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Intervista con il grande fotografo inglese / Martin Parr: "La vita quotidiana è sempre divertente"

Domani 28 ottobre apre presso CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia la mostra Martin Parr. We ❤Sports a cura di Walter Guadagnini con la collaborazione di Monica Poggi,che resterà aperta fino al 21 febbraio 2022.    Nel 1986, Martin Parr espone The Last Resort alla Serpentine Gallery e pubblica un libro che ritrae la classe operaia mentre gioca nella degradata città balneare di New Brighton, nel Merseyside. È una mostra che colpisce e lascia il segno. C’è un elemento di controversia nelle sue foto, che resterà nel tempo anche nei lavori successivi. Successivamente rivolge la sua macchina fotografica anche verso la classe media (The Cost of Living, 1989) e più recentemente all'establishment (Oxbridge, scuole pubbliche, Old Bailey ecc.). Agli esordi della sua ricerca lavora in bianco e nero, ma a metà degli anni Ottanta, appena prima di The Last Resort, passa al colore, con traduzioni formali e declinazioni molto vibranti, dopo aver visto le mostre americane di Stephen Shore e William Eggleston due fotografi presi tanto sul serio da essere invitati in quegli anni a esporre in musei pubblici e del fotografo britannico Peter Mitchell. Parr esplora l'...

Un racconto olimpico / Jesse Owens e l'amico ritrovato

Mio caro Hans, ti scrivo questa lettera dalla prigione di Spandau il 10 settembre 1944, tre giorni prima di essere assassinato come i miei amici: Schulenburg, Stauffenberg, Moltke che, come me, hanno preso parte al complotto per uccidere Hitler. Non so se riceverai mai questa lettera. Mi aiuterebbe in un certo senso a morire; perché affronterei la morte con la coscienza più leggera, sapendo che essa può aiutarti a perdonarmi e a capire perché ho trattato te, l'unico vero amico, che abbia mai avuto e amato, in modo così sleale e vigliacco. Da Fred Uhlman, L’amico ritrovato (1971)   Gela, Sicilia, 13 luglio 1943   Jesse, amico mio,  qui intorno a me sembra non esserci altro che sabbia, polvere e sangue.  Ho paura, Jesse, ho paura di morire. Non rivedrò più mia moglie e il mio bambino. Non ho fatto quasi in tempo a conoscerlo e lui non avrà nulla da ricordare di suo padre.  Sento che questa potrebbe essere l’ultima lettera che ti scrivo.  Se così fosse, una cosa voglio chiederti. A guerra finita – perché prima o poi io spero che tutto questo orrore potrà finire – ti prego di andare un giorno a casa mia, ad Amburgo. Cerca di mio figlio e raccontagli di me...

Tokio 2020 / Ori nell'atletica: italiani di nuova specie?

Cento metri e salto in alto, maschili? Oro? Se ce l'avessero prospettato in anticipo non ci avremmo mai creduto. Siamo infatti avvezzi a una certa graduatoria di attendibilità, esito possibile dei retaggi tradizionali. Ci aspettiamo di poter vincere qui, non là. Certe corse, non altre; certi salti non altri. I cento metri piani maschili e il salto in alto maschile non parevano essere francamente alla nostra portata. Marcell Jacobs e Gianmarco Tamberi ci hanno messo di fronte al dato di fatto contrario e ci hanno lasciati sgomenti, ancor prima di disporci a esultare.   Questi giochi olimpici – nel loro essere dimidiati dal Covid, dallo spostamento a un anno dispari, dalla labirinticità della loro raggiungibilità televisiva – pure pretendono una centralità assoluta. Disputano con la riforma della giustizia, la metafisica biopolitica del Green Pass, le alchimie politicistiche e giungono alle prime pagine. Oro nei cento metri, oro nel salto in alto: chi non lo sapesse, sono notizie sconvolgenti. I campioni delle tante specialità che hanno arricchito il medagliere italiano nelle precedenti edizioni lo sanno: ci sono medaglie che si enumerano, sono fonti di vera gioia e orgoglio...

