Un reportage da Gaza

20 Gennaio 2026

Dopo aver passato un mese nella Striscia di Gaza, dal 19 dicembre 2024 al 21 gennaio 2025, lo storico francese Jean-Pierre Filiu ha scritto un reportage (Niente mi aveva preparato, Iperborea 2025, traduzione di Silvia Manzio). Filiu, docente di Storia del Medio Oriente presso l’Istituto di studi politici di Parigi, si reca in Palestina regolarmente fin dal 1980 ma, come preannuncia nelle pagine iniziali, niente lo aveva preparato a quello che avrebbe finito per testimoniare nel libro. 
La sua ricerca di senso a Gaza lo costringe a fare i conti con una realtà inedita e dolorosissima, per cui l’intero diario di viaggio sembra trovare le sue ragioni nel tentativo di fare qualcosa contro l’indifferenza in questa penosa stagione politica internazionale, ovvero contro l’accettazione, quando non l’aperta complicità, di una pagina storica inaccettabile. In secondo luogo, libri come Niente mi aveva preparato rispondono a un moto di indignazione per la copertura mediatica degli eventi in Palestina, con una stampa spesso appiattita sulla versione statunitense e israeliana della vicenda. A parte queste considerazioni, il libro è di sicuro interesse perché al reportage somma una breve ricostruzione delle ragioni del conflitto, chiarendo aspetti controversi che nel discorso dominante raramente vengono affrontati.

Secondo Filiu, il rifiuto della creazione di un effettivo Stato palestinese ha portato al sistema dei varchi, dunque all’asfissia nei confronti dei territori occupati. Dal sabotaggio della soluzione dei due Stati deriverebbe l’ascesa di Hamas nel 2007, con l’espulsione dell’Autorità palestinese dalla Striscia. Da qui l’assimilazione da parte di Israele di tutta la popolazione di Gaza a seguace di Hamas e una guerra avviatasi nel 2008-9, proseguita a sprazzi nel 2012 e protrattasi dal 2014 fino alle ultime, terribili vicende odierne. La strage del 7 ottobre 2023 diviene a sua volta un disastroso tassello in una vicenda profondamente intricata, che non si presta ai brevi passaggi televisivi o a qualche titolo di giornale. A riguardo, lo storico francese definisce i terroristi di Hamas “la feccia di Gaza”, nemica della causa dei palestinesi, associata a un terrorismo da cui le nuove generazioni cisgiordane hanno tentato da tempo di emanciparsi.

Filiu, senza dimenticare le possibili ragioni di Israele, rinforzato da ciò che vede nel passaggio da Khan Yunis a Beith Lahia, definisce senza mezzi termini la tragedia palestinese di Gaza come una pulizia etnica, avviata dall’ottobre 2024 con l’espulsione metodica della popolazione. Sottolinea inoltre con la freddezza dei dati, le incongruenze della politica israeliana. Un punto per tutti: il fatto che circa un terzo degli attacchi israeliani siano stati condotti nel Sud del Wadi Gaza, verso cui la popolazione del Nord era stata precedentemente ricacciata. Il reporter francese sostiene poi che quando nel 2005 si è profilato il piano di una Striscia aperta al mondo, presentato da James Wolfensohn, ex presidente della Banca mondiale, il rifiuto israeliano di negoziare le modalità di evacuazione con l’Autorità palestinese, ha avuto conseguenze significative in favore di Hamas. Nel tempo queste due autorità, Hamas e Autorità palestinese, con la loro nomenclatura e gli apparati che rappresentano, hanno contribuito al congelamento di qualsiasi progetto di sviluppo, svolgendo un ruolo in parte funzionale alla politica oppressiva di Israele.

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Non meno controverso l’aspetto riguardante gli ospedali incessantemente bombardati da Netanyahu: la IV convenzione di Ginevra del 1948 sancisce che “in nessuna circostanza possono essere attaccati”. E dunque la prima aporia del discorso intorno a questo conflitto sciolta da Filiu è che “l’interminabile guerra di Israele” avviene chiaramente “contro la Striscia di Gaza – piuttosto che contro Hamas”. Nella fattispecie, la Corte penale internazionale parla di crimini contro l’umanità per gli impedimenti frapposti all’ingresso di forniture mediche causando così “gravi sofferenze attraverso atti disumani su persone bisognose di cure”.

I capitoli del libro si soffermano anche sulle morti copiose di bambini e sul grave problema dell’acqua, risorsa controllata da Israele fin dall’occupazione del 1967.

Inoltre, ricorda Filiu, la Striscia di Gaza è oggi il posto più pericoloso al mondo anche per chi tenta di raccontare il conflitto: giornalisti e reporter. L’esercito israeliano, secondo il Comitato per la protezione dei giornalisti con sede a New York, nel 2024 ha ucciso i due terzi dei giornalisti deceduti per morte violenta nel mondo. Secondo l’autore è sul fronte mediatico che Israele, attraverso l’isolamento della Striscia, dunque estromettendo la stampa internazionale, ha potuto agire con una libertà e spregiudicatezza ancora più gravi.

Niente mi aveva preparato risulta infine prezioso anche per capire la controversa questione degli aiuti umanitari. In una Striscia in preda a bande armate, in precedenza sottoposte al controllo di Hamas, che saccheggiano i tre quarti di ciò che entra dai valichi, le Nazioni Unite percorrono itinerari scelti da Israele, in un caos rischioso e ambiguo che decreta la completa vulnerabilità della comunità umanitaria. In questo contesto, il 29 febbraio 2024 avviene per esempio “la strage della farina”, per non parlare del fallimentare tentativo di Joe Biden di costruire un molo temporaneo, progetto che poi sarà definitivamente abbandonato.

In conclusione, se oggi assistiamo al tramonto del diritto internazionale, in questo suo diario di viaggio Filiu ribadisce che solo il rispetto del genere umano può salvarci da una condizione di degrado che è già andata oltre qualsiasi immaginario, divenendo qualcosa non solo di infernale, ma al limite del dicibile.

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