acuita percezione della propria pochezza. Li si potrebbe sintetizzare con le parole di Amleto, «how weary, stale, flat and unprofitable seem to me all the uses of this world», se non fosse per l’afasia che colpisce chiunque abbia trascorso buona parte del pomeriggio adagiato sul divano in compagnia del suo dispositivo mobile, risucchiato negli universi alternativi messi generosamente a disposizione da siti come guardaserie o eurostreaming. Non è solo il rimorso del tempo perduto, e neppure un generico rincoglionimento da video. È qualcosa di più specifico che riguarda il rapporto, di per sé già problematico, con la dimensione extradiegetica, altrimenti detta realtà. Per chi riemerge da ore di immersione ininterrotta nei mondi di Game of Thrones, Homeland, True Detective o House of Cards – per citare alcune delle serie più celebrate – il ritorno all’io qui e ora richiede una laboriosa ristrutturazione cognitiva. La sensazione che il mondo vero sia quello della fiction, di cui la...

Sul filo sottile della legge

Nascere sulle ceneri della serie più acclamata di sempre, un capolavoro indiscusso celebrato da un’infilata di Emmy e dalla devozione del pubblico di tutto il mondo, può anche non essere un vantaggio. Si rischia di portarsi dietro il fardello dell’eterno confronto con il nobile predecessore, un continuo paragone da cui si esce in difetto, sconfitti. E se la serie Better Call Saul fosse, in fondo, nata solo per colmare un vuoto, per fare sentire meno la mancanza di un mondo narrativo che i fan rimpiangono con nostalgia?   Dal momento in cui sono iniziate a circolare le prime voci su un possibile spin-off di Breaking Bad, è stato tutto un fiorire di scetticismo misto ad aspettative elevatissime, soprattutto perché il progetto portava la firma di Vince Gilligan, l’inventore della saga dell’impacciato professore di chimica del New Mexico che abbraccia il lato oscuro e diventa uno spietato commerciante di droga, trasformandosi da Mr. Chips (il protagonista del film di Sam Wood) a un implacabile Scarface. La genesi di Better Call Saul, in onda per dieci episodi sul canale via cavo AMC, non è stata del tutto lineare....

True Detective: il tempo è un cerchio piatto

“Una volta qualcuno mi disse: ‘il tempo è un cerchio piatto’. Ogni cosa che abbiamo fatto o che faremo, la faremo ancora e ancora e ancora…” Una delle serie più acclamate della scorsa stagione televisiva, True Detective, è, al suo cuore, una riflessione profonda sul tempo. Scritta per il canale via cavo HBO dallo showrunner Nick Pizzolatto, che ha innervato il racconto di una fitta trama di riferimenti letterari e filosofici (croce e delizia per detrattori e appassionati), la serie costruisce con il tempo e il suo scorrere un rapporto molto complesso. In True Detective, il tempo è, in primo luogo, un tema, un oggetto di riflessione, lo strumento per far uscire il racconto dai confini stretti dell’indagine sui delitti aberranti di un serial killer deviato e dargli una profondità concettuale inedita per un racconto televisivo. Nella serie gran parte del “carico” narrativo è affidato alla coppia dei due detective protagonisti, Marty Hart (Woody Harrelson) e Rustin Cohle (Matthew McConaughey), due caratteri opposti destinati allo scontro ma anche a un’intesa profonda. Tanto Marty...

Sbatti il nulla in primo piano

“Viso arcano, splendore esotico, bellezza baudelairiana, inaccessibile, come di una pasta forse prelibata […], tutte cose tipiche di un essere minerale, di una statua crudele che si anima per colpire.” Così Roland Barthes (1953) in una sua magnifica, piccola storia delle facce, definiva Rodolfo Valentino. Colgo lo spunto per riflettere su un fenomeno che mi sembra sempre più marcato e diffuso oggi al cinema, ovvero l’insistenza sui primi piani dei volti, ben oltre ogni esigenza narrativa ed espressiva. Alcuni hanno detto che il cinema contemporaneo copia in questo le regie televisive perché i campi medi e lunghi non sono congeniali al piccolo schermo. Un’altra ragione, sempre legata alla televisione, potrebbe essere la messe di volti piangenti (o, più raramente, esultanti) a cui ci ha abituato la Reality Tv, comprese le sue derive giornalistiche. Da decenni ormai questa televisione insiste nell’inquadrare in primo piano le emozioni di chi abbia appena perso o vinto del denaro; di chi abbia subito un lutto; di chi soffra la fame in un’isola di famosi o venga eliminato in una casa del Grande Fratello; di chi...