Un libro di David Le Breton / Antropologia sentimentale della bicicletta

Raffaello Cortina Editore ha pubblicato questa primavera A ruota libera. Antropologia sentimentale della bicicletta dell’antropologo e sociologo francese David Le Breton (trad. di Paola Merlin Baratter). Come dichiara apertamente il titolo è un saggio che indaga il mondo della bicicletta, attraversandone le stagioni storiche per arrivare alla visione contemporanea del mezzo a due ruote, protagonista ormai da qualche tempo di una palingenesi socio-culturale che trova nel calembouresco neologismo francese, Vélorution, una felice sintesi semantica.   “Una bicicletta salverà il mondo” è un facile slogan dei nostri tempi, al punto che, come tutti gli slogan – il bio, il vegetarianesimo, il chilometro zero… – porta con sé il rischio di svuotarsi della sua potenziale carica, appunto, rivoluzionaria e rotolare inutilmente nella retorica della comunicazione.  In verità il concetto di Vélorution ha quasi mezzo secolo, come spiega Le Breton: nacque infatti nel clima post-sessantottesco che argomentava la necessità di un ritorno alla qualità della vita, soprattutto urbana, opponendosi radicalmente al predominio della società dei consumi, alla crescita produttiva incondizionata e al...

Sotto il segno di Hiroshima / Tokyo, 1964

Chi si ricorda oggi di Yoshinori Sakai? Era il 10 ottobre 1964 e al Kokuritsu Kasumigaoka Rikujō Kyogijō, lo Stadio nazionale olimpico di Tokyo, si svolgeva la cerimonia di apertura delle XVIII Olimpiadi. A portare nell’ultima frazione la torcia olimpica che avrebbe acceso al tripode dello stadio la fiamma olimpica, toccò proprio a lui, a Yoshinori Sakai che aveva compiuto diciannove anni il precedente 6 agosto e che diciannove anni prima era nato a Hiroshima un’ora dopo lo scoppio della bomba atomica. Tutto questo aveva un significato in un certo modo sacrale. Il Giappone era il primo paese asiatico a ospitare un’Olimpiade e lo faceva finalmente dopo che già nel 1938 aveva dovuto rinunciare all’organizzazione dell’edizione prevista nel 1940, a causa delle pressioni internazionali conseguenti all’invasione della Cina da parte dell’esercito nipponico. Nel 1940 le Olimpiadi comunque non si erano tenute né a Tokyo né ad Helsinki, che ne aveva preso il posto, e dai giochi del 1948, a Londra, i giapponesi, come i tedeschi, sui quali pesava l’infamia di aver scatenato il secondo conflitto mondiale, ne furono esclusi. Vennero però riammessi dal CIO nel 1950 e due anni dopo gareggiarono...

Il mental coach di Matteo Berrettini / Stefano Massari: o vinci o impari

Stefano Massari è il mental coach di molti atleti, il più noto dei quali è Matteo Berrettini. E Matteo Berrettini è il primo tennista italiano ad aver raggiunto la finale di Wimbledon. Ma cos’è un mental coach? L’espressione può sembrare vicina all’orrendo universo del “motivazionale”, quel complesso di manuali, pratiche e seminari sviluppatosi dentro una sottocultura manageriale capace di tradurre ogni forma di vita in potenziale profitto.   Sport come milizia, come mobilitazione sociale. Un’antica visione, sostenuta dalle culture militari, condivisa dagli autoritarismi e poi traslocata – con nuovi obiettivi – nella modernità produttiva. Durante la seconda guerra mondiale fu il generale McArthur a parlare così delle attività sportive: sul terreno delle nostre contese amichevoli viene gettato il seme che, in altri tempi e in altri luoghi, genererà il frutto della vittoria.    Niente a che vedere con Massari né con il suo “O Vinci o Impari” (Solferino). Qui lo sport riguarda il costante solitario dialogo con il proprio corpo, come raccontano i campioni nel libro. Matteo Berrettini: quando giochi sei straordinariamente vicino solo a te stesso. Simone Ruffini,...

