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tristezza

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“Che senti?”. “Silenzio.” / Storia della mia depressione

Dopo molti giorni in cui mi svegliavo di cattivo umore, con un peso nel petto, difficoltà a deglutire, senso di oppressione, una mattina mi sono svegliato chiedendomi: perché mi sveglio sempre di cattivo umore? E ancora: perché dovrei invece svegliarmi di buon umore? Ma soprattutto: cos’è il buono e il cattivo umore? Dove sta la verità dell’umore? Fingo di più quando sto di buono o di cattivo umore? E fingo rispetto a cosa? Rispetto alla realtà del mio umore, o rispetto alla fisionomia oggettiva della realtà che mi circonda? E quindi come dovrei essere, una volta accertata la fisionomia oggettiva della realtà che mi circonda, di buono o di cattivo umore? E se riesco con ragionevole obiettività ad accertare la fisionomia della realtà che mi circonda, ossia se mi riscopro dotato della qualità psicologica necessaria a giudicare con ragionevole obiettività la fisionomia della realtà che mi circonda, perché allora il mio umore sembra insensibile a questa realtà, perché il mio umore reagisce come se questa realtà non esistesse, ma anzi come se la realtà di riferimento fosse un’altra, come se quest’altra realtà fosse, diciamo, tendenzialmente più brutta della realtà oggettiva? ...

Inside Out. Del cinema cognitivista

I film per bambini sono il risultato di un’impresa immane: devono piacere al target elettivo, gli infanti, ma anche ai genitori che li accompagnano. Altrimenti gli adulti, spettatori coatti, direbbero “Possibile che io debba portare i miei figli a vedere simili baggianate?” e finirebbero col sabotare l’andata al cinema, malgrado pianti e strilli dei piccoli. Occorre quindi evitare anche agli adulti – ai quali capita anche, talvolta, di essere persone colte – una emozione che non è prevista nel film Inside Out: la noia. Un’emozione fondamentale per scrittori e filosofi – se ne occuparono Kierkegaard, Sartre, Moravia, Agamben – ma evidentemente non per l’Ekman-Pensiero. Si dà il caso che questo film della Pixar e di Disney – scritto e diretto da Pete Docter e Ronnie del Carmen – sia ispirato alle teorie del citatisssimo psicologo Paul Ekman, il quale ha “scoperto” che ciascuno di noi è retto da sei emozioni fondamentali: rabbia, paura, tristezza, disgusto, gioia e sorpresa. I registi hanno eliminato la sesta, ma saggiamente si sono parati i fianchi dalle ire femministe dando a...

Inside Out. Emozioni-pulsanti

Appena uscito, mi sono precipitata a vedere Inside Out, da grande amante del cinema di animazione quale sono. E naturalmente non ne sono stata delusa, c’era tutto il corredo delle trovate che mi rendono questo genere congeniale e gradito: ecco il personaggio della Tristezza, per esempio, un vero crocicchio di motivi: il collo alto degli esistenzialisti francesi; la ciccia come in Bridget Jones e naturalmente “blue”, cioè del colore il cui nome in inglese indica anche uno stato d’animo depresso o addolorato. E poi l’amico immaginario, un insieme di animali diversi come l’ornitorinco studiato da Umberto Eco ma meno filosofico, essendo costituito da deliziosi sfilacci di zucchero filato rosa. Insomma mi sono goduta il film, contenta anche che si parlasse finalmente di emozioni, in un mondo formato Wikipedia dove tutto sembra ridursi a cognizioni o peggio, a intelligenze artificiali. Ma scesa dalla giostra mi sono interrogata sulla visione del mondo, dell’individuo e della società che questo film veicola.   Da almeno un paio di decenni si parla di fine delle ideologie ma niente e nessuno può sfuggire al fatto che la...

