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Washington Post

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Conflitti, controversie, paradossi

Che cosa hanno in comune i giovani corpi ustionati by self-immolation della primavera araba, i corpi nudi politicamente imbarazzanti delle Femen, con il boicottaggio all’introduzione dei questionari di valutazione INVALSI attivato in massa da studenti e docenti italiani la prima settimana di maggio, e che sembrerebbe già caduto nell’indifferenza?   Genealogicamente, hanno molto in comune, incluso l’indifferenza.     Chi ci invita a guardare alle forme di conflitto e resistenza dove il corpo diventa dispositivo di lotta contro l’affermarsi di un nuovo discorso intorno al potere, è ancora Monsieur Foucault. Perché è lì che emergono le famose rotture ispezionate dal profeta di terzo tipo (vedi UGenea 2), lungo l’immenso lavoro dedicato alla genealogia del soggetto: la costruzione di un nuovo uomo attraverso il suo assoggettamento al sapere disciplinare. È questa la vera indagine che attraversa tutta l’opera di Foucault ben prima e oltre Archeologia del sapere, fino a Storia della sessualità, ed è con questa eredità che UGenea osserva l’università...

Il processo Eichmann

Si era nei primi anni Novanta, racconta in Il processo Eichmann, pubblicato da Einaudi, la storica Deborah Lipstadt, americana, esperta delle questioni della Shoah. A Washington si stava mettendo in piedi il Museo dell'Olocausto (Lipstadt ne era tra i consulenti) e a un certo punto si pose la questione se esporre dei capelli delle donne prigioniere o assassinate, donati dal museo di Auschwitz. Al contrario del culto cattolico delle reliquie, l'esposizione di una parte del corpo significa per gli ebrei religiosi profanare il morto. Alcuni tra i consulenti erano a favore (per far vedere una prova materiale dell'accaduto nel Lager), altri contro. Alla fine prevalse la voce di una superstite della Shoah che disse: “Potrebbero essere stati i capelli di mia madre. Non vi ho dato mai il permesso di metterli in mostra”.   Ad Auschwitz, aggiungo io, i capelli (e parlo dei capelli, cosa intimissima, visto che alle pie ebree è vietato farne mostra in pubblico) sono invece esposti alla vista di tutti: chi ha ideato quel museo lo ha fatto con una chiara intenzione di trasformare il luogo in una specie di Disneyland dell'orrore (e stiamo parlando degli anni Cinquanta in una Polonia...

Emiliano Ponzi. Colpire nel segno

“Il manifesto non è un quadro, è una macchina per comunicare”, diceva Cassandre, forse il più di grande di quanti, dal primo Novecento a oggi, hanno contribuito a disegnare il volto moderno delle città, selve di colori e di messaggi. Come a dire che certe immagini – quelle dei manifesti e della pubblicità, non solo a stampa, e la grafica, e l’illustrazione – viaggiano a una velocità diversa da quella che siamo abituati ad accordare alla pittura. Sono immagini rapide, che funzionano solo se colpiscono nel segno chi le guarda, nei pochi attimi che hanno a disposizione prima che l’attenzione si sposti altrove, lungo la strada o tra le pagine che mancano alla fine del giornale. Immagini sfrontate, che incrociano i nostri occhi per un attimo e già ci hanno convinto, stupito, affascinato. Come le illustrazioni di Emiliano Ponzi, capaci di sostenere il nostro sguardo e di ricambiarlo, divertite, con il loro. Uno sguardo che si modula in modi diversi – dalle copertine dei libri alla collaborazione con aziende e agenzie di pubblicità, fino alle illustrazioni per il New Yorker, per il...