Categorie

Elenco articoli con tag:

RomaEuropa Festival

(4 risultati)

Celestini, Laika e altre vite di strada

Si possono spendere i primi quindici minuti di Laika a pensare di non essere d'accordo con Ascanio Celestini. A pensare che è vero, sì: sta cadendo la volta celeste, si stanno sciogliendo i ghiacciai e nel mare ci sono centomila morti, e avremmo tutti una madre vecchia o una vicina in carrozzina da accudire, e  il nuovo contratto collettivo di lavoro sarà firmato sul sangue versato dopo una carica della polizia contro un picchetto di facchini neri che spostano pacchi per dieci ore pensando solo a finire il turno per ubriacarsi di patatine e birre al parco e dimenticare, non impazzire di fallimento, aspettando che sia di nuovo tempo di aspettare che finisca il turno. Com'è vero che nel parcheggio del supermercato che vende griffatissimo cibo contaminato c'è un barbone che si lava alla fontanella, e tutte le prostitute del mondo potrebbero squagliarsi insieme ai copertoni con cui si scaldano e finire allo sfasciacarrozze invece che al cimitero senza che nessuno se ne accorga. A pensare che è tutto vero, ma che nonostante tutto –  nonostante il mondo sembri avere bisogno di meno preghiere a un Dio che non si sa se...

La crisi, il buio

Il suicidio è l’affermazione di una negazione. Non posso, non devo, non voglio andare avanti. Mi fermo qui. Basta. Per me è troppo. Daria Deflorian e Antonio Tagliarini con Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni, presentato in prima nazionale al Palladium di Roma per Romaeuropa Festival, fanno lo stesso al teatro, lo suicidano: non possiamo, non dobbiamo, non vogliamo interpretare la crisi economica greca intorno e – soprattutto – dentro le salme di quattro donne, pensionate, che si sono tolte volontariamente la vita con barbiturici e vodka.     ph. Claudia Pajewski   La rappresentazione scenica è un’arma spuntata, non riesce più a dare la vita per la morte, a restituire gli occhi chiusi, il buio e poi il riposo inseguito oltre la sofferenza di r-esistere. Su un palcoscenico, al massimo, si può discutere dei dubbi irrisolti, delle difficoltà insormontabili, di tutti quegli inciampi che hanno portato alla decisione di non mettere in scena lo spettacolo. Una combinazione dissacrante e intima, ironica e precaria del talento di non riuscire a fare niente né a essere nessuno...

Nei labirinti di Romeo Castellucci

Lanciati negli spazi siderali, tra le esplosioni dei venti gassosi che si scontrano sui bordi del più grande buco nero della galassia, piccoli tra le sedie del teatro Argentina. The Four Seasons Restaurant, l’ultima creazione di Romeo Castellucci / Socìetas Raffaello Sanzio, ci investe con quei suoni ricostruiti nei laboratori del Mit di Boston, e ci trascina, subito dopo, quando l’illuminazione si fa totale, in uno spazio candido, in un rito di ragazze in vestiti di campagna americana ottocentesca, tra bandiere della Confederazione degli stati secessionisti del Sud e spalliere svedesi da ginnastica.   ph. Sonja Zugic   Il rito inizia emozionante con le fanciulle che entrano da sole o in piccoli armonici gruppi e, tra ansimi e sospiri, si tagliano la lingua. Un cane ne mangia i resti, per aprire la strada a una cristallizzazione di alcune scene della Morte di Empedocle di Hölderlin, con i versi proiettati in tedesco e ripetuti in italiano. Alcune di queste donne guerriere, donne che accudiscono, donne assemblea, donne nemico, scambiandosi i personaggi indossano fasce rosse alle braccia e la scena si popola di pistole e kalashnikov...

L'umanità del male

Le (im)possibilità della poesia dopo Auschwitz   A caldo, pochi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, Adorno stabiliva l'impossibilità di fare poesia dopo Auschwitz, sarebbe stato «un atto di barbarie». L'incapacità di parlare, di comprendere, finanche di testimoniare quello che è accaduto in Europa nella prima metà del Novecento è forse il segno stesso di quegli eventi e del modo in cui se n'è fatto storia e memoria. Ma paradossalmente l'arte occidentale ha cominciato a occuparsi fin da subito di quello che è accaduto, forse proprio a causa dell'impossibilità di elaborare il proprio lutto. E se all'inizio sono stati gli orrori della pittura di Bacon, la follia del Caligola di Camus, gli scomodi azzardi di Brecht e Il grande dittatore di Chaplin, il filo rosso di quella tragedia attraversa poi tutta l'arte del secolo scorso. Primo Levi, riprendendo l'idea di Adorno, preferiva piuttosto pensare che «dopo Auschwitz non si può più fare poesia se non su Auschwitz».   ph. Brunella Giolivo   Forse Levi non ha tutti i...