Parte il Giro / I novant'anni in maglia rosa

Il rosa è il colore del Giro d’Italia. Ma non da sempre. Passarono ventidue anni e diciannove edizioni prima che un fiocco, per l’appunto, rosa tenesse a battesimo la maglia rosa.  È il 10 maggio 1931 quando al termine della prima tappa, la Milano-Mantova, il primo a tagliare il traguardo indossava sul palco la maglia rosa, che da quel giorno avrebbe contraddistinto il primo in classifica generale. A vestire quell’inedito simbolo del primato fu guarda caso un campione mantovano, un campione emergente sulla scena ciclistica nazionale e, di lì a poco, anche internazionale: Learco Guerra.   Erano gli anni in cui il ciclismo italiano aveva un solo dominatore, anzi, una specie di tiranno. Da cinque anni vinceva sempre, o quasi sempre, Alfredo Binda, un ex stuccatore varesino che aveva trovato la strada del successo dopo essere emigrato in Francia e aver esordito, per passatempo, nelle corse per dilettanti in Costa Azzurra. Ci volle poco per capire che il Binda la sua fortuna l’avrebbe fatta stringendo un manubrio e spingendo sui pedali e non con pennelli e trabattelli a pitturare i soffitti di qualche villa di Antibes o Nizza. Tornato a correre in Italia, rapidamente...

Divi del calcio / Da Maradona a Rossi: la classe è classe

Paolo Rossi non era un Paolo Rossi qualunque. A dispetto del suo nome quasi comune, o forse anche per questo, era un idolo delle folle, il tipo del bravo ragazzo diventato eroe non per un giorno ma giù di lì. Venerato per le sue prodezze calcistiche, certo, ma anche per quel suo aplomb da persona qualsiasi, modesto eppure bravissimo, schivo ma straordinariamente amato dal popolo del calcio e dall’uomo qualunque. In un mondo in cui tutti provano con ogni mezzo ad apparire strani, originali, sopra le righe, speciali oltre misura, come certi personaggi coatti di Carlo Verdone, Paolo Rossi dimostrava che si può essere sagaci anche portando quel nome lì. In una società molliccia e appiccicosa, dove tutti provano ad atteggiarsi da divi sovraesponendo se stessi come in una perenne messinscena hollywoodiana, Pablito provava in tutti i modi a spegnere i riflettori verso se stesso.   Per un semplice motivo: non ne aveva bisogno. Paolo Rossi non era insomma un Maradona, in nessun senso e senza alcuna pretesa di esserlo. Laddove l’argentino voleva una vita spericolata, riuscendoci benissimo, l’italiano sembrava fregarsene della fama e della gloria, facendo furbamente di questa presa di...

I 60 anni della leggendaria vittoria olimpica / Gli artigli nudi di Abebe Bikila

10 settembre 1960, Olimpiadi di Roma. Per la prima volta una maratona olimpica non comincia e non si conclude dentro a uno stadio. È un tardo pomeriggio di fine estate, le ombre cominciano a diventare lunghe. Si parte dal Campidoglio, poi via dei Fori Imperiali, via dei Trionfi, Terme di Caracalla; ecco l’interminabile Cristoforo Colombo e le geometrie metafisiche dell’EUR, e il raccordo anulare. Quindi s’imbocca l’Appia Antica illuminata dalle fiaccole, perché nel frattempo il sole è tramontato e la sera romana corre imprendibile verso la notte. Infine, dopo quantaradue chilometri e centonovatacinque metri, ecco di nuovo il Colosseo e l’Arco di Costantino, il traguardo, il trionfo.     Fin dalla partenza gli sguardi dei cronisti di soffermano sui volti, sui corpi, sulle gambe dei campioni che sono pronosticati per la vittoria. Ci sono il neozelandese Magee, lo jugoslavo Mihailic, l’inglese Keily, il francese Mimoun e soprattutto i due sovietici Popov e Vorobjov, la cui prestazione è molto attesa perché preparata al dettaglio da un allenatore che è un mito: il cecoslovacco Emil Zatopek, la Locomotiva Umana, il dominatore delle corse di fondo nel decennio precedente....

