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Hong Kong

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Hong Kong / Noi siamo la rivoluzione

Il libro di Joshua Wong, Noi siamo la rivoluzione, pubblicato da Feltrinelli, è un bigino utile a capire cosa è successo e cosa potrebbe succedere a Hong Kong (e di converso a capire la Cina, di cui in tempi di coronavirus si esalta la capacità di risposta all’emergenza dimenticando che l’emergenza è stata negata per più di un mese grazie al fatto che le voci dissidenti venivano censurate). Il Porto dei Profumi fu colonia britannica fino al 1997 e poi, a seguito degli accordi tra Regno Unito e Cina, fu ricongiunto alla madre terra con la definizione “un paese due sistemi”. Gli accordi prevedono un periodo quasi infinito, cinquant’anni, per completare il ricongiungimento.   Fino al 2047 Hong Kong godrà di uno statuto differente da quello della Cina, e quindi sono previste elezioni a suffragio universale – come mai si erano tenute sotto il governo della Corona britannica – un corpus legis differente, e l'autonomia del potere giudiziario: ad oggi, Hong Kong conserva una sua moneta, da Hong Kong è necessario un visto per entrare in Cina, ma di suffragio universale per l’elezione dell’Assemblea Legislativa e del cosiddetto CEO (!) ancora non c'è l'ombra, la libertà di espressione...

Cartoline / Censura e autocensura in Cina

Ho vissuto due anni e mezzo a Pechino. Ed ero affascinato, sì, dalle trasformazioni, dalla città che si espandeva all’esterno come una macchia d’olio costruendo quartieri moderni e fabbriche e dormitori per milioni di giovani immigrati dalle campagne, diventando loro operai da contadini poveri che erano, e tanti altri ceto medio in corsa verso nuove vite così simili alle nostre, oltre il terzo mondo e la subalternità all’occidente che durava da secoli. Il mondo multipolare, le nuove società, le grandi metropoli d’Oriente mi facevano gola, avevo voglia di vedere e di capire, di esserci. Ma da scrittore e editore che incontrava scrittori e editori in Cina non ho potuto fare a meno di incocciare la censura, la repressione furente delle idee, le lamentele di alcuni, la malinconia di chi lasciava le pagine scritte nel cassetto o era obbligato a cercare una pubblicazione all’estero, la frustrazione nel dover ammettere che sì, certi pensieri e sensazioni erano ormai espunti dalle proprie pagine. Nel 2014, quando arrivò la notizia della prima rivoluzione degli ombrelli a Hong Kong, i partecipanti a una riunione di artisti a Pechino autoconvocatisi per discuterne, erano stati arrestati a...

Censura / Hong Kong e letteratura

Il primo autore cinese portato in Italia da Metropoli d’Asia fu Zhu Wen. Di lui negli ambienti letterari cinesi resta oggi una traccia flebile perché Zhu Wen, un paio di decenni fa, smise di scrivere: si era stufato. Si era stufato di consegnare racconti alle riviste o alle case editrici e vederli poi pubblicati monchi, pagine su pagine espunte dal testo, righe intere letteralmente riscritte: da un editor, da un burocrate censore, da un poliziotto? Non era dato saperlo. Zhu Wen mi mise in contatto con il gruppo dei suoi vecchi amici, tutti da Nanchino, la vecchia guardia che aveva orbitato intorno alla rivista “Tamen”, fanzine non autorizzata, tirata al ciclostile, che dopo l’89 di piazza Tian an Men riuscì a continuare le pubblicazioni per tutti gli anni novanta: chiuse per esaurimento del progetto, per stanchezza. Non è per la sua storia civile che pubblicai Zhu Wen, ma solo perché mi erano piaciuti i suoi racconti nella traduzione inglese di Penguin. Riusciva, a mio parere, a offrire uno spaccato della brutalità e del nonsense dei rapporti tra le persone nella Cina di quegli anni, forse proprio per la libertà che si concedeva nella scrittura. Non fu censurato a causa di un...

“Parasite” e dintorni / L’occhio del figlio, l’immagine del padre

Il termine “metaforico” è ripetuto più volte in Parasite (2019) di Bong Joon-ho, e riporta alla mente l’immagine delle serre bruciate in Burning (2018) di Lee Chang-dong – un altro film coreano ispirato a un racconto di Haruki Murakami –, o quella del misterioso elefante di An Elephant Sitting Still (2018) di Hu Bo. La metafora è una figura di confine tra presenza e assenza, reale e immaginario: deriva almeno in parte da una finzione, ma allude sempre a una particolare verità. In diversi film rappresentativi delle più importanti tradizioni cinematografiche asiatiche degli ultimi decenni – dal nuovo cinema di Hong Kong a quello taiwanese, passando per il Giappone, la Cina e la Corea del Sud –, espedienti come il ricorso a oggetti simbolici o medium iconici sono impiegati con grande coerenza per esprimere gli aspetti più nascosti di certe dinamiche sociali e familiari. Un motivo che in Parasite permette di approfondire il discorso sui conflitti di classe riguarda ad esempio il rapporto tra generazioni differenti, e nello specifico tra padri e figli. Altre rappresentazioni memorabili di questo rapporto, analizzate nei paragrafi successivi, compaiono in Angeli perduti (1995) di Wong...