Shameless

“Dovresti vedere Shameless”, ci saremo sentiti dire in tanti. Io ho anche ricevuto una motivazione di questo tipo: "dovresti vedere Shameless perché, mentre la famiglia tradizionale si disgrega, ecco una fiction che è in grado di produrre meravigliose metanarrazioni eversive sulle nuove forme della famiglia". Forte di una simile raccomandazione, ho guardato la serie intera. La prima cosa che ho scoperto è che il commentatore si sbagliava su un punto: Shameless non è una serie 'perfettamente' americana ma il remake statunitense di una produzione inglese, firmata Paul Abbott, del 2004. La seconda è che, in effetti, in qualsiasi modo si tenti di parlare di questa sceneggiatura, la "mancanza di pudore" della serie (shameless) è fortemente liberatoria.   Il numero dei personaggi che appaiono attraverso le quattro stagioni finora prodotte dà una prima ragione di respiro, dato che si tratta di seguire le vite molto movimentate di più di venticinque personaggi. Sotto questo aspetto, Shameless costituisce il contrappunto culturale di Settimo Cielo, serie americana di grande share, giunta...

I film dell’anno di doppiozero | Parte III

Dicembre, si sa, è il mese delle classifiche: i migliori dischi, i migliori libri, i gol più belli, il Pallone d’oro, i personaggi dell’anno. E ovviamente anche i film della stagione, che poi in realtà non si mai quali siano, se quelli usciti nelle sale, se quelli visti ai festival, se quelli recuperati su internet, se quelli che film veri e propri non sono, come le serie tv, ma che ormai hanno spettatori, ammiratori e imitatori più dei film stessi. Presi dalla serietà del gioco, abbiamo deciso di raccogliere le nostre preferenze e di stilare una lista il più possibile esaustiva di quello che il 2012 ha detto al cinema: nelle sale, nei festival, magari anche in tv, con la speranza di presentare una serie, ovviamente parziale e ovviamente contestabile, di consigli per la visione. Ne abbiamo selezionati 24, trovate i primi qui e qui, e di seguito gli ultimi otto.     Oltre le colline, di Cristian Mungiu   Il secondo lungometraggio del vincitore di Cannes con l’opera prima 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni spinge ancora più oltre l’idea di un cinema spietato, fatto di attese e durate...

Boardwalk Empire: malinconie di un boss

Enoch Thompson, detto Nucky, è un mafioso. Un mafioso per bene. In realtà, è il Tesoriere della città rivierasca di Atlantic City nel 1920, in era di proibizione del consumo di bevande alcoliche. La proibizione come sempre genera illegalità, così nacquero negli Stati Uniti le grandi famiglie mafiose: gli italiani, gli irlandesi, gli ebrei.   Nucky, in Boardwalk Empire, la serie televisiva scritta da Terence Winter (che di mafiosi se ne intende avendo scritto un bel po’ di episodi dei Soprano) e coprodotta anche da Martin Scorsese che girò l’episodio pilota, è interpretato da Steve Buscemi. Emmy Awards prima e Golden Globes dopo hanno ricoperto di gloria questa serie, alla terza stagione negli Usa, in Italia alla seconda, appena conclusa su Sky Cinema, e alla prima in chiaro su Rai 4 in queste settimane. La sua maschera ironica e impenetrabile comunica l’ambiguità del personaggio, capace di un sermone toccante davanti alla comunità di quattro afroamericani mitragliati da un commando del Ku Klux Clan e poco dopo di un comizio di aizzo cagnesco davanti agli affiliati della setta...

Intervista a Jennifer Egan

C’è una certa somiglianza fisica tra Jennifer Egan e il suo ultimo romanzo: una radiosità contagiosa, una speciale attrattiva derivante dalla scelta di parole elettrizzate dal gusto di esprimersi nel modo più aderente possibile ai propri pensieri, che non essendo i pensieri di altri non vogliono parole abusate, ma al tempo stesso si tengono alla larga dalla tentazione di scivolare in una qualche ricercatezza. Chi avrà la possibilità di ascoltarla, venerdì 9 marzo al Teatro Parenti di Milano, e sabato 10 all’auditorium di Roma, nell’ambito del Festival “Libri Come”, lo verificherà di persona.   Il romanzo di Jennifer Egan, Il tempo è un bastardo (Minimum fax, traduzione impervia e riuscita di Matteo Colombo, pp. 391, euro 18) è una consistente scossa tellurica al paludato terreno della narrativa contemporanea: non a caso si chiude il libro con ammirato stupore, uno stupore che sarebbe difficile far risalire a qualcosa di specifico, mentre è facilissimo addebitarlo alla sommatoria delle novità che introduce e che sono ascrivibili all’ordine della struttura...