Case / Ripensare l'abitare

In queste ultime settimane (ormai siamo entrati nella sesta) si sono moltiplicate sui giornali e nell’infinita giungla dei social, le immagini, le parole, i suoni e le testimonianze provenienti dall’universo domestico in cui più di metà dell’umanità vivente è reclusa. Si tratta di un fenomeno planetario come mai era avvenuto nella nostra Storia: quattro miliardi di persone, distribuite lungo i cinque continenti, totalmente connesse, chiuse in casa. È un’esperienza di cui coglieremo la potenza simbolica ed emotiva solo nei prossimi tempi, quando ricominceremo a uscire per strada. Solo allora i risultati di questo trauma individuale e collettivo globale emergeranno, decretando un cambiamento d’uso e percezione dei luoghi che sarà tutto da comprendere, decifrare ed elaborare.   Per il momento la casa è una prigione dorata per tutti quelli che dichiarano che stanno benissimo isolati e che non uscirebbero più; un buon ritiro per i fortunati che hanno deciso di rifugiarsi in campagna in attesa che l’epidemia finisca (una memoria nobiliare e contadina evidentemente appena assopita); un denso recinto familiare in cui si sono costruite lentamente complesse relazioni territoriali ed...

Fenomenologie / I tre corpi della pandemia

Che ne è del nostro corpo in tempi di pandemia? L’impressione è che sia in sventura, dato che sta vivendo la più straziante delle sue condizioni. Straziante nel senso letterale di una cosa che è divisa, frammentata, fatta a pezzi. Da una parte sembra che non ci si occupi d’altro, loro e noi, la società là fuori e il nostro vissuto più intimo. Dall’altra è negletto, dimenticato, rimosso, osteggiato da tutti, noi compresi. In mezzo c’è la nostra banalissima quotidianità, dove ci arrabattiamo alla meno peggio per gestire la situazione, con esiti fra il drammatico e il ridicolo, il patetico e l’esilarante. Il fatto è che, come Monsieur Jourdain che parlava in prosa senza saperlo, ciascuno di noi gestisce due corpi senza accorgersene. Si tratta di due diverse idee, o immagini, della nostra fisicità che lottano fra loro: ora vince l’una ora l’altra, finendo per convivere, per quanto assai malamente. Ma l’attuale situazione di emergenza li sta separando sempre di più, con esiti tutt’altro che piacevoli.   Il primo di questi corpi è quello pensato dalla medicina, dalla scienza e dagli scientisti: è il corpo come insieme di organi e di loro funzioni, macchina da tenere a tutti i costi...

Progetto Olimpico 2020 / Sfruttamento politico delle Olimpiadi tra vita, economia e pandemia

  Falsa partenza   In Italia la notizia del rinvio delle Olimpiadi di Tokyo 2020 è arrivata il 24 marzo, presentata più che altro come un’importante notizia sportiva. Il focus sui media italiani era dunque centrato sull’aspetto sportivo, sugli atleti, giovani e veterani, che avrebbero dovuto partecipare ai Giochi, oltre ovviamente alla causa di questo rinvio storico, il coronavirus che tiene in quarantena l’Italia intera e gran parte del mondo da ormai diverse settimane. In Giappone invece la vicenda delle Olimpiadi è vissuta da qualche anno a questa parte in modo molto più complesso, non solo dal punto di vista sportivo, puro e innocente, ma su tanti livelli, sociale, politico, economico, ecologico, e anche scandalistico, ancora più di altri paesi che hanno ospitato in passato i giochi olimpici.  La sera del 25 marzo, all’indomani della decisione del rinvio olimpico, Yuriko Koike, la governatrice di Tokyo, ha convocato una conferenza stampa straordinaria insieme alle autorità mediche della metropoli, un evento sicuramente coordinato con il governo, dove ha riassunto la situazione del contagio del coronavirus sul territorio metropolitano mostrando un cartello...