Kate Crawford & Trevor Paglen: Training Humans / L'occhio della macchina

Da domenica 9 giugno, Hong Kong è diventata teatro di scontri tra le forze governative e gli attivisti pro-democrazia che protestano contro un disegno di legge che faciliterebbe l'estradizione in Cina di cittadini accusati di reati gravi. La popolazione, preoccupata per le conseguenze che la legge avrebbe sul delicato equilibrio politico del paese, ha cominciato a manifestare pacificamente, in un crescendo di tensione e di scontri sempre più duri. Durante le manifestazioni, gli attivisti hanno invitato i partecipanti a utilizzare mascherine per coprirsi il volto e occhiali per rendersi irriconoscibili dalle forze di polizia e hanno chiesto ai reporter di non scattare immagini che potessero aiutare a identificare chi protesta. Le immagini dei civili che fronteggiano i poliziotti a colpi di puntatori laser, cercando di “accecare” i sistemi di riconoscimento facciale e di impedire agli agenti di mirare, hanno fatto il giro del mondo, segnando un cambio di passo nella pratica dei conflitti sociali.   Hong Kong, Photograph: Kevin On Man Lee/Penta Press/REX/Shutterstock. L'“ansia da riconoscimento” dei manifestanti di Hong Kong trova una giustificazione nell'atteggiamento...

Censura e democrazia

Torno in Italia e orecchio discorsi che mi piaccion poco. Ne trovo traccia sulla stampa, sui blog, sui magazine internazionali. Anche al bar, devo dire. Racconto che a Hong Kong c’è maretta, perché l’elezione a suffragio universale del Governatore, promessa per il 2017, rischia di ridursi – così comanderebbe il Partito da Pechino – a una farsa: gli Hongkonghesi sceglieranno il proprio Governatore tra due o tre nomi indicati da notabili fedeli alla Repubblica Popolare Cinese. Non è una farsa: è un imbroglio, un plateale tradimento degli accordi che regolano la graduale presa di sovranità sulla ex colonia britannica da parte della Cina.   A Milano, il furbetto della birra accanto non si esime dal commentare: e perché, da noi? No caro, da noi la democrazia c’è. Il popolo sovrano la esercita entro i limiti e nelle forme stabilite dalla Costituzione. E non a caso spuntano, piacciano o meno – a me meno – Grillini, Salvini, e Renziani a piè sospinto. A Hong Kong nulla di nuovo avrebbe possibilità di spuntare, se il diktat di Pechino passasse. Sì, mi dice birretta...

Cornelius Castoriadis, la democrazia oltre la crisi

Il 21 dicembre 1945, il piroscafo Maratoa, con equipaggio inglese, attraccato al porto del Pireo di Atene, attende di salpare, con numerosi esuli greci e con centottanta giovani diretti a perfezionare i loro studi in Francia, grazie ad una borsa dell’“École française d’Athènes”. I controlli all’imbarco della polizia greca sono meticolosi e durano tutta la giornata. Uno di loro, nel trambusto, cade a terra con decine di volumi di Zola tradotti in greco. Si chiama Cornelius Castoriadis e una testimone quattordicenne (intervistata da François Dosse, che al filosofo ha appena dedicato e dato alle stampe un’accurata e voluminosa biografia, Castoriadis. Une vie), che con la sua famiglia prese parte a quel viaggio, racconta: «Lo chiamavano il “trozkista” e io ho creduto che volesse dire mostruoso e calvo». Benché abbia solo ventitré anni, infatti, Castoriadis già dall’età di sedici anni porta i segni irreversibili del trauma subito con la morte improvvisa della madre, che gli ha procurato un’alopecia precoce ed altre perdite del sistema pilifero. E al termine di...

Asia a perdita d'occhio

Le acrobazie balistico nucleari del nipotino del Presidente Eterno e figlio del Caro Leader costringono perfino i media italiani a sollevare lo sguardo dai minimalia di casa nostra (più che di provincialismo ormai s’ha da parlare di autismo). Pochi giorni fa mi si faceva notare che l’agenzia di stampa spagnola ha a Pechino quindici corrispondenti, l'Ansa ne ha uno solo che fa fatica a pagare una segretaria, mentre i solitari corrispondenti delle grandi testate coprono da qui un’area da due miliardi di anime.     Obama sta riposizionando i suoi asset militari sul Pacifico, noi facciamo show di scaramucce paramilitari sul prato di Pontida. Noi facciamo show, in generale. Ma è strano come i giornalisti (e soprattutto capiredattori) all’inseguimento di lettori in allontanamento esponenziale (e dei propri relativi stipendi) non siano ancora capaci di proporre storie più fresche (prodotti non scaduti, insomma), come quelle dell’Asia che lievita: mi hanno detto di un servizio su Vogue Uomo di febbraio (‘opinion leaders in Cina’, una dozzina di nomi a casaccio, tutti ben vestiti) e di un MarieClaire di...

Venezia 68. Visita guidata al cantiere Lido

A pochi passi dal red carpet assediato dalle telecamere e dal solito, noioso gossip festivaliero (ma ormai sembra che ai quotidiani italiani non interessi altro, visto che alcuni si dispensano addirittura dall’inviare in laguna un critico degno di questo nome), giace il misconosciuto protagonista di questo festival: è il cratere che sta al posto dell’abortito nuovo Palazzo del Cinema, ricoperto da un funereo ‘white carpet’, un sudario che nasconde e isola (speriamo!) i resti di amianto scoperti durante gli scavi. Ingombrante ostacolo agli affannosi percorsi degli spettatori, è rimasto invisibile ai più (solo gli occupanti del Teatro Marinoni, raggiunti da quelli del Teatro Valle di Roma per alzare la voce sulle magagne dell’industria culturale, si sono impegnati a strapparne i veli e mostrare la piaga), ma sintomaticamente presente e tangibile come l’immobilismo e la decadenza delle istituzioni culturali italiane. Eppure, nonostante la crisi, i blocchi, le polemiche, nonostante gli intoppi logistici, i prevedibili compromessi e il gigantismo di una selezione che sfida ogni sintesi, al suo ottavo e ultimo anno di mandato,...