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Talmud

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La forza della memoria / Le pietre di inciampo riguardano tutti?

Noi ebrei siamo convinti di non praticare il culto dei morti, tanto convinti che, per via delle mummie, soprannominammo l’antico Egitto, il potente Impero dei due Regni, “Terra dei morti”. “Polvere sei e polvere ritornerai”, ripetiamo instancabili, ma, in attesa del Messia, professiamo un nostro particolare culto degli antenati, simile peraltro a quello di altre civiltà. I nostri morti riposano nei cimiteri ebraici che, per la loro vetustà, finiscono per sembrare con l’andar del tempo elegantemente trascurati, e si chiamano in ebraico “Case dei vivi”. Non per coincidenza e nemmeno per contrasto esclamiamo nei nostri allegri brindisi conviviali “Ai vivi!”: non ci piacciono la morte e l’oblio. Di recente ho letto, non ricordo più dove, un detto del Talmud: “Si muore veramente quando il proprio nome viene dimenticato”. Per appassionarsi dei nostri cimiteri basta vedere una volta quello del Ghetto di Praga, nel quale i nomi dei defunti restano ricordati da lapidi di pietra fitte fitte e tutte sbilenche quasi fossero mazzi di carte da gioco sparigliate. La religione ebraica non ammette l’incinerazione e l’esumazione.   Le narrazioni bibliche inciampano nei lunghi elenchi di nomi...

Elie Wiesel. Rashi

“Perché Rashi? E perché io?”, si chiede Elie Wiesel nella prefazione al suo ultimo libro, Rashi, in uscita presso la casa editrice Giuntina e del quale proponiamo la lettura di alcune pagine in anteprima. La risposta alla prima domanda è che Rabbi Shlomo ben Yitzchak, Rashi appunto, fu il più grande commentatore del Talmud di Babilonia (la raccolta delle tradizioni rabbiniche, di cui esistono due versioni, quella detta di Gerusalemme e quella chiamata Babilonese, redatte tra il V e il VI sec d.c.). La risposta alla seconda, è che Elie Wiesel ama profondamente Rashi, gli è grato per molte ragioni - che spiega nel libro- e, soprattutto, ne ha nostalgia. Wiesel inizia ricordando l’influenza di Rashi nella sua vita, e parla del legame profondo, intenso, vissuto sempre al presente, che unisce maestro e allievo, anche quando sono separati da secoli, nella tradizione ebraica. Passa poi a dare qualche esempio del metodo interpretativo rabbinico, la cui creatività può sfociare in una complessità disperante. Nel Talmud si dice che la Torah fu data a Mosè come fuoco bianco inciso con fuoco nero: il fuoco nero sono le lettere, il fuoco bianco è lo spazio tra le lettere, lasciato vuoto da Dio...