1945 - 2020 / Il caso Mura

L'equinozio astronomico era il 20 marzo, ma tradizionalmente la primavera comincia il 21 e uno come lui non avrebbe mancato di notarlo: "Il primo giorno di primavera...". Ruvido nel modo tenero che è riservato a certi poeti, Gianni Mura ha avuto in destino di morire in una canzone di fine anni '70. Morire nell'isolamento delle semi-quarantene nazionali (e si può scommettere che "lockdown" sia stato l'ultimo anglismo che l'ha fatto soffrire). Morire nel giorno in cui si sarebbe dovuta tenere la Milano-Sanremo e aprire la stagione del ciclismo.   Era nato d'ottobre, il 9, nel 1945 e vent'anni dopo frequentava già redazioni di giornali. Come dire 55 anni di carriera, a seguire soprattutto ciclismo e calcio e a farsi conoscere e amare dalle persone più diverse e lontane dagli stadi, senza mai aver gradito i riflettori e avendoli anzi evitati al possibile. Il caso Mura, si potrebbe intitolare: e lui subodorerebbe subito il calembour un po' sfacciato. A proposito del giornalismo sportivo è facile pensare sciocchezze e, anzi, dopo la scomparsa di Mura diventa (quasi) lecito. Si pensa che il giornalista sportivo non possa che essere un esperto di statistica e gossip di spogliatoio...

15 settembre 1919 - 15 settembre 2019 / Fausto Coppi da Castellania

La geografia è memoria. Cercate su un atlante i luoghi che uniscono al toponimo il nome di un personaggio che in quel posto ci è nato o ci è vissuto. Arquà è Petrarca, Castagneto è Carducci e San Mauro è Pascoli. Roncole è Verdi, Torre del Lago è Puccini. Sasso (ma anche Pontecchio) è Marconi, Grinzane è Cavour, Castelnuovo è Don Bosco e Sotto il Monte è Giovanni XXIII. Dallo scorso 26 marzo 2019, per delibera del Consiglio regionale del Piemonte, Castellania è Coppi. Coppi non è un poeta, non è un pittore, non è un musicista né un inventore, un patriota, un papa, un santo. È “solo” Fausto Coppi da Castellania: tra il 1940 e il 1960, il più famoso corridore ciclista del mondo, il Campionissimo.   Castellania, uno dei più piccoli comuni delle colline tortonesi – una novantina di abitanti, frazione comprese –, è un borgo di rare case, aggrappate su costoni di argille «che il sole estivo dissemina di crepe e le piogge invernali ammollano in fango spesso e tenace». Così ha scritto Gianni Brera che di Coppi era amico: li univano le comuni umili origini – Fausto figlio di agricoltori di collina, Gianni figlio di un sarto di pianura – e l’orgoglio di aver conquistato l’eccellenza:...

Addio a Gimondi / Cinque ricordi felici del Felice

Il primo è di quando avevo 9 anni. La domenica pomeriggio del 2 settembre 1973 ero seduto nella sala TV dell'Hotel Beausejour di Laigueglia. Stavano trasmettendo in diretta il Mondiale di ciclismo e, all'ultimo giro del circuito del Montjuic, sentii il proprietario dell'albergo dire (con le “on” nasali da ligure di Ponente): "Oggi il Gimondi ha la gamba buona". Era la prima volta che sentivo dire "avere la gamba buona". Che cosa significasse lo scoprii qualche minuto dopo quando, nella volata a quattro, Gimondi, che era Felice ma certo non più veloce degli altri compagni di fuga, si mise alle spalle il belga Freddy Maertens, lo spagnolo Luis Ocaña – bello di fama e di sventura come l’Ulisse foscoliano – e Merckx. Per una volta, stremato dalla corsa tiratissima, l’Eddy – come lo chiamava Felice – non era riuscito a prendere la scia di Maertens che nello sprint aveva il compito di pilotarlo verso la vittoria. Quando Freddy si accorse di non avere il suo capitano a ruota, provò a fare tutto da solo ma Gimondi lo beffò sulla linea del traguardo con un colpo di reni degno di Maspes.   Il secondo risale all’università, metà anni Ottanta, facoltà di Lettere moderne a Pavia. Ci si...

