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Fuggono e se la svignano / Distruggere le statue: una storia antica

Ci sono state fasi del passato in cui si è infierito deliberatamente su affreschi e dipinti: l'Iconoclastia nell’impero bizantino (tra VIII e IX sec.) ed episodi più circoscritti (ad esempio nella Firenze di fine '400, al tempo della predicazione di Girolamo Savonarola). Ma la distruzione delle statue punteggia ancora più fittamente tutta la storia, nel nostro Occidente, e non solo. Vengono in mente filmati recentissimi: le bombe dei Talebani che sbriciolano i Buddha della valle di Bamiyan nel 2001, i martellatori dell’ISIS che frantumano statue nel museo di Mosul in Iraq nel 2015. Rischiamo di vedere solo la superficie di queste scene di distruzione, quasi non ci fosse altro che lo scatenarsi di una violenza insensata. In una situazione rovesciata, nelle vicende seguite all’uccisione di George Floyd – la statua di Edward Colston a Bristol – rischiamo di vedere solo le buone motivazioni (la condanna dello schiavismo e del razzismo). In realtà, questa ricorrente brutalità verso le statue (è violenza anche quella di Bristol o degli USA) è una reazione paradossale alla speciale attrazione che esse continuano ad esercitare su di noi.    Prendiamo alcuni episodi avvenuti nei...

“Se non sei arrabbiato, ti sei distratto” / Altre statue cadranno (perdonate il disordine)

Le statue tornano a cadere – e altre statue cadranno. Credo sia giusto così, a patto che il loro destino non finisca qui. Riveniamo anzitutto sui fatti.   Far cadere statue   La protesta contro i monumenti della Guerra civile negli Stati Uniti risale all’agosto 2017, a partire dai generali degli Stati Confederati Robert E. Lee e Stonewall Jackson. Alcune statue cadono, altre vengono imbrattate, altre ancora sono al centro di lunghi dibattiti pubblici sulla loro rimozione. Tre anni dopo, il 7 giugno, sulla scia delle manifestazioni per l’uccisione di George Floyd, a cadere è la statua in bronzo di Edward Colston a Bristol, nel sud-ovest dell’Inghilterra. Annegata nelle acque del porto, era stata eretta nel 1895.  Raffigura un benefattore della città, che ha istituito borse di studio, finanziato ospizi locali per i poveri, chiese, scuole e ospedali, lasciando la sua eredità in beneficienza. Un filantropo cui sono dedicate, a Bristol, strade, case, scuole, ospedali, sale da concerto (ma la Colston Hall cambierà presto nome) fino all’immancabile pub. Peccato che questo mercante facoltoso è coinvolto nella Royal African Company, dove esercita il monopolio sulla tratta...

Come non volevano essere ricordati / Le statue di Puškin e Majakovskij

Percorrendo la via Tverskaja, una delle principali arterie di Mosca, si incontrano, a meno di un chilometro di distanza, le statue di Puškin e Majakovskij, poeti diversissimi, accomunati però dall'essere stati entrambi rivoluzionari. Il modo in cui ognuno fu rivoluzionario traspare dall'estetica delle due statue. Imponente, fiero, ben piantato sulle gambe massicce, Majakovskij si erge titanico e guarda nella direzione in cui sorge il sole, corruccia leggermente la fronte e raccoglie la tensione nel pugno serrato della mano destra che scende lungo il corpo. Puškin è invece totalmente umano, meditabondo, concentrato su un pensiero, roso dal dubbio, inclina un po' in avanti la testa ricciuta, tiene la mano destra infilata nel panciotto e sembra colto nel momento che precede un inchino.    Entrambe le pose sono certo stilizzazioni che evidenziano le peculiarità più caratterizzanti e trascurano sottigliezze caratteriali come il temperamento sanguigno e piuttosto rissoso di Puškin, o i conflitti e paradossi che pure lacerarono Majakovskij. «Se solo sapeste che piagnucolone che era» disse la sua compagna, l'attrice Lili Brik, all'inaugurazione del monumento nel 1958, esprimendo...

Le spiagge, i professori e il mito dei Bronzi di Riace

È raro che la nascita di un mito possa essere documentata da fotografie. Stiamo parlando naturalmente di un “mito d’oggi” – per usare un’idea di Roland Barthes – quello dei Bronzi di Riace. Lo studioso francese scrisse Mythologies alla fine degli anni Cinquanta, per dimostrare che la forma del racconto mitico poteva sopravvivere anche in un’epoca in cui la chiave scientifica aveva sempre la meglio – almeno ufficialmente – sugli altri schemi di lettura del mondo. Nuove forme di narrazione corali e anonime – requisiti essenziali del mito – avvolgevano personalità pubbliche (la Garbo, l’abbé Pierre), appuntamenti sportivi (il Tour de France), oggetti (la nuova Citroën, la “Guida blu”), cibi e bevande, pratiche culturali come l’astrologia. In questo senso, dunque, i Bronzi di Riace sono certamente un “mito d’oggi”: le due statue conservate nel Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria sono inseparabili – piaccia o no – da quel coacervo di discorsi, racconti, immagini, oggetti derivati che li accompagnano sin dal giorno della scoperta.  La storia ormai è molto lontana e bisogna raccontarla da capo. Attorno al Ferragosto del 1972, due sommozzatori vagano al largo di...