Inside Out. Emozioni esistenziali

Riley è una bambina alle prese con uno sconquasso esistenziale. Cambiare casa e città contemporaneamente rappresenta un dramma che nessun bambino vivrebbe a cuor leggero. Ciò nonostante, Riley riesce a dissimulare il proprio disappunto. Le buone maniere della sua buona educazione di provincia le impediscono di rivelare, in primis a se stessa, la sua avversione a un cambiamento che si preannuncia, comunque, colossale.     Il cervello, però, non tradisce. Che si tratti di un vero e proprio trauma, lo capiamo, infatti, grazie alla trovata principale del film che racconta le sue vicende, drammatizzando ciò che avviene nella sua mente in reazione agli eventi della vita. Ad animare lo spazio della sua emotività, ritroviamo, così, 5 personaggi, ognuno dei quali impersonante una passione di base: gioia, tristezza, disgusto, paura, rabbia.   Sul fatto che l’idea di rappresentare il pensiero e il comportamento attraverso la metafora della mente sia un espediente narrativo già largamente utilizzato in ogni ambito della produzione culturale, dalla filosofia alla psicologia, dalla pubblicità al cinema...

La compassione tra tenerezza e crudeltà

La compassione può creare a una serie di considerazioni, ce n'è da scrivere un libro, un'enciclopedia. Ecco un elenco nominativo parziale: commiserazione, pietà, amore, comprensione, condivisione, empatia, simpatia, antipatia, intropatia, nirvana, misericordia. È il sentimento che proviamo nella lettura di Ettore e Andromaca, oppure nel racconto del sogno delle oche di Penelope al mendico che copre le spoglie di Ulisse; è la condizione che descrive Aristotele nella Poetica quando, unica volta nel testo, usa il termine catarsi; è la virtù quotidiana di Enea che porta il padre Anchise, sulla spalla sinistra, e il figlioletto Ascanio in salvo, o la vicenda della disobbedienza di Eros alla madre, per amare Psiche. Via via, fino alla letteratura romantica, e poi ancora la pietra dello scandalo nella controversia Nietzsche/Wagner riguardo a Schopenhauer.   Non siamo certi che questo sentimento, così come lo descriviamo noi contemporanei sia il medesimo. Non siamo neppure certi che le parole che usiamo per descrivere questi sentimenti corrispondano, in ognuno di noi, al medesimo. La compassione non è solo...

Intervista a David Foster Wallace

Potrebbe sembrare paradossale ricondurre la scrittura di David Foster Wallace, così ossessivamente ripiegata sul dettaglio, a una autentica urgenza narrativa, eppure proprio di questo si tratta, di una necessità espressiva che sembra non conoscere le lusinghe del narcisismo, e non soltanto perché proprio questo vizio così diffuso tra gli scrittori lui stesso lo detesti e lo denunci in uno dei saggi che compongono il suo ultimo libro, Considera l’aragosta (Einaudi, traduzione virtuosistica di Adelaide Cioni e Matteo Colombo, pp. Euro 15,50) ma perché è evidente che, quasi suo malgrado, a esigere una tanto spasmodica concentrazione su quanto si offre alle sue facoltà percettive è una convinta devozione al realismo. Di qui si originano le famose digressioni dei suoi testi, che si aprono davanti ai nostri occhi come gli anelli concentrici generati da una moneta lanciata nell’acqua, obbligando lo sguardo a precipitare molte righe più in basso e a rimettere a fuoco il corpo tipografico che affonda nella pagina e si fa più minuto: non sono soltanto note a piè di pagina, ma avvertenze alle note...

Ester Armanino. Storia naturale di una famiglia

La narrativa italiana conosce un momento particolare. Sarà per via dell’aumento vertiginoso delle pubblicazioni – romanzi e racconti –, sarà forse per l’arrivo di una nuova generazione di scrittori, nata a metà degli anni Settanta, e anche dopo, ma non passa settimana che non escano libri nuovi, e anche interessanti. Non tutti ovviamente, anche perché l’attuale ritmo editoriale, imposto dalle leggi del marketing, sollecita anche gli scrittori già affermati – quelli della generazione degli anni Sessanta – a pubblicare un libro ogni anno, o quasi, non sempre con risultati soddisfacenti.   In questa massa di opere come orientarsi? Quali libri leggere? Quali no? Chi consiglia a chi? Tutti interrogativi cui vale la pena di rispondere. Come? Provando ad affidare il compito di leggere e recensire i libri ad una nuova generazioni di lettori, e soprattutto di lettrici – sono le donne a leggere più libri di narrativa, o più libri in generale, rispetto agli uomini. Ecco allora che inizia con questo primo articolo una “rubrica” di recensioni scritte da persone che debuttano...