Un manifesto per il movimento / Il calcio salvato dalle ragazzine

Dal 7 giugno al 7 luglio 2019 si è svolta in Francia la FIFA Women’s World Cup, il campionato mondiale di calcio femminile. Ne avrete sentito tutti parlare perché, a differenza della nazionale maschile dello sport più popolare in Italia, che non si è qualificata all’ultimo Mondiale, le azzurre invece al Mondiale ci sono andate. Non sboccia un fiore se qualcuno molto tempo prima non sceglie un campo, non comincia ad ararlo, seminarlo, concimarlo, ed effettivamente il successo sportivo e civile di queste atlete è cominciato qualche anno fa, quando la Federazione Italiana Giuoco Calcio ha capito che c’era qualcosa che non andava più nel nostro sistema. Il modo di preparare i giovanissimi calciatori non funzionava più, perché poi i calciatori professionisti di serie A hanno cominciato a non essere i più forti in Europa e nel Mondo, le società più ricche hanno lasciato loro sempre meno spazio nelle prime squadre ai giovani italiani, e in generale i tesseramenti complessivi nelle scuole calcio hanno cominciato a calare, lentamente, ma inesorabilmente. Si è capito che questo mondo maschilista, spesso rozzo, spesso analfabeta, spesso ignorante, spesso violento nelle curve degli stadi...

Armi da guerra / Caccia e altre disarmonie

“Venatoriamente parlando, il 300 Winchester Magnum è una cartuccia da caccia grossa, adatta a tutti gli animali pesanti americani e africani, esclusi i big five, per motivi prudenziali”.   È sostanzialmente con questo che pochi giorni fa, durante una battuta al cinghiale in un bosco di Apricale in provincia di Imperia, un ragazzo di 19 anni ha perso la vita. Un ragazzo di 29 anni l’uccisore, ora indagato per omicidio colposo.  Quella sopra in corsivo è una delle tante descrizioni reperibili in rete, verità banale per gli amatori del genere. Dunque una munizione (e un’arma ad essa adeguata) da caccia grossa, quasi da guerra se l’abbattimento dei big five (in gergo venatorio bufalo, elefante, ippopotamo, leone e leopardo) è escluso per motivi solo prudenziali.    Eppure viene difficile parlare di “incidente” e di disgrazia quando il gioco (perché sostanzialmente di questo si tratta, da quando la caccia ha perso ogni legame con la sussistenza) si fa con armi e munizioni buone per la guerra. Se la caccia sia attività che possa essere ancora tollerata nelle società moderne è questione che si pone ormai da decenni, almeno da quando i profondi mutamenti...

Ricomincia il campionato di calcio / Cristiano Ronaldo: umano e inumano

Se penso a Cristiano Ronaldo mi vengono in mente due cose: il ghigno beffardo e gli orecchini di diamanti, grazie a lui assurti a must have per ogni calciatore, anche se nessuno ancora è sceso in campo con gioielli di simile caratura e purezza, ammirabili anche dagli spalti.  Ricordo bene quel paio di orecchini perché, quando l'ho visto giocare al San Paolo di Napoli, il loro bagliore, quasi accecante, sembrava contrastare l’illuminazione dello stadio, ricreando un effetto da scontro epico tra supereroi, al cui termine c’è il contrasto tra due fasci di luce di diversa consistenza e diverso colore, per un po' in equilibrio tra loro finché uno dei due soccombe, decretando il dominio del vincitore con la completa sovrapposizione della sua energia, visibile e palpabile.  Al suo ingresso in campo, Cristiano Ronaldo ha illuminato di luce riflessa 60mila persone, accedendosi di fuoco freddo, l’unico elemento glaciale in campo, perché lo sfottò della vulcanica tifoseria napoletana, nota per essere il dodicesimo uomo in campo, lo aveva irritato a tal punto da fargli sbagliare i tiri più facili, costringendolo a gesti di stizza seguiti da una mediocre performance in campo, una...

Luca Pisapia, Uccidi Paul Breitner / Gioca come se stessi segnando per un gelato

«Ma nel calcio come nella vita non c’è nulla di romantico.»   Colombia – Inghilterra, ultimo ottavo di finale di questi strani Mondiali di calcio, è finita mezz’ora fa. Un’altra partita mediocre che segue una lunga serie di partite mediocri. Se pensiamo alla bellezza del gioco, ci accorgiamo che è uno dei peggiori campionati del mondo a cui abbiamo assistito; ma la bellezza e il divertimento non significano sempre la stessa cosa. Considero Russia 2018 un torneo divertente, a dispetto del gioco; forse perché l’Italia non partecipa e mi permette di guardare le partite e di immaginare gli abbinamenti successivi in maniera più rilassata, oppure perché stanno capitando un sacco di risultati a sorpresa (anche se la sorpresa quando si parla di calcio è sempre relativa) o comunque decisi all’ultimo secondo. L’Inghilterra pareva aver vinto fino a quasi al novantesimo, con un calcio di rigore realizzato da Harry Kane, unico gol di una partita brutta, bloccata, fallosa, dove il numero dei tiri in porta è stato prossimo allo zero; e invece, il difensore della Colombia, Mina ha pareggiato – realizzando il suo terzo gol in questo mondiale – con un perfetto colpo di testa su calcio d’angolo...

Knowing the Score / L’insostenibile leggerezza dello sport

La ‘filosofia del frivolo’ (del vino, della moda, del telefonino…) risale almeno agli anni Sessanta, quando diversi intellettuali cominciarono a trasgredire le barriere tradizionali fra cultura alta e bassa. Nell’arco di pochi anni Heidegger che medita sull’essere camminando solitario nella Foresta Nera, o Wittgenstein rinchiuso nella baita affacciata sui fiordi norvegesi diventarono icone del passato. Il filosofo serioso che si vanta di non ascoltare musica pop o di non seguire il campionato di calcio viene oggi visto (giustamente) come uno snob indifferente alla cultura e alla società del suo tempo.   Fra i best seller della filosofia del frivolo spiccano diversi libri dedicati allo sport. L’ultimo della serie, Knowing the Score (Basic Books, 2017), è stato scritto da un filosofo noto e rispettato, David Papineau, autore di numerosi articoli e libri sul realismo scientifico, il naturalismo, e la filosofia della mente. Papineau è particolarmente tagliato per scrivere un libro del genere: tennista, giocatore di cricket, golfista, velista e surfista indefesso, scrive con l’entusiasmo dell’amatore, senza peraltro soffrire di preconcetti nei confronti dello sport...

La storia di Gianni Brera

“Io triumphe, avventurata Italia”. Così Gianni Brera celebrava, il 13 luglio 1982, il terzo campionato del mondo vinto dalla nostra Nazionale. Era anche un trionfo personale perché fu l’apoteosi del calcio “all'italiana”, una categoria critica inventata dallo stesso Brera, meglio noto come “contropiede”, altro neologismo di conio breriano. Il giornalista aveva allora 63 anni, scriveva per «Repubblica», ed era considerato il principe dei cronisti sportivi. Sarebbe vissuto altri dieci anni, ma quello fu lo zenith di una carriera cominciata oltre quarant'anni prima e proseguita, con meno smalto, dopo il 1982.   Dopo di allora cambiò il calcio con l'arrivo sempre più massiccio degli stranieri, le novità (positive e negative) portate dal Milan di Berlusconi e Sacchi, ma forse lo stesso Brera pagò il dazio di una vita vissuta senza risparmio.   Classe 1919, figlio di un sarto povero di area pavese inurbato a Milano, dopo la maturità scientifica si laurea in Scienze Politiche a Pavia, – si veda l'ottima voce sul DBI. Un accidentato percorso di guerra...

Corpo

Il corpo è stato per molti secoli il grande rimosso della cultura occidentale, che sovente, sotto la spinta determinante esercitata soprattutto dall’etica cattolica ma anche da quella marxista, è arrivata persino a demonizzarlo. Esso, infatti, è stato spesso visto in passato come contrapposto all’anima, la vera sede di quella spiritualità che caratterizzerebbe specificamente l’umanità. Da tempo però sul terreno dei modelli culturali relativi al corpo si stanno presentando delle importanti mutazioni, che trasformano sempre più in un obbligo sociale imprescindibile la presa di coscienza che l’identità di ciascuno passa attraverso un’elevata attenzione per il proprio corpo.   Nel corso del Novecento, si sono succedute diverse fasi di rapporto con il corpo. La prima si è presentata nei primi decenni del secolo ed era caratterizzata da una concezione salutista derivata dal pensiero positivista tipico dell’Ottocento, da un atteggiamento cioè razionalista, laico e fiducioso nel progresso umano. Si è concretizzata in fenomeni come la pratica attiva di sport, ginnastica e...

Why we fight

Invece di rassicurarmi dicendomi che erano tutte assurdità, gli uomini furono d'accordo con me. Nella guerra tra uomini e donne, dissero, io non avevo abbastanza paura del nemico. Protestai, sostenendo che avevo molta paura, fin troppa paura, ma loro dissero che confondevo la paura con la soggezione. E poi, aggiunsero, non avevo un piano. Mai andare in guerra senza un piano. Quasi tutti gli uomini del bar concepivano l'amore in termini bellici, perché dicevano che si trattava di prendere qualcosa che apparteneva a qualcun altro, il che era la dinamica fondamentale di ogni azione militare. Della seduzione come della distruzione. Tutti i consigli sentimentali di Cager, per esempio, tendevano a ispirarsi alla sua esperienza di lotta contro il comunismo. Le donne erano come i rossi, diceva. Imperscrutabili. Spietate. Dedite alla redistribuzione forzata della tua ricchezza.   [J. R. Moehringer, Il bar delle grandi speranze, 2005]     È tornato?   Chissà quanti maschi italiani, sul finire di questa estate, hanno incrociato il loro sguardo con quello di Samuel L. Jackson (e con quello di Josh Hartnett, in secondo piano), e...

Messi(a)

Se lo chiedeste, e potesse rispondervi onestamente, qualsiasi allenatore e giocatore di calcio vi direbbe che l’unico modo per contenere Lionel Messi è marcarlo a uomo. Più precisamente fargli la gabbia, con due, meglio tre, marcatori. Non per annullarlo, renderlo inoffensivo, ma solo per tenerlo fermo per un po’. Si può provare a contenere il Barcellona, come squadra, attaccando: ci ha provato la Juve nella finale di Champions League del 6 giugno 2015, almeno per qualche intervallo di gioco. E così si può anche vincere, ma a memoria d’uomo ci è riuscito soltanto il Real Madrid di Ancelotti in qualche clasico (la sfida tra le due massime squadre spagnole), e il Bayern Monaco nelle semifinali di Champions League del 2013.   Nella maggior parte dei casi si può vincere con il Barcellona soltanto con una difesa strenua e asfissiante: il Milan (20 febbraio 2013), l’Inter (28 aprile 2010), il Chelsea (18 aprile 2012). E non è sufficiente cercare di rendere inoffensivi gli altri giocatori, per impedire l’innesco inesorabile del tiki-taka (ma noi preferiamo la versione originale, onomatopeica, del...